.mia nonna, da salentina diventata adulta a cavallo delle due guerre mondiali, lo chiamava “Velle”. Era “velle” qualsiasi polvere usata per lavare, dalle stoviglie ai pedalini. Diventava di conseguenza: “lu velle per i piatti”, “lu velle per la biancheria”, “lu velle per le robe” e via dicendo. E noi ragazzetti che ripetevamo dal droghiere (o a dir meglio, allu putecaru) la frasetta imparata a memoria per non sbagliare: “Mia nonna Jolanda, mi manda per lu velle delle robe bianche”. E il bottegaio, che non si faceva ripetere due volte la domanda, rovistava nel retrobottega, venendone fuori con la scatola rossa, blu, gialla ed eccetera che ritenesse consona alla richiesta. Per anni mi sono chiesto da dove derivasse quel lemma strano, ma non ho mai osato chiedere a nessuno il suo significato, l’ho lasciato sempre lì nel limbo della mia fantasia, nella convinzione personale che fosse frutto di qualche alchimia linguistica latina o greca, di cui il volgare salentino è estremamente ricco, per non turbarne la magia storica e sociale, di quel riconoscersi popolo di fronte alla ricevibilità popolare di quella parola. Sino all’altro ieri, quando ho scoperto su una rivista della fine degli anni quaranta una pubblicità che ha messo fine all’infantilità e di conseguenza alla fiabesca determinazione di una origine, diventata in un solo tristissimo attimo, una misera e fastidiosa verità…




