Di Mimì Maestria
Ercole Ugo D’Andrea (Galatone, 26 giugno 1937-Galatone, 8 agosto 2002) è stato un poeta assolutamente moderno rispetto ad altre voci del Salento legate all’Ermetismo o ad altre, pur significative, che si sono espresse in dialetto, ma non ha avuto quella visibilità e riconoscimento che pure gli spettava per la novità e significatività della sua poesia. Figlio di insegnanti, dopo la maturità classica conseguita presso il Liceo di Nardò, si iscrisse a Giurisprudenza a Roma con scarsi risultati, dopo due anni abbandonò anche a causa della coxite che lo aveva colpito. Dopo un periodo di depressione tornò a Lecce e si iscrisse a Lettere moderne anche qui con risultati poco soddisfacenti. Si laureò nel 1969. In tutti questi anni però aveva avuto frequentazioni dirette ed epistolari con i grandi poeti del tempo, da Ungaretti, di cui aveva seguito le lezioni, a Betocchi, Luzi, che gli fu molto vicino, e il critico Ramat. D’Andrea era un uomo molto schivo, solitario e forse anche questo contribuì a tenerlo lontano dal pubblico della sua terra, sebbene fosse riconosciuto a livello nazionale come un poeta degno di questo nome o forse perché tendeva ad evitare le accademie e i mass media che erano già fonte di divulgazione culturale. Così scrive di lui Antonio Errico (Tutta l’eternità in una stanza. Per Ercole Ugo D’Andrea, 1918): “Ci sono poeti che a un certo punto non riescono più a fare a meno di pensare come fossero parole anche l’aria che respirano, le vene delle mani, la polvere sul tavolo, un inciampo, un souvenir, i riflessi degli occhiali, una lumaca sulla cornice di un ritratto, il fiorire dei mandorli, il sonno della madre, una neve improvvisa, i ceci messi a mollo. Ercole Ugo D’Andrea fu un poeta così. Fu un poeta che a un certo punto si accorse che tutta la poesia possibile era dentro la sua casa, che non c’era bisogno di cercare nulla fuori, oltre quel perimetro, al di là dei muri di confine; tutto l’universo era dentro la sua casa: il nascere, il morire, il vivere l’attesa, il sentire la speranza, il soffrire di un’assenza, il fantasticare una diversa vita senza davvero mai volerla.” Gli ultimi anni li trascorse a Galatone nella casa di famiglia insieme all’anziana madre. Quella casa che era diventata per lui un rifugio dal mondo ed espressione stessa della poesia. Diverse sono le opere pubblicate da D’Andrea:
Spazio domestico (Padova, Rebellato, 1967), Ozi, negozi e Nuove poesie (Firenze, Vallecchi,1973), Bellezza della madre (Lecce, Capone Editore, 1981) La confettiera di Sèvres (Manduria, Lacaita,1989) Fra grata e gelsomino(Milano, Garzanti, 1990), Il bosco di melograni (Firenze, Passigli, 1996), L’orto dei ribes di corallo (Manduria, Lacaita,1999), Scardanelli (Firenze, Passigli, 1999).
ROSARIO ULTIMO
Il poeta è un dormiente.
Non destatelo.
Non sa niente.
E’ innocente.
Il poeta è una specie
di sintesi a priori.
Per fare questa casa
mia madre vendette a San Vito
e mio padre fece cessioni sullo stipendio.
Questa casa aveva un patio,
ora vi è un muro divisorio.
L’arancio, il nespolo sono rimasti
di là.
Fra poco il treno, poi le campane del Sacro Cuore,
ricomincia il tuo fermo viaggio.
Il tuo ritratto l’ho messo
fra gli argenti russi
e una pannocchia d’armonia.
-a sx E.U. D’Andrea- a dx Luzi con D’Andrea-




