All’età di 101 anni è morto Lawrence Ferlinghetti (New York, 24 marzo 1919). Scrittore e poeta americano, figlio di un emigrante italiano della provincia di Brescia (morto poco prima della nascita del figlio), fu cresciuto da una zia dopo il ricovero della madre di orgini franco-portoghesi in manicomio.
Visse i suoi primi cinque anni a Strasburgo e poi quando la zia si traferì a New York come governante della famiglia Bislands, fu adottato da questi che gli permisero di studiare e laurearsi in giornalismo. Arruolatosi nella marina militare nella Seconda Guerra Mondiale, ottenne dopo la guerra un diploma post laurea alla Columbia University e un dottorato alla Sorbona. Sposatosi nel 1951 insegnò francese per alcuni anni, divenne critico letterario e infine si stabilì a San Francisco dove nel 1953 fondò la libreria e casa editrice City Lights. Pubblicò i primi lavori letterari della Beat Generation, tra cui Jack Kerouac e Allen Ginsberg.
Finì in prigione, condannato per oscenità, per aver pubblicato “Urlo” di Ginsberg nel 1956.
Oltre a scrivere e a pubblicare poesie Ferlinghetti fu anche pittore.
La sua più famosa raccolta poetica è “A Coney Island of the Mind” (48 poesie) che ha avuto uno straordinario successo.
Nel 1998 è stato nominato Poeta Laureato di San Francisco.
La poetica di Ferlinghetti riflette le sue visioni riguardo temi sociali e politici del presente e sfida i pensieri correnti rispetto al ruolo dell’artista nel mondo.
In occasione del suo centesimo compleanno sono state organizzate a San Francisco convegni mostre e conferenze.
“L’occhio del poeta vedendo oscenamente/ vede la superficie del mondo tondo/ con i suoi tetti sbronzi/ i lignei oiseaux sui fili del bucato/ i maschi e le femmine d’argilla/ con le gambe da schianto e i seni a bocciolo/ su brandine a rotelle/ e i suoi alberi pieni di misteri/ i suoi parchi di domenica e le statue silenziose/ e la sua America/ con le sue città fantasma e le Ellis Island vuote/ e il suo paesaggio surrealista fatto di/ praterie smemorate/ ricche periferie-supermercato/ cimiteri riscaldati/ feste comandate in cinerama/ e cattedrali che protestano/ un mondo a prova di bacio fatto di plastica ciambelle del cesso tampax e taxi”
(dall’edizione di minimum fax, traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan).
Il negozietto di caramelle dietro la soprelevata/è lì che per la prima volta/mi innamorai/dell’irrealtà/Gelatine luccicavano nella penombra/di quel pomeriggio di settembre/Sul bancone un gatto si insinuava tra/bastoncini di liquirizia/e barrette al cioccolato/e cicche Oh Boy
Fuori le foglie morivano e cadevano
Il vento aveva spazzato via il sole
Una ragazza entrò di corsa
Aveva i capelli zuppi di pioggia
Il seno ansava nella stanzetta
Fuori le foglie cadevano
e piangendo dicevano
Troppo presto! troppo presto!
Lawrence Ferlinghetti, in “Poesia” n. 346 Marzo 2019, traduzione di Leopoldo Carra
Strada…
Lunga strada
strada del mondo
piena fino in fondo
delle voci del mondo
e a rifletterci, in fondo
anche le voci
di tempi andati: felici
infelici, di vergini di amanti
ingegneri, commercianti
lattai, banchieri, possidenti
massaie pimpanti
pubblicitari e studenti
che parlano parlano e avanti
parlando vanno avanti
sempre avanzanti, e fra i tanti
c’è chi davanti a una finestra si blocca
e scocca sguardi sul mondo
cerca di vedere a fondo
che cosa mai, così in tondo
anzi in un gran girotondo
succede, se succede qualcosa a questo mondo.
Ecco la lunga strada
ch’è la più lunga del mondo
ma non così lunga, in fondo
come pensi… dove pensi che vada?
Va per tutti i paesi e le città
i viali e i boulevards; va
con luce verde o rossa
passa per continenti e villaggi
piogge scroscianti e tramonti
Hong Kong, langhe affamate, paesaggi
di Oakland e dei suoi ponti
Roma fatata, Berlino dei miraggi,
Dublino che non c’è mai stata:
ecco la lunga strada andare
girare intorno al mondo
un treno enorme
informe, gonfio, di fatti
passeggeri bambini
cestini per il pic nic, gatti
e cani e tutti pensano (sic)
chi guida nella prima vettura
che cosa sta succedendo
che c’è nella vettura del comando
e c’è chi addirittura
si affaccia spenzolando
cercando di vedere
ad una curva, il guidatore, che faccia potrà avere
che occhi: ma tant’è…
Nessuno, nessun viaggiatore lo può vedere
anche se si ha netta l’illusione
di una rapida visione
in qualche curva più stretta.
Ecco che la strada si inerpica, rampica
Il treno coi vetri tutti alzati,
serrati, ora, i vetri gli atri
le porte degli abitati
i viali morti del mondo
finestre, palestre, strade
ecco, strade, questa sera del mondo
lampade in tutte le contrade, fanali
luci smorzate
su folle radunate in carnevali,
guizzi, flashes dai finestrini
circhi, soglie disabitate
cantine fontane casini
sfocati lumini per figurine
allacciate danzanti
e ancora mondi, trenini
che stantuffano e sbuffano avanti.
Poi, sì, eccoci, entriamo
nel vicolo fondo, in cui, sappiamo,
svaria la strada, la parte solitaria
della strada e del mondo.
Qui non è permesso
cambiare treno, non possiamo
passare sull’Orient-Express
No, dobbiamo
andare semplicemente fino in fondo
perché questa è la parte di strada di mondo
che non consente
niente, solo che si vada.
ma bada…..da nessuna parte.
Ecco si parte
e non c’è più nessuno
in treno con te, sei uno
non hai nemmeno un vecchio specchio che
faccia due te, non la minima presenza
senza un’anima, o meglio, solo la tua
ma cos’è…….è già la stazione
sei già a destinazione
sei già in porto, spenti
i motori li senti
su andiamo, fuori
sei esanime
muori, quindi coraggio fuori.
Che hai, che ti prende
Sì, sei morto
Non te ne sei accorto?
.
Alt! Signori si scende.
(traduzione di Vittorio Gassman)

di Mimì Mastria



