Il DECLARO, ovvero l’eredità di Antonio Verri -di Tina Cesari-

Ho aperto lo scrigno del Declaro accostandomi a esso con religioso silenzio e ho impiegato un paio d’ore, solo a sfogliarlo; non è maneggevole da usare, per la sua ingombrante fisicità e non nascondo che ho impiegato un po’ d’energie nel consultarlo.


Voltando i grandi fogli mi è parso di sentire aleggiare del fumo di sigaretta, tra le pagine raccolte nel faldone, e ho immaginato delle persone attorno a un tavolo rettangolare e ho visto i fumi che si mescolano ai propositi di fare cultura, quella con la c maiuscola, quella che semplicemente si fa e non si ostenta, come un accessorio.


Non a caso, tra il materiale presente nella rivista, spesso inedito, spunta una poesia del magliese Salvatore Toma che con graffiante accento polemico si scaglia contro quei poeti che «di vivere fanno solo finta. /Si profumano/si aggraziano/ si atteggiano… e parlano solo se sanno/di non essere capiti/così di loro si dirà:/ma come parla bene!». Credo che lo spirito che animasse il progetto capitanato da Antonio Verri, fosse perfettamente in linea con l’atteggiamento critico che si intuisce leggendo questi versi, nell’ottica di una condivisione delle diverse espressioni dell’arte che fosse lontana da ogni forma di esibizionismo ma senza neanche dissimulare la reale portata di ciò che si stava pubblicando.


Mi sono persa tra carte svolazzanti, alcune pieghevoli, altre gelosamente imbustate, rigorosamente ancorate allo spesso rivestimento cartonato e, per lo stupore, ho dimenticato di prendere appunti; poi, dopo alcuni giorni, l’ho ripreso in mano, per tentare di fare una prima schedatura dei documenti preziosi in esso contenuti.
A presentarci il progetto di “Ballyhoo-letterature”, a tutti noto come Declaro, è Rossano Astremo che nel suo interessante saggio, “Con gli occhi al cielo aspetto la neve”, scrive che per Verri «divenne un’ossessione naufragare tra le acque del linguaggio. La creazione del Declaro, un libro che, come il dizionario etimologico di frate Senisio, studiato da Verri negli anni di frequenza dell’Università di Lecce, contenesse un numero indecifrabile di parole, fu per lui l’ultimo grande progetto».
Per Verri, da sempre conosciuto come il “prestigiatore delle parole”, diventava quasi un’ossessione “trovare parole che reggono”; dunque, era un lavorìo pesante e cervellotico quello di usare tutte le parole possibili e rimuovere gli ostacoli al loro libero fluire che era, per lui, come «scoprire… i sassi / che ho sopra le parole/ messe in bocca».
In un ‘altra pagina del suo saggio, Astremo ci spiega la genesi dell’opera che lui stesso definisce il libro assoluto e scrive che «da gennaio a luglio del 1992, Verri cominciò a raccogliere tutto il materiale dei suoi amici poeti, narratori, pittori e fotografi, in tutto 163. A Lecce, in via Candido, presso Astragali Teatro, grazie a Mauro Marino e a Maurizio Nocera, stampa questo quaderno di scritture in trecento copie in un unico oggetto editoriale; esso conteneva tutti gli amici che lo avevano accompagnato in quegli anni» per costruire «un libro di prose che fosse in grado di contenere tutte le parole esistenti».
Ora mi ritrovo tra le mani una delle trecento riviste, chiamarla copia sarebbe un azzardo, la numero sessantacinque, per l’esattezza, che è stata destinata a Pino Refolo, uno dei pochi Sancho Panza disposti ad affiancare il moderno e impavido Don Chisciotte che sognava di fare cultura in un Salento apatico e provinciale, e vedeva con l’occhio di chi va assai oltre. Infatti, il volume che abbiamo preso in esame è del semestre gennaio/luglio 1992 e il materiale in esso raccolto fa parte del “Fondo Internazionale Contemporaneo Pensionante de’ Saraceni”; questo è l’appello lanciato dallo stesso Verri per poter ricevere e pubblicare il materiale in esso raccolto: «si pregano Autori, Editori e direttori di riviste di voler spedire i loro scritti: il materiale che perverrà sarà pubblicato sul semestrale “Ballihoo letterature”. E infatti, nel faldone ho trovato inserite perfino le lettere di accompagnamento del materiale che era stato inviato dai vari autori, insieme alle note esplicative sui dettagli della pubblicazione.
Astremo suppone che se la morte non fosse arrivata così presto, «per asintoto, con devozione, fatica e sudore si sarebbe quanto meno avvicinato a realizzare il sogno proibito, ad aggiungere tasselli di lettere, parole e frasi al suo Declaro».
Una persona che conosceva bene Verri, Antonio Errico, ha scritto: «Aveva un sogno Verri: chiudere in un libro il mondo, costruire un universo di parole regolato dall’ordine del ritmo, del suono, della modulazione. Sognava di generare un Declaro, un libro poroso, una grande bolla, che pulsa, eccede, s’ingrossa, s’infiamma, che chiude dentro sé l’inizio e la fine, l’urlo e il silenzio, le storie che mai nessuno ha raccontato, le pagine dei libri che nessuno ha mai scritto; pensava di assoggettare la bufera di parole burbere tempestive idiote inattuali, comode e scomode, umili e vanitose».
E un’altra persona più vicina a lui, il fratello minore Luigi, in un ‘intervista rilasciata a Irene Bevilacqua, riferisce che Antonio «ripeteva sempre di avere un grande progetto a me e ai miei. Aveva qualcosa in programma… il Declaro, ma non ha mai svelato per bene di cosa si trattasse. Aveva in serbo qualcosa di proprio grande. Lo avrà detto spesso una decina di giorni prima della sua morte».

Maurizio Nocera, personaggio chiave per conoscere l’universo dell’autore, mi ha spiegato nei dettagli il modus operandi di Verri: egli prendeva dei giornali come il Corriere, il Quotidiano ed altri, ritagliava parole o piccole porzioni di testo a caso e le inseriva in una scatola; con i vocaboli selezionati costruiva il pezzo anche se esso si riferiva a tutt’altro argomento rispetto a quello riferito dalle “tessere” di cui era composto.


Lo stesso Nocera mi ha confidato come Verri gli avesse esplicitato il metodo con cui lavorasse al suo Declaro, utilizzando l’immagine metaforica di una bella pigna di cui si scartano le squame ed esce il frutto più piccolo; occorre, quindi, squamare il tutto per apprezzare il frutto nella sua interezza.
E ci piace immaginarli, tutti e due, impaginare, mentre Mauro Marino fotocopiava e personalizzava, spesso, il materiale con disegni e mi sembra quasi di assistere a tutto il fermento brulicante di pagine e pagine che via via davano corpo al lavoro sperimentale.


In apertura del faldone trovo esposto, in sintesi, il progetto editoriale e partendo dall’etimologia della parola Ballyhoo, ovvero baccano, chiasso, scalpore, gli autori alludono a un «manifesto cannibale nell’oscurità, pubblicazione non ufficiale per il piacere di condividere i propri interessi, fare magazine». Da tutto il Salento doveva partire un moto propagatore verso l’Italia e l’Europa.
E in un documento contenuto nel faldone, a firma dello stesso Verri, troviamo la testimonianza stessa del lavoro appassionato e frenetico della raccolta e sistemazione del materiale pervenuto: «viviamo e lavoriamo insieme per dodici ore al giorno. La rivista è sempre aperta. Questa rivista vorrebbe essere una summa dei nostri tempi, qua può succedere proprio di tutto. Le armi? Una xerox, molta carta, delle matite, fiuto, chiedere qualcosa a tutti, finte rivolte, delusioni, piaceri, stupori, nuovo gusto, fanzine».


Segue l’indice degli autori che, come dice Verri stesso, «non comprende tutti e nemmeno è da considerare attendibile il numero dato per i disegni originali: è un gioco, infine, bizzarro e per eccesso» e l’indice è generale e riguarda i lavori originali che sono sparsi nelle trecento riviste (una diversa dall’altra) e così «il fondo potrà dare un panorama abbastanza vasto degli Autori e dei movimenti Contemporanei».


Sono presenti serigrafie, disegni originali, incisioni, fotografie, lettere, saggi e atti di convegni, il tutto intervallato da poesie di Vittorio Pagano, Vittore Fiore, Salvatore Toma, Emilio Villa e tanti altri.
Appaiono, come in una visione, i disegni di Conversano, le foto di Fernando Bevilacqua, Brancher con un testo sperimentale creato per OU.LI.PO, movimento nato nel 1960 per proporre nuove forme letterarie al di fuori di preoccupazioni estetiche e semantiche, materiale di Calvino per Queneau.
Interessanti sono gli interventi di Vittorino Curci, Danilo Dolci, Walter Vergallo, Francesco Saverio Dodaro, Aldo Augieri, Ennio Bonea, Fabio Tolledi, un racconto di Gino Pisanò, un intervento di Cesare Garboli su Sandro Penna. E ancora, una poesia di De Iaco, scritti di Eugenio imbriani, Piero Rapanà e Alessandro Laporta.


Particolare attenzione viene data alle minoranze Linguistiche come quella albanese ed è lo stesso Verri che lancia una domanda insidiosa: «quale e quanta poeticità credi ci sia depositata nell’inconscio collettivo di un’ etnìa separata?», a cui avevano risposto venti autori dall’ Europa con poesie di Horia Liman, Aldo Bello, interventi di George Lapassade in occasione di un seminario tenutosi nell’aprile 1992 sul “neotarantismo” dei Sud Sound System; per ciò che concerne sempre la lingua e le minoranze linguistiche interessante è il materiale sul griko con una trascrizione, oggi non facilmente reperibile, della Passione.


Sono contenuti anche gli atti di convegno su “Sociologia e società in Albania”, tenutosi a Lecce dal 5 al 7 dicembre 1992 al teatro poesia Astragali a cura di Marino e Rapanà.
Lo studio di Gigi de Luca, ovvero i dieci libri de “La fabbrica del Mondo” di F. Alumno viene smembrato nelle trecento copie in egual misura, in perfetta sintonia col “metodo” di questa rivista, ovvero quello della «dispersione dei testi».


Ognuno dei trecento cartoni apre con un’opera di Guglielmo Scozzi ed è firmata dal direttore, Antonio Verri.


Non è semplice comprendere le modalità operative che sono alla base della progettazione e realizzazione del Declaro e Verri ci indica la via da seguire e ci dà degli indizi partendo dallo studio delle variazioni di Jhon Cage, il compositore statunitense da lui amato, la cui opera è stata centrale per l’evoluzione della musica contemporanea, definito giustamente il compositore inventore.


«Cage ha ideato il “pianoforte preparato”, cioè un pianoforte sulle cui corde sono applicati svariati oggetti in modo da ottenere effetti timbrici inediti e la sua sperimentazione non si è limitata tuttavia agli strumenti, ma ha compreso i concetti stessi di suono, concerto; in particolare, egli ha introdotto nella composizione la dimensione casuale, aleatoria. Cage diceva «la musica, non la composizione»; egli volle proporre un ascolto nuovo, una pratica centrata sul fare esperienza della musica piuttosto che capirla. Il ricorso al caso costituisce una costante del lavoro di Cage e l’elettronica e l’informatica hanno permesso negli ultimi anni della sua sperimentazione a una estensione della disciplina dell’alea grazie all’automazione delle operazioni casuali necessarie alla genesi del brano, quindi un unico programma informatico suscettibile di infinite variazioni».


In effetti, si può istituire un parallelismo tra la musica di Cage e il metodo di lavoro che è alla base del Declaro partendo già dal concetto base che se per Cage era più importante l’effetto musicale della composizione, allo stesso modo per Verri era più importante la parola rispetto al testo; fortunatamente, la “copia” che mi è capitata tra le mani è una delle sole cinque riviste in cui Verri ha veicolato le variazioni Cage, come scrive lui stesso sulla prima pagina della stessa.


Secondo quello che lui definisce «metodo di dispersione dei testi», è come se il poeta di Caprarica avesse messo sul tavolo del materiale in maniera casuale e accostando i singoli pezzi in tante possibili combinazioni in maniera aleatoria «per questa specie di festa bizzarra» come scrive lui stesso, «dopo aver cominciato dai fogli, facendo volantinaggio»; doveva essere un generatore casuale, un assemblaggio di forme artistiche differenti e varie secondo un modello di neoavanguardia e le variazioni di Cage indicano la strada della sperimentazione.


Per questo nel Declaro ritorna come un mantra l’espressione di Verri «conosco tavoli rettangolari e tutta la mia vita gioca su delle stringhe che continuamente sostituisco», che ritorna nelle varianti, «e questo vorrebbe essere sempre un programma sostituzione stringhe: ripeto: questo è un programma sostituzione stringhe, ripeto…» e i fogli sono i tavoli. Tutto ciò è inserito in un racconto in cui ci sono personaggi che si chiamano Paradiso e Violet e si parla di un manifesto e di una commedia.


Se vogliamo entrare meglio nei dettagli tecnici definiamo una stringa, di testo in questo caso, come una successione di caratteri alfanumerici. Un programma sostituzione stringhe è un programma che prende un file, lo apre, cerca all’interno una determinata stringa, quindi un determinato testo, e lo sostituisce con un testo nuovo.


I programmi di questo tipo funzionano proprio in questo modo:
-si entra all’interno del file;
-si cerca la parola che serve;
-la si sostituisce;
-si esce e si salva il file.


Tutto questo avviene grazie a quelli che prendono il nome di ‘cicli’, quindi qualcosa che si ripete fino a che è necessario, solitamente per un tot di volte.
Capita, ahimè, che troppo spesso, questo tot di volte, per un errore di scrittura del codice, diventi infinito. E quindi il programma va avanti all’infinito, letteralmente, fino a quando non è la mano umana stessa a fermarlo!


Nel Declaro sembra esserci stato un tentativo di sostituzione però fallito, in quanto il programma non si ferma ma entra in un loop e continua ad aggiungere all’infinito sempre la stessa frase come se il programma si fosse inceppato.


Ci piace pensare che proprio ciò accadesse nella mente di Verri, ovvero la volontà di offrire un programma che, all’infinito, raccogliesse tutte le sollecitazioni provenienti dai più disparati ambiti culturali per trasmettere il concetto di una cultura non statica ma che procede e si sviluppa per sollecitazioni continue, in questa ricerca incessante della parola, di tutte le parole possibili, di cui Verri voleva essere il manipolatore proprio grazie, appunto, al Declaro.


È un po’ quello che mi è accaduto, come potrebbe succedere a qualsiasi altro lettore, nel cercare di districarmi nella lettura labirintica dell’opera, per cui sono stata costretta a interrompere spesso la lettura e l’analisi del Declaro per muovermi tra lo studio di Cage o la ricerca del significato della parola stringa, disperdendomi tra definizioni e contenuti di ricerca che afferiscono ad ambiti spesso diametralmente opposti.


Anche le trecento riviste sono trecento possibili combinazioni di tutto questo materiale.
Il finale del Declaro ci stupisce nella grandiosa novità con cui si proponeva al pubblico, senza la consapevolezza, forse, di quello che Verri aveva creato e lanciava, così, una sfida ai lettori di quel periodo e a quelli futuri: «abbiamo tentato una rivista delle cose che ci sono care, una pagina più ampia, un respiro diverso…Non volevamo fare altro. Molto artigianale, irregolare, imperfetta. Lavorata, amata, sempre aperta. In teoria, ancora aperta».
Proprio così, ancora aperta.

Leave a Reply