(a cura di Mimì Mastria)
La crisi del ruolo sociale della poesia continua a permeare il mondo dell’editoria e quindi della lettura. Oggi la poesia sembra interessare molte meno persone che in passato tanto che i nomi dei poeti contemporanei riconosciuti come tali sono noti solo ad un pubblico alquanto ristretto.
Così sostiene Luca Vaglio in un articolo di qualche anno fa: “Non è secondario notare che la progressiva perdita di visibilità e di rilevanza collettiva della poesia in Italia, verosimilmente, inizia a farsi più acuta tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, quando alcuni dei poeti maggiori di quel periodo, quali Vittorio Sereni, Attilio Bertolucci, Giovanni Raboni e Antonio Porta si trovano in una posizione di forza all’interno dell’industria culturale, ricoprendo ruoli di vertice presso editori come Mondadori, Bompiani, Guanda e Feltrinelli. Quali sono le ragioni di un cambiamento così rapido? Il bon senso ci dice che la domanda potrebbe avere una risposta, almeno non una risposta chiara, immediata e lineare […]
E’ interessante rilevare che questa dinamica si concretizza in anni in cui si pubblica moltissima poesia, quanta probabilmente non se e è mai pubblicata in precedenza. Infatti, se è vero che i grandi editori hanno nel complesso ridotto lo spazio per i poeti italiani contemporanei, c’è anche [da dire] che oggi nel nostro paese viene stampato un numero assai levato, e difficile da censire, di libri di poesie presso editori piccoli e a volte piccolissimi. E, va da sé, con i più diversi modi e livelli di scrittura. A questo si aggiungono le poesie pubblicate dai blog letterari, alcuni di qualità e apprezzati dalla comunità degli scrittori, sui siti personali e nei social network. In sintesi: mentre la poesia perde visibilità e prestigio, proliferano le pubblicazioni […] Forse abbiamo di fronte soltanto i primi esiti dello scossone che internet e i media digitali, tra luci e opacità inevitabili, hanno dato alla produzione e alla circolazione della conoscenza, alle dinamiche della politica, della società e della identità individuale. Probabilmente sta nella logica delle cose che, quando si fanno più inclusivi e aperti i modi per acquisire le informazioni, ci siano modifiche e fasi di assestamento nella produzione dei contenuti” (Un popolo di poeti, ma chi li legge oggi? Gli stati generali.com, 29 maggio 2015).
All’ultimo salone del libro di Torino, dopo due anni di pandemia l’affluenza dei lettori è stata significativa. Gli editori hanno prodotto ben oltre 60.000 titoli. Ce ne eravamo accorti che in questi due anni di chiusura in casa molti si sono dati alla scrittura, pochi in verità alla lettura visto che in questi mesi personaggi di ogni tipo, dai giornalisti ai medici, dagli attori ai cantanti, dagli sportivi ai magistrati hanno fatto a gara per essere presenti nelle trasmissioni televisive per presentare i loro libri. Non discutiamo sul valore del prodotto ma è evidente che le case editrici si sono date da fare per pubblicare saggi, biografie e qualche romanzo di personaggi per così dire “vendibili”. Poca la poesia. In verità sui social spopola, ma in concreto gli autori nella maggior parte dei casi pubblicano le loro opere a proprie spese. Sono pochissimi gli editori che spingono qualche poeta verso il grande pubblico, a meno che non sia già conosciuto o appartenga al mondo che frequenta i salotti della TV. Tra l’altro ad editare i poeti sono soprattutto le piccole case editrici guidate da giovani volenterosi che credono nel valore della poesia in quanto espressione del mondo interiore, lettura della realtà e veicolo di messaggi che dovrebbero concorrere a valorizzare una umanità fondata su una nuova etica.
E’ evidente che chi vive nelle aree più vicine alla grande editoria è favorito, basti dare uno sguardo alle riviste più significative, i poeti citati sono per la maggior parte del centro-nord del Paese, il sud è praticamente escluso. Ma davvero possiamo credere che non ci siano poeti e poetesse di spessore anche in questo Meridione che continua ad essere emarginato sul piano culturale? Io non credo che sia così. Nel nostro territorio ci sono persone valide che meritano di essere apprezzate, uomini e donne di talento che dovrebbero essere conosciuti. Sta a chi ama la poesia favorire la diffusione di raccolte che fanno bene all’anima, che esprimono sensazioni che riflettono una realtà frustrante ma sanno cogliere l’essenza della vita, della natura, degli affetti, senza sentimentalismi, con parole nuove, vicine al vissuto, cariche di significati pregnanti, allusive, simboliche. I nostri poeti non hanno nulla di meno di tanti altri ben noti ad un pubblico più vasto perché sono riusciti ad inserirsi nel mondo dell’apparire. Non possiamo che essere grati ai nostri giovani e coraggiosi editori che pubblicano le opere di questi nostri talenti. Ricordiamoci dei tanti poeti, tali per noi, che sono passati, ma misconosciuti se non annullati dall’emarginazione, dalla derisione, dall’esclusione. E mi riferisco a personalità come Salvatore Toma (se non ci fosse stata Maria Corti chi l’avrebbe fatto conoscere a livello nazionale? E potrei dire anche a livello locale!). Dobbiamo sempre considerare la grandezza dell’opera e dell’uomo dopo che è morto? Scrolliamoci di dosso quest’aria di sufficienza nei confronti dei nostri amici poeti. Non aspettiamoci riconoscimenti dagli accademici di turno pronti a tagliare fuori chi non appartiene al loro rango, sempre disponibili ad incensarsi a vicenda nelle manifestazioni pubbliche ma in concreto a dare prova della loro insignificanza. Siamo noi che dobbiamo dare valore alla poesia, riconoscendone la bellezza, scambiandoci le opinioni, facendo critica costruttiva. Naturalmente non tutta sarà grande poesia, ma la condivisione diventa lo strumento per far emergere chi sa fare poesia. Bisogna diffidare da chi giornalmente pubblica sui social le proprie composizioni, la poesia è fatica, scavo interiore, manifestazione di dolore come di gioia, stupore e meraviglia. La scrittura poetica lavora sul linguaggio ed è necessario che possa arrivare con immediatezza. Una sintassi complessa, l’uso esasperato di analogie, metafore e sinestesie non avvicina il lettore immerso in un contesto socio-tecnologico in cui la comunicazione si fa sempre più immediata. D’altro canto proprio una sorta di neo-ermetismo sembra prendere diversi poeti chiusi in una bolla di autocompiacimento nel sentirsi elite rispetto ad un lettore “medio-basso”. Ciò allontana chi non ha gli strumenti per decodificare quel linguaggio, ed è forse questa una delle risposte al fatto che la poesia vende poco. Non intendo dire che la parola debba essere banale, la buona e bella poesia è espressione di ben altro. Basti guardare alla scrittura dei poeti americani o di altre nazioni europee che si leggono con piacere, senza perdersi in cerebralismi e sofismi. E poi, vendono anche tanto. E’ necessario leggere quei poeti per apprezzare i nostri ed imparare a riconoscere la vera poesia. Guardo con ammirazione a tante donne che stanno emergendo superando quello zoccolo duro che finora le ha tenute nel sommerso, e mi riferisco ad alcune figure del nostro Salento come Luigina Parisi, Anna Rita Merico, Maria Cezza, Pina Petracca ed altre che con la loro personalità ed originalità di temi e forme di scrittura stanno arricchendo la nostra cultura, senza dimenticare i poeti come Biagio Liberti con la sua estemporaneità e ironia, Paolo Vincenti con le sue immersioni nel passato classico e le sue riemersioni satiriche e irriverenti, o il compianto Cosimo Russo, poeta del sentimento profondo.
Torniamo a leggere la poesia per comprendere più da vicino i movimenti della riflessione sulla Vita, sui cambiamenti esistenziali, sui nostri intimi pensieri. La poesia è mutamento di sguardo, è visione di interiorità, è registrazione del battito vitale che ci connette al tutto del nostro essere, leggiamola, dunque, per comprender-ci e soffermarci sul senso del nostro andare. La poesia è sempre fuori dal mercato, è sempre a lato di ogni andare. La poesia scrive il cuore della realtà ma si posiziona al margine della realtà, ciò è nella natura del suo essere. Leggiamo poesia per accogliere quell’angolo ai limiti che ci tira nel dentro di noi, per educare l’occhio al desiderio di soggettività in un momento storico in cui l’omologazione e l’apparire dettano solco.




