(a cura di Tina Cesari)
Nicola de Donno così scriveva nel finale di una poesia intitolata A Bbodini:
Ve ne sciati li meju, oju cu ddicu,
tajati stu Salentu a llu viddicu,
de le vìscere vosce, pe ccittà de briosce,
de ministeri e dd’università.
Nu bbasta se ve strusce sentimentu
de nustargìa, nu bbasta carità.
Lu postu veru de combattimentu,
lu postu de curaggiu e dde umirtà
è dde ci rresta, nu cci se ne va.
Ve ne andate i migliori, voglio dire,
tagliate questo Salento a l’ombelico
delle viscere vostre, per città di briosce,
di ministeri e di università.
Se vi strugge sentimento
di nostalgia, non basta carità.
Il vero posto di combattimento,
il posto di coraggio e di umiltà,
è di chi resta, non chi se ne va.
(trad. a cura dello stesso autore)
Viene qui proposto un dilemma che si pone da sempre, ovvero quello di restare nella propria terra, il Salento, che il poeta definisce ombelico del sud del sud geografico e politico, tacco di stivale mutilato da cui se ne va l’emigrante dialettale, e quindi accettare la vita di provincia, statica, sempre uguale, oppure andare via, respirare l’aria della novità, cercare e mettere in pratica nuove idee, progettare.
L’inerzia della vita di provincia impedisce quasi di sognare, di realizzare ciò in cui si crede: «… ecco, fate solo quel che vi incanta…», questo scrive Antonio Verri di Caprarica di Lecce, poeta, scrittore, pubblicista, infaticabile operatore culturale, prematuramente scomparso nel 1993 a causa di un incidente.
Accanto al suo amico poeta magliese Salvatore Toma, è annoverato tra i poeti maledetti, anzi i selvaggi salentini. Ora bisogna cercare di comprendere in cosa consista questa sorta di maledettismo che accomuna i due poeti e che li avvicina anche allo stesso Vittorio Bodini.
In un contesto come quello della provincia dove, per usare le parole di Verri, «si passa il giorno con falsità, ipocrisia e sole che scotta», chi come lui, voleva attivare un cambiamento, non poteva che apparire a dir poco stravagante.
Fare vera poesia e letteratura, contro la poesia che lui definisce «da passeggio o da paesaggio», svincolarla dall’appannaggio dell’Accademia, fare militanza culturale, scoprire nuovi talenti: questa era la missione del presunto poeta maledetto.
La disperata ricerca di fare qualcosa di nuovo per evadere dall’ambiente chiuso e ristretto della provincia salentina, lo costringe ad ammettere che «c’è troppa pace al Sud/e poi c’è troppo Sud e basta», in un componimento che fa parte della sua raccolta poetica Il pane sotto la neve, pubblicata nel 1983 e riedita dalla casa editrice Kurumuny .
Sulla vecchia via Malennia piano piano
col Galateo in spalla
riluttante
non è una mezzaluna al cortisone
tra grosse palle turche e vecchia gente otrantina
e c’è anche la Rina e poi la Corti, ma molta molta
tremenda umanità.
Più in là c’è mia madre. Che è rissosa e tremenda anche.
Ha spalle così la mia gente e i martiri negli occhi.
C’è anche l’Alfredo di cartapesta
sulla vecchia via Malennia, col suo tonfo al cuore
ma pronto a fuocheggiare. Di santi vive, di gesso dico!
Apre la Mezzaluna un suo discorso
noi non abbiamo tempo e siamo troppo rissosi
credo
sulla vecchia via Malennia piano piano
con nostra madre ammattita dal dolore.
C’è troppa pace al Sud
e poi c’è troppo Sud e basta. Anzi no. C’è la gatta Giulia
esasperata
quando anche due figli e un treno e l’orzo e il riso
cinque acini di grano sopra il letto
il numero tre o toccare il pazzo che porta fortuna,
non bastano, e invecchiano madre mia.
Sto con te, lo sai, e col tuo vecchio cuore di contadina
ma cerco, e devo cercare madre, continuamente
modi nuovi o parole di sangue. Tu, se vuoi,
pensa pure a linguette di rosso pomodoro
o ai tuoi rossi tramonti di giovane sposa.
Il monito di Verri contro l’immobilismo della cultura salentina meglio si esplica attraverso le parole tratte da un articolo comparso nel maggio del 1977 sul giornale “Caffè Greco”, fondato da lui stesso: «il primo verbo della meridionalità dovrebbe essere l’umiltà, quello della salentinità solo questo: rimbocchiamoci le maniche… abbiamo una brutta gatta da pelare: la nostra provincia».
E nello stesso articolo chiarisce meglio il concetto di provincia: «provincia è quel paese strano e disperato attraversato da altrettante strane, disperate e meravigliose energie…provincia è anche l’oggetto di una violenza, di uno sfruttamento intellettuale perpetrato da chi ha interesse che sia così e solamente così: violenza e sfruttamento della cultura locale, che è mortificata e degradata da una sempre continua concentrazione di potere culturale».
A proposito di “Caffè Greco”, egli aggiunge «quel che vogliamo darvi è un giornale incontro in cui confluisca tutto ciò che c’è di buono e di vivo nel nostro Salento… cerchiamo di essere storici di noi stessi, di vederci dentro, di parlarci, di chiarirci, quanto più è possibile tutto il possibile».
Difendere la funzione sociale della poesia, per non renderla succube dell’editoria, diventa l’obiettivo promosso con la pubblicazione del “Quotidiano dei poeti”, stampato a Maglie dal 1989 al 1992, con il quale Verri si prefiggeva di creare un giornale che quotidianamente offrisse le poesie ai lettori, per andare oltre i confini degli addetti ai lavori; soprattutto, egli intendeva stampare una rivista che partendo dalla periferia si diffondesse in Italia; infatti, venne distribuita anche a Roma, Milano, Napoli e in altre città italiane.
Ecco spiegato forse il suo maledettismo che consiste nel farsi promotore di un differente modo di fare e promuovere cultura e del tentativo di farla uscire dai confini angusti del territorio.
Il pane diventa, così, il simbolo di quella linfa vitale con la quale egli vorrebbe nutrire il suo Salento e il titolo della raccolta Il pane sotto la neve, può suggerire l’ accostamento a uno dei romanzi di Ignazio Silone, intitolato, appunto Il seme sotto la neve.
Il protagonista, Pietro Spina, perseguitato e clandestino in fuga, compie un semplice gesto vedendo un piccolo seme germogliato in una zolla di terra qualsiasi, non terra scelta e lui, per aiutarlo a sopravvivere, fa sciogliere un po’ di neve per fornirgli l’umidità necessaria.
Ci piace pensare a un Verri che, come il protagonista del romanzo, con la sua silloge poetica Il pane sotto la neve, vorrebbe svolgere un’operazione analoga ovvero far nascere la cultura in un terreno qualsiasi, non quello preparato solo per accogliere la cultura «dell’arroganza».
Ma questa sua rivolta, questo suo desiderio di vedere nascere il pane sotto la neve, cioè di vedere nascere qualcosa di vitale nell’immobilismo culturale salentino, si traduce in versi efficaci come questi: «Oh, come faccio a spiegarti che qui il niente non può trovare casa, che non siamo molto distanti dalla vita o che solo questo è la vita». E «a chi ha svenduto lo stupore di un tempo», per citare un suo famoso verso, il poeta risponde:
Se qualcuno ti parlasse di un mondo che ormai
gira sul niente, ti prego, stringi i pugni
mangiati il cuore parla delle ragazze di crema
dei loro fiori in petto, delle melodie di velluto
dei bazar in piazza a Martano
caccia le unghie fai capire che volevamo
fare della poesia di lotta, con Conversano,
dei treni che vanno a Milano, del fustagno
che vestono i poeti, delle croci di mia madre
e che il niente da noi non è innocente
dei lupi mannari, delle tue notti
da strega, di Bodini dei peperoni
o di quando ci aggiustiamo il sole in testa ai lupini,
dei barattoli di camomilla per l’inverno
delle mele cotte dei nostri cortili dei Turchi…
Un aspetto complementare alla vitalità linguistica e stilistica, di cui ci sarebbe tanto da dire è, in Antonio Verri, questo quasi fanciullesco e sognante approccio alla vita; in una lettera ad Aldo Bello, egli scrive: «Credo negli occhi spalancati dal sogno, nei buoni versi che riscattano da ogni deficienza».
Se pensiamo che uno dei libri che hanno appassionato l’avido lettore Verri è stato un autore della beat generation, Jack Kerouac, non ci stupisce di trovare espresso questo pensiero del protagonista, che è anche quello del poeta di Caprarica, nel suo celebre romanzo, intitolato On the road: «correvano insieme ma allora, danzavano lungo le strade, leggeri come piume, e io arrancavo loro appresso come ho fatto tutta la mia vita con la gente che mi interessa, perché per me l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle…».
E’ così che l’incanto continuo in cui Verri vive, attraverso la poesia, si materializza nei personaggi da lui creati o rivisitati come Antonio De Ferrariis, detto il Galateo, grande figura di umanista, intellettuale a tutto tondo, greco e salentino.
Insofferente, come lui stesso dice, all’ipocrisia, l’adulazione, il fabbricante d’armonia, il Galateo viene definito come «un uomo deciso ad apprezzare tutto il bene della vita», «anima inquieta, seppure armonica, col piacere e il gusto della vita». Non è questo, forse, un fedelissimo autoritratto dello stesso Verri?
Il credo del poeta non si manifesta forse nell’espressione dello stesso Galateo, «amo chi ha fede nella ragione, nella sete di conoscenza, nella giustizia, nella libertà»?
Insieme a Verri, nell’ impresa, quasi titanica, di ribellarsi alla staticità e all’ ipocrisia della vita di provincia c’è il poeta magliese Salvatore Toma, al quale egli è legato da un’amicizia viscerale, dallo spirito libero, oltre che dal senso della rivolta destinata, purtroppo, al fallimento.
Il poeta dei liburni e dei corbezzoli, così Antonio Verri lo definiva, a Maglie in un bosco di querce, denominato “Le Ciancole”, scriveva versi sulla sua quercia prediletta.
In Toma c’è una ricerca disperata di libertà e per questo scrive più volte di essere nato libero, nonostante la falsità, l’inattività di chi lo circonda e giudica sempre ogni suo gesto e il senso della rivolta altro non è, in lui, se non un appello tragico al rispetto della sua persona e di ogni altro essere vivente e spesso questo atteggiamento verrà frainteso.
Ci alletta invece l’idea di presentare l’aspetto vitalistico e la passione per la natura di contro la visione del poeta maudit, che spesso lo ha consacrato alla critica, a partire dalla pubblicazione, per Einaudi, del suo “Canzoniere della morte”, così battezzato dalla studiosa Maria Corti. Invece, perfino quando parla di morte, il poeta dice che «voler morire è voglia disperata di vivere», e come «chi tutto conosce voglio godermi la vita».
Dunque, egli ci invita tutti a «non pensare alla morte ma a pensare al domani che così inevitabilmente risorgerà e non ti parrà vero» e persino quando pensa alla sua morte, come nella poesia “Canzone in allegria”, egli scrive che un giorno “sarò albero e radice”:
Un giorno
Sarò albero e radice
sarò terra contesa.
Mi vorranno i vermi
i lombrichi le stelle
sarò cosa che cambia
chissà cosa diventerò.
Sarò fiore o montagna
o terra da cemento
per un buon palazzo
eppure un giorno ero vivo
e ho visto il mondo
eppure un giorno ero vivo
e ho visto il mondo.
Salvatore Toma, il cantore dell’amore e della vita, si rivolgeva alle rondini dicendo: «non andate alle mie stupide città, per guardarvi non hanno mani i cuori» e sentiva la primavera con anticipo «nei capelli distratti di febbraio»:
La primavera
ormai applaude
nei capelli distratti di febbraio
simile a un areo colmo di fiori
che nevica sui fiumi a propaganda.
In una cellofana di rugiade
trillano
gli asfodeli.
In questo lenzuolo di lieve
è prepotenza il mio sospiro.
Questo amore gli fa dire che «la natura, tutta la natura è tua. Difendi il tuo diritto alla vita! Difendi le sue dolci meraviglie!», e lo induce a favoleggiare che «prima che gli uomini lo corrompessero, il mondo era troppo generoso e nella pace soleggiava la pietà e nulla di male era possibile». In lui, insomma, c’è una voglia struggente di «fiorire, fiorire, fiorire a non finire».
Persino la fine del mondo non sarà una catastrofe colossale ma «la terra si trasformerà in un prato verde fiorito infinito e gioioso».
Quindi, il suo presunto maledettismo non è altro che, un po’ come in Verri, desiderio di valorizzare tutto ciò che di dirompente esiste nella vita, andare oltre l’ambiente provinciale, borghese e ipocrita della sua città.
Non pochi sono i testi poetici dove compaiono le frecciate e gli strali che lui stesso lancia contro i magliesi mentre succhia il nettare proprio da quella natura da cui attinge energie.
Ed ecco che noi vediamo spuntare qua e là dei fiori che nascono comunque e dovunque, a dispetto di tanta barbarie, di un mondo che “non vuol sapere/ se sei di nuovo innamorato”.
Tutta la poesia di Toma profuma di fiori, spesso citati in compagnia di animali come il falco lanario che si aggira “tra le spine e i papaveri” e “fra gli ulivi e il raro verde”, mentre, nei ricordi di un viaggio, “il Tevere scorreva silenzioso/tra i papaveri e il grano”; poi, ritorna incombente il pensiero della morte mentre nelle campagne “una ruspa enorme/ selciava tra i papaveri/un abisso”.
Nella silloge “Ad esempio una vacanza. A Babi”, nel guardare il mare tra “le ginestre e le ortiche /che lentamente col buio/fan tutto un odore di mare/non vorresti sapere /che c’è pure la morte” e “persi in un giro di odori/ che fan la salsedine/ e l’erba del mare/ ti mette un piacere /di fare l’amore con tutte le creature /coi gabbiani coi pesci/col fresco dell’aria /anche con le ginestre/ tornate come per miracolo/a luccicare distinte”.
Si accanisce, in particolar modo, contro chi non si lascia sedurre dallo spettacolo della natura e ad un interlocutore sconosciuto si rivolge scrivendo: “ti entusiasmava / inorgogliva il pensiero inconcepibile/ del mistero il verde ottuso/ dell’Amazzonia o il caldo dei deserti/ ma oggi ti basta la tua cravatta/ costosa e la tua giacca di lino/ l’acquisto di una dozzina/ di camicie d’autore. Che cosa/ ti è accaduto? Come hai potuto/ perderti venderti?”.
Invece, a lui basta ammirare il miracolo che si rinnova ogni giorno, quando, “dai rami dalle foglie/ tra il rosmarino odoroso/ e i cespugli dell’erica/ perseguiva la goccia di rugiada/ il refrigerio/ la vita a cui rinnovarsi/ sperare un altro giorno.
Altrettanto toccante è il tema dell’amore che, teneramente, gli fa scrivere «la mia è una donna favolosa. Pur di non perderla rinuncerei ai miei versi» e «come gli uccelli sono in cerca febbrile del nido», così lui è in cerca del lontano amore che egli stesso definirà «mio caro amore bellissimo infinitissimo irraggiungibile amore». Toma è perennemente legato a questo sentimento tanto da dire: «cerco una donna a cui scrivere lettere d’amore, la voglio già innamorata».
«Non si può soffocare un amore, lo si può ritardare, nascondere subire o soffrire in silenzio, ma alla fine trionfa»: ecco sintetizzato il pensiero di Salvatore su questo tema, centrale nella sua produzione poetica per cui il bacio diventa «quel belato di mansuetudine che trafigge la nostra anima quando la ragione pascola nel cuore».
L’umanitarismo del poeta, poi, è evidente nei suoi pensieri: «in diciannove anni di vita ho commesso diciannove secoli di errori. Ciò di cui non mi pento è di aver amato gli uomini invano» e arriva amara la considerazione che «gli uomini sentono il dovere di considerarsi uguali davanti alla morte e contrari alla vita. Oh, come tutto dovrebbe mutare perché subissimo nella vita quella fratellanza che ci procura la morte». E arriviamo, così, alla palingenesi finale con il proposito, quasi utopistico, ma profondamente sentito: «un giorno di questi farò di tutto, tutto farò filare liscio, i pensieri e gli occhi anche le nuvole raddrizzerò».
Il poeta scrive, così, questa poesia che può essere considerata il suo manifesto poetico e di vita:
Agli indiani d ‘America
Arriverà la vita
arriverà
arriveranno le grandi cime
mosse dal vento
l’azzurro dei fiumi
e la neve
e i giorni senza peccato.
Arriverà
la squaw dei tuoi pensieri
l’anima ideale
i figli ideali
e la vita.
Arriverà la primavera
coi suoi fiocchi rosa
come se avesse partorito
la femminilità.
Arriverà la gioia di vivere
a costo di morire.
Ritorneranno le mandrie di bisonti
a ricordarci i polveroni americani.
All’orizzonte
li avvisteremo come
una enorme traumatica onda gialla.
Ritorneranno gli indiani
i bambini chiassosi
con gli archi finti fantasiosi.
Ritorneranno
le squaw a lavare i panni
sulle rive dei fiumi celestiali
e il cane randagio fra le tende
che nessuno si sogna di cacciare.
Ritornerà
la vista dei castori
innocenti roditori di tronchi
e le loro tane
le loro gallerie
l’aria delle praterie
e l’odore leggendario
dello sterco dei cavalli.
Ritornerà
il pioniere costruito d’avventure
di partenze di speranze
di terre promesse.
Arriverà la vita,
arriverà,
palazzi città auto ferrovie
saranno dilaniati come antilopi.
Il leone che è in noi
ruggirà in maniera mai sentita
sbranando uomini e donne
bambini invecchiati
e vecchi arroganti
malati di dominio.
Arriverà la pace
il silenzio mosso
da un canto divino.
Ci sentiremo lo stomaco
svuotato di carni
non avremo bisogno di mangiare
respireremo vento
aria neve gelsi
il selvatico che è in noi
prevarrà.
La verità
arriverà.
Ritornando a Verri, il suo atteggiamento ambivalente verso il Sud in qualche modo è assimilabile a quello di Bodini, e in questa costante lotta per il rinnovamento egli riconosce la sua figura come padre che intendeva incidere «su un terreno sano/un terreno invitante» e che immortala in un verso: «davanti non abbiamo altro/che la nostra terra vergine/su cui Bodini/intendeva operare».
Anche in Bodini, il suo presunto maledettismo si materializza nelle espressioni che connotano il suo disagio: infatti, egli scrive:
Viviamo in un incantesimo,
tra palazzi di tufo,
in una grande pianura.
Sulle rive del nulla
mostriamo le caverne di noi stessi
– qualche palmizio, un santo
lordo di sangue nei tramonti, un libro
lento, di pochi fatti che rileggiamo
più volte, nell’attesa che ci dia
tutte assieme la vita
le cose che crediamo di meritare.
E ancora:
Quando tornai al mio paese nel Sud,
dove ogni cosa, ogni attimo del passato
somiglia a quei terribili polsi dei morti
che ogni volta rispuntano dalle zolle
e stancano le pale eternamente implacati,
compresi allora perché ti dovevo perdere:
qui s’era fatto il mio volto, lontano da te,
e il tuo, in altri paesi a cui non posso pensare.
Quando tornai al mio paese nel Sud
Io mi sentivo morire.
È un Sud dove ci sono «città gloriose di sporcizia e abbandono» e «qui non vorrei morire dove vivere mi tocca, mio paese, così sgradito da doverti amare». In una prosa, intitolata Firenze, egli scrive: «Presi l’ultimo treno della notte per Lecce: proprio quando cadevo in un dormiveglia, qualcosa colpì come un corpo contundente le mie orecchie assopite, qualcosa di lugubre e di bestiale, forse l’urlo di un parto mostruoso. Era la misura sensibile, la forma oggettivante di quella che a me sembrava la mia discesa agli Inferi: e in un certo senso lo era».
Vittorio Bodini è conosciuto, innanzitutto, come grande ispanista e traduttore di autori spagnoli; doveva essere molto apprezzata la sua Antologia dei poeti surrealisti spagnoli, pubblicata da Einaudi, con prefazione di Oreste Macrì se una copia compare in una foto sulla scrivania di Pier Paolo Pasolini.
Oltre che come fine prosatore e poeta non è difficile accostare la sua personalità a quella del poeta andaluso Federico Garcia Lorca, di cui Bodini fu critico e traduttore. Attraverso il suo importante lavoro di traduzione, Bodini ha mutuato dal poeta spagnolo suggestioni comuni che scaturivano, in un certo senso, da un’affinità tra i due poeti. Prima di tutto, il rapporto profondo provato da entrambi per la propria terra, il Salento e l’Andalusia e dalla quale sentono, comunque, l’esigenza di distaccarsi, denunciandone costantemente anche gli aspetti negativi. Tutti e due sperimentano la lontananza dal proprio paese: Bodini, infatti, si reca a Firenze e nel sud della Spagna mentre Lorca a Madrid, poi a New York e a Cuba. Arrivato in Spagna, nel 1946, Bodini riscontra delle affinità tra il popolo spagnolo e quello salentino. Infatti, analogie tra il paesaggio del Sud d’Italia e quello della Spagna sono presenti nel testo bodiniano intitolato “Omaggio a Gongora”:
Cordova è una dolce tempesta
di bianco verde e nero
e in quell’accordo di calce e di limoni e di freschi cancelli
trovo il mio Sud ma con più aperta coscienza
con più aperta tristezza e più valore.
Bodini si trovava sulla soglia dei cinquant’anni quando cominciò a tradurre l’opera grandiosa di Miguel de Cervantes intitolata Don Chisciotte e sicuramente quella stretta convivenza col personaggio, anche lui cinquantenne, deve aver rafforzato nello studioso e poeta leccese la consapevolezza che la pazzia sia l’unica via di fuga per sfuggire a quell’ambiente culturale soffocante che è la vita di provincia. Se, quindi, il cavaliere della Mancha sembra essere impazzito per i libri che ha letto, il poeta leccese rimprovera ai suoi stessi interlocutori il fatto di aver letto poco o affatto. I libri compaiono in un componimento di Bodini:
Non chiamatemi falso
e non più gitano
Non ditemi:
tu non sei il vero Bodini
che andò da Lecce a Milano
per schiaffeggiare il nemico.
Amici, con codesti cuori
alla naftalina,
proprio voi, maledetti
pei vostri libri non letti
aggiungete con finta pietà:
«È l’università che t’ha rovinato».
Che università.
Forbici bianche
tarpar le ali ai pollastri
dei giorni
perché facciano solo dei corti
svolazzi qua e là.
In un’altra poesia egli stesso ribadisce il concetto: «Ahi, più saggi e più folli/vorrei avervi trovati, amici, e consci/di quelle bianche forbici/che l’ali ai giorni tarpano come a /pollastri fanno i loro svolazzi sempre più corti/perché cortamente svolazzino qua e là», dove la follia chisciottesca diventa il punto di forza per provare a smuovere l’atavico immobilismo dei suoi compaesani.
Bodini i cavalieri li vede anche nelle campagne leccesi quando scrive che «un contadino catafratto spruzza/d’azzurro le sue viti». E allora,
vorrei essere un guerriero catafratto
allontanarmi a cavallo
nell’orizzonte;
due suore con la testa di gelsomino
si succhiavano i pollici
trafitti da una spina di rosa.
Tralasciando il discorso sulle competenze di traduzione di Bodini, interessante è comprendere quanto la figura dell’hidalgo Chisciotte fosse congeniale all’animo dello studioso. Nella prefazione all’opera di traduzione quest’ultimo scrive: «Cos’ha da dire del Chisciotte chi per tre anni ha vissuto ininterrottamente sulle sue pagine, calato nella sua strana avventura fino a scordarsi di sé e a far materia della propria vita le buffe ansie, le collere, ma anche la delicatezza, la generosità, la speranza di elevazione?».
Nell’incipit dell’opera, quando Don Chisciotte sembra aver cominciato a perdere la lucidità, i libri vengono bruciati dalla nipote e definiti “maledettissimi” e nel finale lui stesso, «dopo aver ricevuto i sacramenti e sconfessato con molte e efficaci ragioni i libri di cavalleria», lascia detto che la donna dovrà sposarsi con un uomo «che non sappia neanche cosa siano i libri cavallereschi».
C’è un altro verso interessante di Bodini: «il mio sogno dolcemente conduco per mano», a dimostrazione che ci si può comunque allontanare dalla realtà proprio come il Cavaliere dalla trista Figura. Quando, prima di morire, don Chisciotte chiede a Sancho Panza di perdonarlo per averlo messo nelle condizioni di sembrare pazzo, il suo fedele gli risponde che «la pazzia più grande che può fare un uomo è quella di lasciarsi morire, così, di punto in bianco, senza che nessuno lo ammazzi e che non lo faccia perire nessuna altra mano fuorché quella della malinconia. Cerchi di non essere pigro».
Così Bodini, Don Chisciotte e la pazzia diventano tutt’uno. Ecco come si potrebbe giustificare il cosiddetto “maledettismo” presente nei tre poeti che altro non è se non l’incapacità di adattarsi alla vita di provincia, la quale trova una sua manifestazione in Verri nell’attività dell’operatore culturale che cerca di fare militanza culturale, in Toma in questa forma di ribellismo e di provocazione continua nei confronti della borghesia magliese e nella fuga di Bodini che diventa disperata follia di evadere nella dimensione del sogno.






