Salento, terra d’ossa scavate dal vento,
dove il sole esplode come dardo
di Apollo sulle schiene nude.
Qui, il lavoro ha il volto del martire,
mani nodose come radici d’ulivo,
che scrivono sulle pietre
la dura grammatica della sopravvivenza:
un lessico di calli, silenzi, spine.
Nel sudore che cola
come sangue dalle tempie di Ercole,
ogni solco è una ruga del tempo,
ogni seme un’invocazione a Demetra.
Il sole non concede né ombra né tregua:
l’uomo che lavora sotto il cielo del Sud
è fabbro del proprio pane,
poeta di gesti arsi e ciclici.
Il lavoro è supplizio e resurrezione,
Sisifo che ogni mattina
spinge la pietra dell’esistenza,
ma quando il giorno si ritira nella tasca della sera,
la fatica si fa vino, si fa pane caldo,
si fa voce che non chiede, ma è.
O terra, che sai di ferro e d’ambra,
le tue ferite parlano greco, latino, dialetto
ma il lavoro, dolore che scava e solleva,
è la tua lingua più pura,
il tuo inno più alto.




