(a cura di Tina Cesari)
Chiunque si incammini in un percorso di ricerca e di studio del complesso e variegato mondo di Antonio Verri, infaticabile operatore culturale salentino, oltre che poeta e scrittore, sia che si parli delle sue avventure editoriali come quella delle riviste “Quotidiano dei poeti” e “Titivillus”, sia che si faccia riferimento alla pubblicazione di sue opere, in prosa o in poesia, come “Il pane sotto la neve”, avrà modo di confrontarsi necessariamente con la figura di Pino Refolo, magliese, titolare della tipografia Erreci, con sede nella sua stessa cittadina. La sua collaborazione stretta con Verri, in qualità di direttore editoriale del “Pensionante de’Saraceni”, ma anche la sua frequentazione aggiungono tasselli importanti che permettono di ricostruire la biografia umana e intellettuale del poeta di Caprarica; questa breve intervista potrebbe risultate utile per potersi muovere in questa direzione.
A presentarmi Antonio Verri fu Salvatore Toma mentre eravamo in piazza, a Maglie; tra noi da subito si instaurò un rapporto molto proficuo anche se si rivelò finanziariamente impegnativo, visto il continuo moltiplicarsi di iniziative e la frenetica attività in cui mi trovai coinvolto.
Il primo libro che pubblicai di Antonio Verri fu ”Il fabbricante di armonia”, dedicato ad Antonio De Ferraris, detto il Galateo.
In quel periodo facevo parte del distretto scolastico e in occasione di una mostra fotografica sulla cultura contadina, che proposi al distretto, mi venne in mente di chiedere ad Antonio un contributo per il catalogo che accompagnava l’iniziativa. Rimasi colpito, affascinato da quello che Antonio mi portò: era “La cultura dei tao”, quello straordinario saggio in cui Verri racconta le sue, le nostre radici, parla del tempo dei cambiamenti e della materia mitica del “sibilo lungo”.
Venne poi il tempo del “Pensionante de’ Saraceni” formato rivista; il primo numero fu stampato nel gennaio del 1985. La tipografia si trasformò in redazione, il terminale di una fitta rete di relazioni che ci spingeva oltre il confine della provincia, in Italia, in Europa, nel mondo. Avevamo corrispondenti da Bari, da Roma, da Parigi, da Bucarest, da New York, da Còrdoba, da Buenos Aires. Presto, per meglio contenere quel mondo, sarebbe stata la volta del “Corriere Internazionale”.
Parlare di Antonio Verri significa soprattutto e necessariamente avere la consapevolezza della sua reale portata di scrittore e di operatore culturale.
Quello che lui ha osato fare con la scrittura penso che nessuno l’abbia fatto prima nel Salento; neanche le avanguardie nazionali, a mio avviso, si sono cimentate con la scrittura con il livello di consapevolezza con cui si è misurato Verri. Raymond Queneau, James Joyce erano le sponde che lui amava frequentare. Certo, lo potremmo immaginare come membro attivo del gruppo francese “Oulipò”, o della rivista di poesia “Officina di letteratura” o un seguace della “macchina crea-storie” di Georges Perec, ma alla base della sua esperienza autoriale c’è una forte necessità personale, un desiderio di scoperta che non si è mai fermato.
Giorno dopo giorno cercava di trovare nuove cose, nuove parole, parole che suonassero, capaci di sollecitare stupore. Dava tutto alla parola, anche perché, spesso, diceva di odiare il suo corpo, la sua ingombrante e spesso malandata fisicità. La sua forza, la sua leggerezza, era dunque tutta destinata al linguaggio. Alla parola. E le parole che ha scritto Antonio Verri penso siano parole che rimarranno.
Sicuramente furono anni di intensa attività che partiva da Maglie e raggiungeva le grandi metropoli della cultura; pensiamo solo alla “pazza” idea del “Quotidiano dei poeti”, stampato giornalmente e che ogni sera partiva verso Roma, Milano, Torino ed altre città dove Verri aveva i suoi amici pronti a ritirare le copie dal corriere e distribuirle per tutta la città.
Lo ricordo come il periodo più bello della mia vita, era un continuo essere chiamati alla novità, alla presenza, all’agire, all’inventare.
Ogni iniziativa aveva questo percorso, ma a Maglie, purtroppo, nessuno si accorgeva di ciò che stava accadendo. C’è nei piccoli centri una sorta di casta intellettuale che respinge non dico il nuovo, ma il contemporaneo, legata come è ai propri dogmi che pure sono validi, ma sicuramente possono essere soggetti a sviluppi.
Antonio era totalmente preso dalla sua attività di scrittore, ma anche, e forse soprattutto, dal suo essere un operatore culturale teso al confronto quotidiano con le persone in cui lui credeva, con i contatti giornalieri con quanti erano vicini e contattabili direttamente e con un serrato rapporto epistolare con gli amici lontani. Lui, infatti, usciva di casa la mattina, veniva a Maglie da me quasi ogni giorno, in una borsa metteva il panino-pranzo e tutta la giornata era dedicata all’incontro con gli artisti che stimava come Edoardo de Candia, i giovani poeti e scrittori sconosciuti ai più, ma che lui seguiva con l’affetto del fratello maggiore.
Verri aveva una particolare perspicacia nell’individuare le capacità di poeti emergenti, magari poco conosciuti e quando, nel 1983, aveva pubblicato “Forse ci siamo”, la prima raccolta di versi di Salvatore Toma, all’interno della collana “Quaderni del Pensionante”, uscito insieme alla propria raccolta poetica “Il pane sotto la neve”, chiese a me cosa ne pensassi ed ebbe conferma che i versi di Toma meritassero una tiratura di copie di gran lunga maggiore. E così avvenne.
L’ultima chiacchierata con Antonio Verri l’ho avuta in piazza, a Maglie, dove avevamo avuto il primo incontro. Era un otto maggio, una vigilia di festa da noi. Era venuto a trovarmi e ci siamo fermati a parlare. Il suo programma della giornata era quello di passare un po’ di tempo prima di andare a Lecce per un incontro che si sarebbe tenuto in serata. Parlammo. Lui, stranamente, quella sera, parlò più di me. Il giorno dopo, era il nove maggio, ero ancora a letto e ricevetti una telefonata da Salvatore Colazzo:
«Pino, hai saputo di Antonio?»
«Saputo che cosa?»
«Stanotte ha avuto un incidente con la macchina»,
«Si è fatto male?»
«È morto…».
In foto: un’immagine inedita di Verri, Refolo, Bevilacqua e Nocera (da sinistra a destra) nella sede di Erreci Edizioni a Maglie, dall’archivio privato di Pino Refolo.




