da “ Scritti corsari”, Garzanti, Bergamo, 2006

“Giù per lo mondo sanza fine amaro,
e per lo monte del cui bel cacume
li occhi de la mia donna mi levaro,
e poscia per lo ciel, di lume in lume,
ho io appreso quel che s’io ridico,
a molti fia sapor di forte agrume;
e s’io al vero son timido amico,
temo di perder viver tra coloro
che questo tempo chiameranno antico”.
La luce in che rideva il mio tesoro
ch’io trovai lì, si fé prima corusca,
quale a raggio di sole specchio d’oro;
indi rispuose: “Coscienza fusca
o de la propria o de l’altrui vergogna
pur sentirà la tua parola brusca.
Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
tutta tua vision fa manifesta;
e lascia pur grattar dov’è la rogna.
Ché se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta.
Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote;
e ciò non fa d’onor poco argomento.
Però ti son mostrate in queste rote,
nel monte e ne la valle dolorosa
pur l’anime che son di fama note,
che l’animo di quel ch’ode, non posa
né ferma fede per essempro ch’aia
la sua radice incognita e ascosa,
né per altro argomento che non paia”.
Paradiso, canto XVII, vv.112-142
Chi non è “timido amico del ver”, si aspetta ritorsioni, intimidazioni e minacce da chi ha “coscienza fusca” ma allo stesso tempo sente il dovere intrinseco di dire la verità, sempre, a tutti i costi.
Dante ci parla e ci incoraggia a essere dolorosamente coerenti nel dire sempre le cose come sono, chiamarle col proprio nome anche correndo il rischio di non essere compresi o, peggio ancora, perseguitati.
Il credo deontologico di chi oggi, come ieri, testimonia la storia, si nutre di queste parole e le fa proprie.
“ Io so”, dice Pier Paolo Pasolini, “ io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di immaginare tutto ciò che si sa e si tace, che coordina fatti anche lontani…Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere”.
( da “ Scritti corsari”, Garzanti, Bergamo, 2006)

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