Dalla pagina Facebook di Ophis Magna, attraverso due scatti fotografici d’archivio, mi passa dinanzi un universo contemporaneo. Il primo scatto…Sylvia, eri forse in America, prossima al matrimonio con Ted Hughes? Radiosa, mondo in mano, penna negli occhi. Oscillo e vado al secondo scatto.
Né la mano di Ted Hughes, né altro occultano la tua parola nel lavoro di delicato ascolto che Amelia Rosselli ha sentito nel dentro della piega del tuo scrivere. Ma, in entrambi gli sguardi di queste foto, per me, in questo momento su Ophis Magna, non c’è né Sylvia né Amelia. Dalle foto mi giunge solo e nudo il volto della nostra contemporaneità. Il doppio di ogni nostro percorso espressivo.
Quegli occhi sono lo sguardo di Sylvia Plath, Amelia Rosselli, Virginia Woolf, Anne Sexton, Marina Cvetaeva, Antonia Pozzi, nominiamole mentre le loro parole scalfiscono il duro della nostra epoca, del nostro andare.
Nel secondo scatto il taglio corto di Amelia… serviva il capo libero per gli elettrodi? Ricordi Sylvia, anche a te avevano tagliato i capelli in quella bianca stanza di asettiche mattonelle un attimo prima che il turbine ti inchiodasse muto.
Raccontaci tu, ora, Amelia, l’ossessione del desiderio e le parole che Sylvia ha trovato per narrarci quello stare nella croce di una maternità da cui si era sentita sbarrato il passo. Famiglia, ruolo, middle class…ci ha narrato una tragedia di oggi. Non è più tragedia consumata nelle regge tra principi, aedi e regine. E’ tragedia che le è sgusciata all’angolo di una morte impastata di sonniferi, nelle nebbie di Londra, all’interno del tanfo del panico mentre Ted si defila dal fallimento incontenibile del loro passato stare.
Frieda e Nicholas dormono nell’altra camera, la luce bagnata dell’alba è il momento che cerchi per tornare a scrivere, sola come bestia braccata. Dopo l’abbandono di Ted la poesia di Sylvia divampa, ribolle. Sylvia è febbricitante dall’estate, siamo a dicembre: decimi di febbre perpetui o danza acuta di parole sotto la pelle, dentro le cellule, nei labirinti del pensiero?
Solo tu, Amelia, potevi sapere dei viottoli, dei respiri, delle gole di quelle parole impastate nelle sorgive.
La casa di Fitzroy Road, al 23, a Primrose Hill, attende che Sylvia metta in ordine scatoloni, riponga tende, prepari cena, rimbocchi coperte ma lei è lì, immobile, a difendersi dalla solitudine mentre le parole la sferzano, schiaffeggiandola da ogni dove. Immobilizzata cruda tra la vernice che ha acquistato per dipingere le pareti della camera dei bambini e la scrittura che la porta, irruente, al laccio. Si, Sylvia ha ragione: la Bibbia è quella dei Sogni e tu, Amelia, ne sai il ritmo e il vortice del Sogno.
Il piccolo Nick dorme ancora, per fortuna. Le mani vanno al manoscritto, legato in una cartellina… moglie esangue dell’ormai famoso Poeta… cosa ci fa una moglie dentro una poeta? Per Ted… beh, un marito può starci dentro un poeta… se solo tu, Sylvia, avessi fatto il tuo dovere di madre, cucita dentro il tuo ruolo. Eh, no. E’ stata questa la tragedia? Senza regge e senza troni.
Dentro ad una cucina. Barricata ad una scrivania senza studio, alla ricerca di un ordine che sia in grado di governare la Furia.
Amelia, sicuramente tu hai sentito Nick che arrivava nel suo pigiamino, gridando. Frida, nel lettino accanto, frangetta corta e pugni chiusi. Sylvia, le tue ossa sono sporche di sangue raggrumato, dai tuoi seni le ultime gocce di latte acquoso. Amelia, sicuramente hai visto Sylvia prenderli entrambi sulle gambe insieme al suo manoscritto da ultimare. Un coltello le taglia il cuore mentre, muta, lacera l’aria con lo sguardo. Amelia, tu, hai visto.
Eppure è ora. E’ ora che tu, Sylvia, riprenda a scrivere. Lo fai in quei mesi di neve, di gelo, di bianco, di corpo sottile e lavato, schiuso alla speranza. Ha accolto, Ted, questa nuova fede che tu hai sentito per te? Il manoscritto con le pagine per Ariel non è giunto a noi come tu, Sylvia, ce lo avevi indicato. E’ forse tutta qui, in questo minuto gesto, il senso di una nostra sia pur piccola comprensione?
Il manoscritto non è giunto a noi così come volevi donarcelo. La scrittura di donna può essere corpo violabile e intercambiabile? Su ciò ci ha detto tanto Emily Dickinson chiusa nel suo abito bianco. Tu, Sylvia, hai sbirciato nelle cartelle manoscritte di Emily?
Ted ha infilato le mani nel dentro del tuo processo creativo sentendosene padrone perché marito. Quella mattina gli avevi portato il manoscritto completo ma lui, per giorni, non lo aveva guardato. Forse non ne aveva percepito la bollente materia di cui era fatto. O, forse, tanto… pensava di conoscere tutto di te…
Hai atteso risposta. Come hai ingannato il tempo dell’attesa attaccata alla corda del giudizio che doveva giungerti da chi ti aveva raschiata? Una poeta estraniata dal mondo. Quale mondo? Quello vuoto della parola dell’intelletto. Ma tu, Sylvia, di quale parola ci dici quando ci additi il mutismo di una natura che non è silenzio ma radice altra di generazione?
Quegli elettrodi che vi hanno colpito nelle viscere del pensiero hanno, forse, colpito gli occhi di ciò che tutti noi, oggi, stiamo cercando?
Sylvia, oggi, noi che guardiamo tutto dalla distanza della storia, sappiamo quanto e solo un’altra sorella di parola poteva toccare le tue parole. Le tue parole erano anche le parole del suo sentire, della sua comprensione del mondo e, perciò, noi rimbalziamo dall’una all’altra di voi, vi nominiamo tutte alla ricerca, piena, della nostra contemporaneità.
SYLVIA PLATH
Il mondo accadeva.
Avevi una sola gamba, e una mente prussiana.
Ora nuvole identiche
Stendono le loro lenzuola vacue.
Non dici nulla?
Sono zoppa nella memoria
Ricordo un occhio azzurro,
Una cartella piena di mandarini.
Questo era un uomo, dunque!
La morte s’apriva, come un nero albero, neramente.
Io nel contempo sopravvivo,
Ordinando la mattinata.
Queste sono le mie dita, questo il mio bambino.
Le nuvole sono un vestito nuziale, di quel pallore.
Traduzione di AMELIA ROSSELLI, da Le muse inquietanti (Lo Specchio-Mondadori, Milano, 1985), ora in: Rosselli. L’ opera poetica (Meridiano).




