Tre anni fa nasceva l’Osservatorio – CON L’AIUTO DI POESIA

a cura di Rocco Aldo Corina

L’Osservatorio Poetico Salentino è quel che cercavo, che tutti cercavamo per dar modo a poesia di raggiungere vette sublimi, con l’aiuto dei nostri poeti.

Mirare al bello, dunque, è lo scopo per cui è nato onde far fiorire l’amore a salvaguardia di tutti. Poesia a questo ambisce, la buona poesia voglio dire, quella che sgorga da anima che vuol bene al mondo. Noi tutti abbiamo bisogno dell’amore per addolcir cuori e menti col sorriso che contempla il sole con gli occhi dell’anima, col sorriso che la buona poesia ci dona. Siamo ormai al terzo anno di lavoro intenso a guisa di virtù che vuol virtù insegnare, che nasce per la vita con l’aiuto di poesia.

Non volgiamo gli occhi altrove, ricordiamoci di Saffo che non odiò mai nessuno e della «social catena» di leopardiana memoria, insieme possiamo raggiungere obbiettivi di spensierata gioia quando a sera faville di quiete – prive d’ombra – riempiono d’azzurro il volto della notte. È il miracolo dell’amore che poesia può realizzare. E ci giungono i bei versi inebriandoci la mente e il cuore come in un viavai di ebbrezze trascinanti, frementi assetate solitudini col sapore del sole di maggio.

C’è nei nostri poeti il tocco dell’artifizio come quello d’un pittore sopraffino nella somiglianza del reale fantastico. Le loro immagini sembrano elevarsi e lasciar traccia – negli occhi di chi le legge – nei chiaroscuri che giovano alla vita. Si tratta di valenti autori che con nobile grazia dan sfogo al loro genio anche per la credibilità alla lingua da loro usata. Soprattutto se si tratta di poesia dialettale o in griko così tenera, questa, nella fantasmagoria dei colori mattutini, quando la leggi. Sia l’una che l’altra esprimono arcane visioni di saggezza millenaria per quello che dicono con parole di seducente armonia stilizzata nei suoni quando pur nei toni la trovi nostalgica e crepuscolare nel rievocare umani sentimenti con naturalezza e spontaneo ardore, come nei versi intraducibili in forme migliori nella lingua italiana. Non trovi parole a volte che possan dar sfogo a quel sentimento emotivo nel miracolo del suo io negli anni spasimante. Bisogna gustarla, infatti, la nostra poesia dialettale per come è fatta nelle sue rosseggianti albe giammai sibilline. La poesia grika non è meno, anzi forse più bella, per me è come acqua che scorre su rivoli di miele nelle notti d’agosto, e la sorseggi – se vuoi – col sapore dell’estate, fresca come il sussurro del suo genio culturale – alito leggero – all’ombra della sera. Per questo la nostra lingua dialettale – resa viva nel rifugio del suo delicato ottimismo – va salvaguardata, come pure va anche salvaguardata quella grika nella sacralità della forma salentinizzata in canto suasivo.

Il nostro Osservatorio ospita dunque poeti il cui valore domina sulle alture dei loro toni non mai ridondanti, perché frutto di espressioni libere da forvianti «isole dai cieli deliranti», come qualcuno dice. «Ieri un vecchio segnato dal tempo ricorda di un/ giovane tempo che ha smarrito quel tempo». Bello, vero? Il verso è di un nostro autore che segna la trama di un essere (quello del poeta) che inquieto in fondo non è, pur nella considerazione di una vita ogni giorno segnata – come dice – da «primavere sospese nel tempo». Molti sono i sospiri dell’anima legati all’ombra delle fragili lune, struggenti a volte – lo dico sempre – come il buio delle notti di fuoco.

Eppure, l’accattivante bellezza è nei campi di rose scarlatte, nelle scalinate spumose d’un tempo, ardenti primavere silenti come gocce dai rivi rossi alla maniera degli antichi intelligenti spiriti creativi, per cui parlo d’una vita purtroppo non sempre serena. Questo dicono i nostri poeti dell’Osservatorio e non solo questo nella loro sapienza semantica dagli aspetti leggera e accattivante. I generi di quelli che appartengono a noi sono vari, tuttavia sempre pieni di messaggi suadenti, utili per la vita.

«T’era caduto un fiore dai capelli, lo raccolsi io». C’è verso più bello?, sì che c’è, come c’è pure un mondo d’infinite stelle, ma scrivo così perché voglio urlare al vento la gioia che mi dà il pensiero dell’alba quando l’anima ha bisogno di luce.

Sì, «il fuoco brucia/ nella notte buia» e tu «solo a te stesso» «appartieni».

Nelle Heroides questo è detto.

Stili diversi – dunque – e generi diversi – dalla poesia racconto alla Pavese alla poesia classicheggiante, in alcuni versi trovi anche un filino di ermetismo – ma tutti da mirare, comprensibili nel loro habitus non privo di pathos, che è di anima che nel cuor si tinge di silvestri deliranti attese. E leggo e leggo e leggo e trovo e ancora leggo e nomi non faccio perché son tutti da elogiare i nostri poeti. Cercano la verità e la trovano infatti nella liricità della poesia che salva.

«Occhi vuoti vedevano solo l’ansia che ancor li opprime», anche passioni sgraziate – dunque – in un mondo in cui la nebbia allontana dai giorni ridenti e fors’anche sospirosi, ma che trovano conforto nelle memorie silenti di anime non più trasandate.

Folgorazione lirica insomma nei colori della sera quando «la volontà s’incontra con il mistero». Ecco «i tuoi occhi corrucciati e rossi», direbbe Senghor, affascinanti occhi dai flussi silvani, mormoranti come fontane di azzurre viole. Questo è il nostro Osservatorio, chiarore d’alba che a volte si fa sentire in brividi di «verde arriso», «tenero e smanioso» per cui lo vedi «campeggiar gioioso» senza dimenticar quella Venere che affascina – anche qui – per «quegli occhi rilucenti di lacrime», ma «più che il dolor poté il digiuno», un nostro poeta disse, citando Dante «tra i singhiozzi». Strabiliante l’attesa nei ghirigori dell’anima in un viavai di gemme preziose che spesso si risolve nella realtà della nostra tradizione lirica novecentesca la cui tonalità emotiva trasferisce in contesti carichi di significato morale. Equilibrio esistenziale – se vogliamo – anche nella leggerezza del simbolo.

Così scrivono i nostri poeti, alcuni – come spesso dico – nell’occhieggiante rugiada tra germogli di fuoco, altri nelle feconde primavere dai grandi «giardini di viole», «scia d’astri» che «il gorgo del cuore lento affoga». E qui si tratta di poesia dotta, ma c’è anche questo nel nostro Osservatorio, una letteratura umana desiderio di anima come luce nel mondo dello spirito, conforto raggiungibile nel filosofico sapere.

Leave a Reply