(a cura di Tina Cesari)
La silloge “E di nuovo venne l’alba” della poetessa Maria Campeggio si apre e si chiude con un appello accorato alla poesia perché «le parole scritte/ incise nella carne /ci permetteranno l’eternità» e «io canto il pianto dei poeti / che inzuppano / la penna nelle lacrime/ e passano sui sogni svaniti,/ l’anelito rivolto al domani».
C’è un impellente bisogno di poesia perché aleggia, in tutta la raccolta, un’atmosfera di afflizione, un pessimismo ermetico che le fa scrivere: «un’attesa/aggrappata al tarlo/curva il tempo/e scolpisce/ amarezze», di cui l’ultimo verso dà il titolo emblematico al testo.
Nella consapevolezza che tutto passa per cui la vita è un percorso «tra il buio del grembo materno/ e il buio di non esserci più», il tempo scorre e «il futuro/ avrebbe visto solo/ lo sciogliersi/ delle nostre giovinezze» mentre «corre il giorno/ e avanza l’età» e «la nostalgia/ che mi aggancia»; neanche il prosecco e il valzer di una serata di festa riescono a dissipare il velo di malinconia e «torno a casa lisa/ come una camicia strappata».
Maria Campeggio si assume l’onere di confessare ai lettori e di condividere il pensiero che «siamo attraversati / dall’inquietudine / come eoli impazziti». E non c’è posto per la religiosità, quella falsa, ipocrita e fatta di riti come il Natale, il due novembre, la Pasqua che custodiscono nel calendario della memoria i ricordi dell’infanzia e del tempo del rito.
Ebbene, se tale religiosità di facciata non la appaga, se «le notti sono annaffiate dal lutto/e dalla noia/ una dopo l’altra sgranate/ come lettere dell’alfabeto» e come le avemarie di un rosario, non ci sarà posto per un Dio che giustifichi la sofferenza in un mondo in cui «non v’è scopo, non v’è meta, non fine nell’universo, e non v’è dio», come scrive D’Annunzio ne “Il libro segreto delle mie cose”.
C’è, invece, ironia nel ricordare il Natale davanti al presepe dove «qui di paglia/ c’è solo il pensiero/che il mondo sia giusto» col «bimbo/che guarda e ghigna/ scuotendo la testa/appena» mentre «affidiamo ancora/alla cometa/le delusioni/e la speranza/che l’Eden rifiorisca»; diventa addirittura grottesco, il “Natale dei perdenti”:
Una voce
chiama i profeti
a parlare sul monte,
le luci a Betlemme
si susseguono dolci
e stanotte gli zoppi
torneranno a camminare.
Ma i leoni
inseguono ancora le gazzelle,
su vecchie coperte
si stendono i poveri
e io tornata bambina,
piango indifesa.
Com’è grottesco
il Natale dei perdenti!
La sua, invece, è una religiosità autentica, interiormente vissuta senza ostentazione come scrive nella poesia intitolata “Pasqua”: «Io non stendo tappeti/ e non sventolo rami d’ulivo,/ ma risorgo nell’intimo/ per non morire più».
Tuttavia, Maria indugia, nell’ora del crepuscolo, a farsi accarezzare dal ritmo elegiaco del rintocco delle ore che richiamano alla preghiera del tramonto come nella poesia “Crepuscolo”:
Dietro i confini
delle case
si tuffa il sole
tramontando l’oro rosseggiante.
Le preghiere
decorano
le guglie delle chiese
e i campanili
sfoggiano rintocchi.
Esigenza di autenticità, questo è l’elemento che caratterizza buona parte della sua poesia perché « nasciamo nudi e puri/ come una bolla d’acqua/ sgorgante dal terreno» e il desiderio di leggerezza è da collegare al desiderio di purezza insieme ai sogni dei bambini che «sono creature semplici/senza schemi, lasciateli liberi./Gli uomini di domani/ vi ringrazieranno»; così scrive la poetessa mentre lei stessa avverte il bisogno di abbandonarsi alla dimensione onirica e « coi sogni/vado perdendomi lontano».
C’è, in lei, una sorta di dissidio interiore e di lotta interna costante perché se nella poesia “Confusione” «arabescavo/ tra canti selvaggi/ la mia stolta follia/ d’attese e vanti/ tra volti indefiniti», dall’altra parte, nel brano intitolato “Volo”, «salirò/su palcoscenici deserti/ e reciterò la mia esistenza» e nel percepire i primi segnali dell’estate incipiente scrive che «si fanno leggeri/ i battiti stanchi».
Tuttavia la poetessa, dialogando con la propria anima, mentre riaffiorano i fantasmi di un io frantumato, le chiede «perché non trovi rifugio?» e «da dove viene /il pianto?» cercando di consolare la sua anima «perché tu sei mia».
Poi scrive che «è di calce il pianto/ tra le mura concise/ è di arsenico e muffa /il vino che bevo» mentre «il cielo beffeggia/ le nostre maschere»; quindi, ritorna il tema dell’inautenticità che caratterizza i rapporti umani, «simu pupi, pupi finti», ovvero siamo tutti dei pupi, pupi finti, come recita un bel verso del poeta magliese Nicola de Donno.
Ma se a San Martino «il giorno/ intona / balli dionisiaci/ appesi alle viti» lei si sente una funambola
che si rifugia nel cerchio della luna:
Un cerchio di luna
in un agosto di fuoco
e lo sguardo abborda
un tessuto di cielo.
Funambola
entro in te
attenta a non cadere
per non spezzare
l’incanto
e mentre «ci dondola /la barca della follia» e «roghi bruciano/ sugli altari/ della mia pazzia», d’ improvviso Maria Campeggio avverte il bisogno di una tarantella e di sentire una nenia, come nella poesia dal titolo “D’improvviso”:
Il buio
aveva generato
il mio destino,
negli anfratti di una grotta
avevo deposto
la mia storia.
I fantasmi del passato
dilaniavano
la mente,
affamati i demoni
vengono a cercarmi.
In un’attesa vana
mi sono persa
nel labirinto
e ho reclamato
il filo di Arianna
per ritrovare la strada.
Il sole
bruciava sulle ferite
scottanti di febbre.
D’improvviso…
D’improvviso
ho aleggiato sull’acqua,
il mio nome
inzuppato nell’oro
ha ucciso la belva.
Perciò
sorgimi intorno,
balla una tarantella
di sera
e cantami una nenia
fino al mattino.
Nella poesia intitolata “Tango” la danza diventa un rito liberatorio e «le onde/ lambivano/ il verso/ e la paura/mi scivolava addosso» dove la successione dei numerosi enjambements che si susseguono vorticosi scandisce gli attimi che accompagnano la catarsi per ritrovarsi «là/ da dove vorrei/ non tornare più».
Tuttavia, se «bisbetico/ è il vento di tramontana/ quando si accorda/ con la disarmonia/ che uccide le parole/ di slancio,/ di tenerezza, /di verità» nel testo intitolato “Il viaggio”, poesia di montaliana memoria se pensiamo al celebri versi della poesia Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale, la presenza di una persona cara diventa il viatico per affrontare le paure della vita:
Scendi con me
gradino dopo gradino,
aroma di menta
sulle tue labbra.
Sali con me
gradino dopo gradino,
un incendio di gioie
mi abita.
Non serve il bastone:
l’inciampo è impossibile.
Siamo arrivati?
No.
Il culmine è sempre più su
e noi avanziamo piano
per goderci il viaggio.
Anche il sentimento dell’amore, come la malinconia, viene scardinato e proposto ai lettori nelle sue varie sfaccettature per cui esso ora si presenta come assenza, come «un dondolìo d’altalena/ è foglia al vento/ che mi conduce/nei meandri/ della tua assenza», ora nella sua fugacità, ovvero
«l’eterno amore che pensavo/ e l’amore fugace che fu», come anche dimenticanza:
Non ho mai morso
le tue labbra
per non bere
il calice amaro
della tua dimenticanza.
L’amore a volte diventa, purtroppo, necessità di lasciare andare via la persona amata «se penso/ ai giorni trascorsi/ a cercare di perderti», ma è anche bisogno «del tuo sonno leggero/per respirare il mattino».
Abbiamo, quindi, tentato di attraversare la poesia di Maria Campeggio e cercato di sviscerare gli aspetti più salienti che connotano il suo fare poetico e ci siamo resi conto che, come già detto in apertura, se, come lei scrive, le sue parole sono scolpite nei tessuti più profondi della carne e trovano linfa nelle lacrime che impregnano la penna, c’è, comunque, la spinta verso una sorta di rinascita perché anche dopo una brutta notte giunge sempre l’alba.



