Due poeti a confronto: Leopardi e Wordsworth

A cura di Tina Cesari

Sebbene ormai la critica moderna sia unanime nel considerare Leopardi non perfettamente inscrivibile in alcun movimento letterario, tanto meno all’interno del romanticismo, per motivi strettamente anagrafici la sua esperienza poetica e quella di Wordsworth potrebbero essere per alcuni aspetti sovrapponibili e riconducibili, per alcuni aspetti, alla sensibilità romantica.

Il primo elemento di confronto tra il poeta italiano e quello inglese è il loro differente atteggiamento nei confronti della natura, vista, come ben sappiamo, da Leopardi, come «madre di parto e di voler matrigna», mentre da Wordsworth non solo come una presenza positiva ma, addirittura, come una guida che conduce gli uomini ad avere una condotta moralmente corretta.

Un elemento proprio del romanticismo è costituito, come sappiamo, dalla dimensione religiosa che è quasi totalmente assente in Leopardi, anche se padre Ferdinando Castelli, critico letterario della Compagnia di Gesù, parla, addirittura, di un carattere eminentemente religioso, più che filosofico, del pensiero leopardiano.

In verità, per Leopardi, il cristianesimo rimane un fatto intellettuale, come afferma Giovanni Fighera, cioè, esso è inteso come una fede che deve essere ragionevole, necessaria per dare corpo alle illusioni.

D’altra parte, risulta ancora un mistero insondabile quello della presunta conversione del poeta in punto di morte.

La presenza di Dio è contemplata, invece, dall’autore inglese e la natura, anzi, è intesa come un riflesso della sua presenza, in quanto le immagini di essa sono vivificate dalla luce divina, di un Dio immanente e visibile.

La loro concezione della vita, inoltre, appare totalmente differente, visto che, è risaputo, per il poeta di Recanati essa è fonte di infelicità e di noia mentre in Wordsworth essa appare più ottimistica.

Tuttavia, la trattazione della differente concezione della Natura, di Dio e della vita, in Leopardi e Wordsworth, è rimandata, in questa sede, ad un approfondimento riservato più ad un pubblico di esperti, ed è qui solo accennata.

D’altra parte, per non rimanere nell’ambito di un generico lavoro di sovrapposizione dell’opera dei due autori, si ritiene più costruttivo focalizzare l’attenzione su uno studio comparativo dei testi che rende, senza dubbio, più interessante una trattazione di carattere letterario.

Il testo di Wordsworth che si è preso in esame è molto conosciuto ed è “Daffodils”, un delicato quadretto di narcisi danzanti che il poeta osserva, vicino al lago, e che inducono il suo cuore a danzare con essi.

È inevitabile il confronto di questo brano con “La ginestra” di Giacomo Leopardi; entrambi i fiori, di colore giallo, rispecchiano la differente personalità dei due autori, in quanto i narcisi sono presenti in gran numero nel testo del poeta inglese che scrive, «con uno sguardo ne vidi diecimila», mentre la ginestra appare solitaria al poeta, in una terra desolata, dimora solo di «conigli e serpi».

Nel primo caso, la presenza di una moltitudine di narcisi denota spensieratezza, mentre la ginestra rivela il carattere meditativo del poeta che, saggiamente, invita il lettore ad affrontare con dignità l’infausto destino umano.

Entrambi i fiori vengono, inoltre, localizzati in un contesto ben definito, in quanto i narcisi si trovano sotto gli alberi, vicino al lago, mentre la ginestra siede «sull’arida schiena » del vulcano.

Significative ed efficaci potrebbero apparire le comparazioni tra Daffodils ed un altro conosciutissimo testo leopardiano, “L’infinito”.

In entrambi i brani, da una dimensione di solitudine e meditazione si arriva ad una dimensione immaginativa; la condizione di partenza è identica in entrambi gli autori in quanto, mentre Wordsworth è seduto sul divano e con la memoria rivede davanti a sé i narcisi ammirati durante la sua passeggiata, anche Leopardi, «sedendo e mirando», e osservando la siepe che ha davanti, immagina l’infinito che si trova oltre ad essa, il mare in cui gli piacerà naufragare.

Il componimento si apre, per i due poeti, in una condizione meditativa di solitudine e di empatia con il luogo, che appare al poeta di Recanati come «sempre caro mi fu quest’ermo colle», mentre il poeta inglese scrive: «un poeta non poteva che essere felice in una compagnia così gaia», «e vagavo solitario come una nuvola».

Tuttavia, a partire dalla congiunzione “ma” per Leopardi, e “when” per Wordsworth, scatta l’immaginazione che permette ai due poeti di allontanarsi temporaneamente dalla realtà, paragonando i narcisi a dei danzatori e lo spazio immaginato oltre la siepe all’infinito.

La dimensione di piacere che deriva dalla totale immersione nei propri pensieri fa scrivere al poeta di Recanati che il «naufragar m’è dolce in questo mare» e al poeta inglese «il mio cuore si riempie di piacere e danza coi narcisi».

L’esperienza vissuta dal poeta inglese in Daffodils, è proprio l’espressione del concetto romantico secondo il quale la scrittura rappresenta un flusso di pensieri e sensazioni determinati da un’emozione ricordata in un momento di tranquillità. Questa teoria non è forse equivalente a quella leopardiana della rimembranza? Nel componimento “A Silvia”, il recanatese non prova forse un momento vago ed effimero di felicità, dovuto al ricordo indefinito della giovinezza personificata da Silvia?

Il poeta, infatti, così scrive in una pagina del suo Zibaldone: «la rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico, non per altro se non perché il presente, qual ch’egli sia, non può essere poetico».

Infine, l’ultimo testo leopardiano che può essere preso in esame è il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, in cui si evidenzia la differenza di stato d’animo dei due poeti perché, mentre in Daffodils il poeta inglese paragona i narcisi alle stelle della via Lattea manifestando la volontà di raggiungere qualcosa di più alto, identificabile con Dio, la cui presenza e ravvisabile nei narcisi e nelle stelle, in Leopardi la tendenza all’immaginazione è smorzata fortemente.

Essa appare solo nella parte finale in cui il poeta manifesta il desiderio di volare e «noverar le stelle ad una ad una», che gli procurano una momentanea sensazione di piacere, ma è solo una parentesi stroncata dal verso finale che chiude con una sentenza l’intero componimento, «è funesto a chi nasce il dì natale».

19Cesare Minutello, Luigina Parisi e altri 17

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