Il poeta, l’orologio e il tempo che fugge

– di Tina Cesari

l senso dello scorrere inesorabile del tempo è particolarmente presente nella sensibilità e nella poesia del barocco.

In effetti, durante il Seicento, il perfezionamento dei primi orologi, l’esecuzione delle prime vere autopsie e il consolidarsi della teoria eliocentrica determinano una sensazione di smarrimento nel poeta che percepisce il senso della propria fragilità.

A livello esemplificativo, i tre testi proposti, “When I do count the clock that tells the time”, “Orologio da rote” e “La clessidra”, rispettivamente di William Shakespeare, del poeta friulano Ciro di Pers e dello spagnolo Francisco de Quevedo, scritti a distanza di pochi decenni nel diciassettesimo secolo, presentano la stessa tematica.

L’orologio che conta le ore del celebre sonetto XII di Shakespeare, l’orologio da rote di di Pers e la clessidra fastidiosa di Quevedo inducono il lettore a riflettere su quanto sia breve la vita dell’uomo.

La poesia di Shakespeare assume un tono più elegiaco, addolcito dalla presenza delle immagini della natura; nel finale viene proposto una sorta di antidoto contro la falce del Tempo, ovvero procreare.

Nella poesia del poeta friulano, invece, Il tecnicismo prevale; essendo un marinista e quindi più legato al virtuosismo e al fine della “meraviglia” attraverso il ricorso agli artifici retorici, egli fa trasparire la poetica dell’oggetto in cui prevale la totale assenza dell’io del poeta che si eclissa lasciando spazio agli effetti fonici e retorici.

A proposito dei due testi, si può supporre che esistano delle analogie in quanto in entrambi c’è il comune riferimento dantesco con le espressioni “bianco e ispido pelo” in Shakespeare e “sempre si more” in Ciro di Pers, oltre al riferimento alla tomba e al carro funebre e la presenza dell’io in prima persona, oltre alla comparsa anaforica della “e” congiunzione nei tre versi finali.

Ma la conclusione del testo differisce per la soluzione finale perché mentre Shakespeare lascia intravedere uno spiraglio, il pessimismo domina nel testo di Ciro di Pers con l’immagine della bara che si apre.

De Quevedo, invece, si rivolge direttamente alla clessidra che è fastidiosa con una personificazione dell’ oggetto e qui è presente il tema dell’ amore anche se, comunque, fa capolino il termine “sepoltura” e in questo caso la risposta finale del poeta è quella di voler diventare insensibile come il vetro di cui è composta la clessidra per sentire meno il senso dello scorrere del tempo.

Tre poeti, dunque, che propongono tre differenti varianti attorno a un tema molto diffuso in letteratura.

Quando conto i rintocchi che mi parlano del tempo (1609)

-William Shakespeare-

Quando conto i rintocchi che mi parlano del tempo

e guardo il giorno più audace affondare nell’orribile notte,

quando osservo la violetta ormai avvizzita

e ricci neri ormai striati d’argento e bianco,

quando vedo spogli gli alberi immensi

un tempo riparo dalla calura per il gregge

e il verde dell’estate cinto in covoni

portato sui carri con la sua ispida barba bianca,

penso allora al destino della tua bellezza

che se ne andrà con gli scarti del tempo

siccome ogni cosa dolce e bella si consuma

e velocemente muore, così come altre crescono.

E non c’è nulla che dalla falce del Tempo ti difenderà

se non i figli, che ti saranno corona quando essa ti rapirà.

(traduzione di Sandro Montalto)

Orologio da rote (1689)

-Ciro di Pers-

Mobile ordigno di dentate rote

lacera il giorno e lo divide in ore,

ed ha scritto di fuor con fosche note

a chi legger le sa: sempre si more.

Mentre il metallo concavo percuote,

voce funesta mi risuona al core;

né del fato spiegar meglio si puote

che con voce di bronzo il rio tenore.

Perch’io non speri mai riposo o pace,

questo, che sembra in un timpano e tromba,

mi sfida ognor contro all’etá vorace.

E con que’ colpi onde ’l metal rimbomba,

affretta il corso al secolo fugace,

e perché s’apra, ognor picchia alla tomba.

La clessidra (1649)

-Francisco de Quevedo-

Che hai tu da contar, clessidra fastidiosa,

in un soffio di vita sventurata

che sì presto trascorre?

In un cammin che è breve giornata

E stretta da questo all’altro polo,

giornata che non è che un passo solo?

Poiché se son gli affanni o le pene

Comprender non potresti se capace

Vaso tu fossi delle arene

Dove l’eccelso mar trattiene il passo

Lascia passar le ore senza udirle

Contarle io non voglio

Né che tu mi annunci in questo modo

I termini forzosi della morte.

Non farmi ormai più guerra,

lasciami e nome di pietosa acquista,

che troppo è il tempo che m’avanza

per dormir sotto terra.

Ma se per caso questo è il tuo ufficio,

di misurar la mia vita,

presto riposerai, poiché le pene tremende

che alimenta lacrimoso

il cor preoccupato e dolente,

la fiamma ardita che amore,

me triste!, ardere fa nelle mie vene

(meno di sangue che di fuoco piene),

non solo affretta la mia morte,

ma il cammin raccorcia;

ché con piede dolente,

misero pellegrino,

giro intorno alla nera sepoltura.

Ben so che sono alito fuggente;

ormai io so, e temo e anche spero

d’essere polvere, come te, se muoio;

e che son vetro, come te, se vivo.

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