TRA POESIA E MUSICA – Federico García Lorca e la musica jazz

A cura di Tina Cesari

Negli anni Trenta, ad Harlem, il quartiere dei neri, c’era un locale, lo “Smalls Paradise” e un giovane poeta che frequentava a New York la Columbia University, lo conosceva bene.

Nel locale si esibivano artisti di musica jazz del calibro di Bennie Carter, Duke Ellington, Bill Coleman.

È risaputa la passione di Lorca per la musica; in un intervista del 1933 egli dice:

”Ante todo, soy músico”.

Lorca vede la musica jazz come il mezzo per cantare le tragedie umane della periferia di New York così come il flamenco, per la sua Andalusia, è una danza che caratterizza il suo popolo:” Il negro nasce, come il gitano, con una predisposizione per la melodia e il ritmo”.

Nasce, così, la raccolta di poesie “Poeta en Nueva York” di cui il secondo componimento è dedicato ai neri di Harlem.

ODE AL RE DI HARLEM

da “Poeta en Nueva York”, 1940 (Traduzione di Carlo Bo)

Con un cucchiaio

strappava gli occhi ai coccodrilli

e batteva il sedere alle scimmie.

Con un cucchiaio.

Fuoco eterno dormiva nelle pietre focaie

e gli scarafaggi ubriachi di anice

dimenticavano il muschio dei villaggi.

Quel vecchio coperto di funghi

andava dove piangevano i negri

mentre scricchiolava il cucchiaio del Re

e arrivavano i serbatoi d’acqua marcia.

Le rose fuggivano sui fili

delle ultime curve del vento

e sui mucchi di zafferano

i bambini pestavano piccoli scoiattoli

con un’innocenza di frenesia macchiata.

Bisogna passare i ponti

e arrivare al rossore negro

perché il profumo di polmone

ci colpisca le tempie

col suo vestito di caldo ananas.

Bisogna uccidere il biondo venditore di acquavite,

tutti gli amici dell’isolato e dell’arena,

e bisogna battere con i pugni chiusi

le piccole ebree che tremano piene di bolle

perché il Re d’Harlem canti con la sua folla,

perché i coccodrilli dormano in lunghe file

sotto l’amianto della luna,

perché nessuno dubiti dell’infinita bellezza

dei piumini, delle grattugie, dei rami e delle casseruole di cucina.

Ah, Harlem ! Ah, Harlem, Ah, Harlem !

Non c’è angoscia paragonabile a quella dei tuoi rossi oppressi,

del tuo sangue rabbrividito dentro l’oscuro eclisse,

della tua violenza granata sordomuta nella penombra,

del tuo grande re prigioniero con un abito da portinaio.

La notte aveva una fessura

e tranquille salamandre di avorio.

Le ragazze americane

portavano bambini e monete nel ventre

e i ragazzi svenivano

nella croce del risveglio.

Sono loro.

Sono loro quelli che prendono whisky d’argento

vicino ai vulcani

e ingoiano pezzettini di cuore

sulle gelate montagne dell’orso.

Quella notte il Re di Harlem

con un durissimo cucchiaio,

strappava gli occhi ai coccodrilli

e batteva il sedere delle scimmie

con un durissimo cucchiaio.

I negri piangevano confusi

fra paracqua e soli d’oro.

I mulatti masticavano gomma

ansiosi d’arrivare al torso bianco

e il vento fasciava specchi

e spezzava le vene dei ballerini.

Negri, negri, negri, negri.

Il sangue non ha porte nella vostra notte supina.

Non c’è pudore. Sangue furioso sotto la pelle,

vivo sul dorso del pugnale e sul petto dei paesaggi,

fra le pinze e le ginestre della celeste luna del cancro.

Sangue che cerca per mille strade morti infarinate e ceneri di nardi,

rigidi cieli in declivio dove le colonie dei pianeti

rotolino per le spiagge con gli oggetti abbandonati.

Sangue che guarda lento con la coda dell’occhio

fatto di sparti spremuti e di nettari sotterranei,

sangue che ossida l’aliseo trascurato di una traccia

e dissolve le farfalle sui vetri della finestra.

E’ il sangue che viene, che verrà

sui tetti e le terrazze, da ogni parte,

per bruciare la clorofilla delle donne bionde,

per gemere ai piedi dei letti, davanti all’insonnia dei lavabi

e infrangersi in un’aurora di tabacco e di smorto giallo.

Bisogna fuggire,

fuggire per le cantonate e chiudersi agli ultimi piani

perché il midollo del bosco penetrerà dalle fessure

per lasciare sulla vostra carne una leggera traccia d’eclisse

e una falsa tristezza di guanto stinto e di rosa chimica.

*

Nel silenzio sapientissimo

quando i camerieri e i cuochi e quelli che puliscono con la lingua

le ferite dei milionari

cercano il Re per le strade o negli angoli del salnitro.

Un vento del sud di legno obliquo nel nero fango

spunta alle barche rotte e s’inchioda sulle spalle.

Un vento del sud che porta

zanne, girasoli e alfabeti

e una pila di Volta con vespe annegate.

L’oblio era raffigurato da tre gocce d’inchiostro sul monocolo.

L’Amore da un solo volto impassibile a fior di pietra.

Midolle e corolle componevano sulle nuvole

un deserto di gambi senza una sola rosa.

A sinistra, a destra, da sud e da nord

si alza il muro impassibile

per la talpa e l’ago.

Non cercate, negri, la fessura

per trovare la maschera infinita.

Cercate il grande sole del centro

ananas rumorosa.

Il sole che scivola nei boschi

sicuro di non incontrare una ninfa.

Il sole che distrugge numeri e non ha mai trovato un sogno.

Il sole tatuato che scende per il fiume,

e muggisce seguito dai caimani.

Negri, negri, negri, negri.

Mai serpe, né zebra, né mulo

impallidirono morendo.

Il boscaiolo non sa quando spirano

i clamorosi alberi che taglia.

Aspettate sotto l’ombra vegetale del vostro Re

che cicute e cardi e ortiche abbattano le ultime terrazze.

Allora, negri, allora, allora

potrete baciare freneticamente le ruote delle biciclette,

metter coppie di microscopi nelle tane degli scoiattoli

e danzare liberamente mentre i fiori spinosi

assassinano il nostro Mosè quasi nei giunchi del cielo.

Ah ! Harlem travestita !

Ah ! Harlem minacciata da una folla di vestiti senza testa !

Mi giunge il tuo rumore.

Mi giunge il tuo rumore attraverso tronchi e ascensori.

Attraverso lastre grigie

dove fluttuano le tue automobili coperte di denti,

attraverso cavalli morti e delitti minuscoli.

Attraverso il tuo grande Re disperato

con la barba che arriva al mare.

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