Recensione Biagio Liberti

Quella di Biagio Liberti non è una poesia di facile approccio o di immediatezza, è una poesia che parla attraverso immagini talvolta destabilizzanti perché fortemente analogiche pur con un linguaggio quasi colloquiale. Basti pensare ai titoli di alcune liriche, in inglese, che fanno riferimento alla musica di gruppi degli anni ’70 come i Pink Floid, titoli che spesso non hanno un vero e proprio rapporto contenutistico con la lirica stessa, ma sembrano scaturire da sensazioni dell’immediato dell’autore che in tal modo fissa la sua creazione.


Si avverte la propensione all’immagine allusiva, una sorta di tensione simbolica che permea tutto il reale. Anche l’impianto metrico risulta organizzato con artistica originalità. L’assenza di punteggiatura costringe a una lettura lenta che spinge il lettore alla riflessione su ogni singola parola.


Il suo mondo è quello del sud Salento o dei sud del mondo, delle campagne secche e aride, dei piccoli paesi bruciati dal sole, del mare che non ha confini e delle torri di guardia lungo la costa, ormai dirute, a fronteggiare “nuovi invasori”, luoghi ariosi e assolati che sembrano sfinire l’essere anche sul piano fisico. Le figure femminili sono espresse più per la loro assenza e ricerca che per la loro presenza, donne che appartengono soprattutto ai ricordi della giovinezza, agli incontri di viaggio, al mondo della scoperta. E i viaggi per le città del Nord Italia, dell’Europa o anche immaginati dell’America Latina esprimono quella costante ricerca della realizzazione di sé che rimane sempre incompiuta. I porti diventano tappe di approdo di realtà diverse in cui però il poeta riconosce una misteriosa dimensione rappresentata ora con immagini solari, chiare e serene, ora con venature tetre e cupe in cui il suo spleen trova spazio e abbandono. Dai versi trapela spesso un’ansia di evasione, un desiderio di respirare in spazi nuovi per allontanare la delusione e le sconfitte sofferte con rabbia impotente a cui si accompagna una innata inclinazione all’ironia che, talvolta, sconfina nell’invettiva.
Nella raccolta Riti occidentali provvisori con sottotitolo “voodoo” (edita nel 2014 e corredata da bellissimi quadri di una pittrice, Chicca, amica dell’ autore), proprio nella lirica Riti occidentali provvisori nel canale d’Otranto B. Liberti offre l’immagine di un uomo dell’est dell’Europa, giunto probabilmente al porto, che trascina la sua vita tra le stradine del borgo vecchio di Otranto, compiendo i soliti “riti”, di sera facendo “la statua per gli astanti (turisti intronati dal sole e dalle nuvole passanti sul canale)” o con il suo falco e mostrandosi come un sopravvissuto al mondo sfumato della ideologia comunista.
I “Riti occidentali provvisori” rappresenterebbero la fugacità dell’esistenza, sempre provvisoria, con le sue ritualità destinate però, ad essere superate, a passare, come le idee, i dogmi, le certezze.
E il ricordo di una donna, della sua passione, va sotto il titolo di Stato stazionario convergente secondo Cauchy, di quel matematico Cauchy del calcolo infinitesimale, dei limiti e della continuità (che in tanti abbiamo sofferto nei nostri problemi scolastici) e che Liberti fa diventare la sua condizione esistenziale momentanea nel desiderio di un corpo ormai lontano.
Significativa Torri di guardia nella quale le antiche torri costruite per avvistare i saraceni sembrano aspettarsi sulla tangenziale le “corazzate austriache del ‘16” o l’arrivo dal mare di “guerrieri siriani” annunciati dalla campana mossa dai venti orientali di un marzo secco.
La lirica Tre biciclette a Canalchiaro ci riporta in un paesaggio di fine ottobre mentre si aspetta la tramontana lungo Viale delle Rimembranze a spezzare i platani/ chinati su Canalchiaro e nell’attesa di un miraggio/miracolo delle “…tre biciclette nel cielo / oltre le cime di città … avvertire in quel refolo insistente /e bianco e freddo /… le emozioni di quella ragazza”. Spazio-tempo diventano espressione di sensazioni epidermiche e suggestioni oniriche, costanti nella poesia di B. Liberti che riesce a fondere immagini e sentimento con ardite metafore.
Da Buenos Aires, con il suo porto, le sue strade, Avenida Gardel dove le ragazze sentono nelle gambe i movimenti sensuali del tango, siamo trasportati a Gallipoli, dove il maestrale “liscia le pelli alla marina” e il sole d’agosto indora i vicoli stretti, nei pomeriggi torridi “fa cadere i vestiti” mettendo a nudo “la sua malinconia”.


L’immagine di una donna in un’alba dell’est (The fool at an eastern dawn) con il suo sorriso, i suoi capelli, il suo portamento, bella come una farfalla monarca in viaggio, da Ekaterinemburg allo Ionio, dagli Urali al Canale d’Otranto, ci riporta alle tante donne che dall’Est dell’Europa approdano nei nostri luoghi offrendo le loro fatiche e se stesse.


Ma Dove vanno le ragazze? Da Roma-Termini ad Amsterdam, sul treno via Basel, “…sottobraccio un quadro usato di Degas semplice rovescio dell’anima…” , è sul quel treno che ci si aspetta almeno uno sguardo di quella ragazza abituata a viaggiare, libera di passare da un nido all’altro, e basterebbe poco volgere gli occhi per incontrare quelli del giovane che si accontenterebbe di un momento di contatto nella breve sosta di Basel.


E ogni donna ha un suo modo di essere, un suo perché, una sua presenza o assenza come Claudia delle biblioteche, che amava le more raccolte “lontano dalla strada”, o Antonella che raccoglieva gusci vuoti sul bagnasciuga.


Il mare ritorna con le sue coste e le sue penisole, come l’Istria, sul verde Adriatico, “quel triangolo / da penisola ventosa forse/ di quello sguardo che volge / a sudest gli aghi delle bussole …”, quell’Adriatico che divide due mondi non ancora fusi, che solo gli aquiloni potrebbero sorvolare da est ad ovest senza barriere, senza sbarre come le croci di sant’Andrea dei passaggi a livello.
Un mondo di confine che ritorna ancora in Scales, lungo le rotaie del tram verso Villa Opicina dove “…le ragazze dondolano nei bar / ai biglietti dei parcheggi degli appuntamenti / di auto prese a nolo…” e la bora squassa le ali della nitticora e le vele sul mare.


Il viaggio diventa metafora di conoscenza, le città del Nord Italia mostrano le loro vie, i tavoli dei bar, le ragazze, avvolte nella nebbia mattutina, ma in ognuna di esse B. Liberti coglie qualcosa di straordinario come nella città di Mestre: “Alcune stazioni / hanno di bello / solo una schiena e il suo coraggio / di non voltarsi e baci maturi / a scandalo del passante incredulo / imprecante all’ impotenza /grigio di marciapiedi, finestre / bus, asfalto ./Mestre.”

E’ nella lirica Esilio che il poeta si svela al lettore mettendo a nudo le sue fragilità: “un niente a forma d’uomo /seduto sulla sedia degli affanni / merce di scarto come un cappotto svenduto / nelle file infinite di quel frenetico cercare / fra gli incubi di pietra di un mondo non mio”. E ancora:
“Così ti dissi: – La solitudine si vanta di occhi ciechi / lega le braccia per negarmi la preghiera / ma pure in questo esilio / quando scrivo esisto”.


L’insoddisfazione, la difficoltà ad affermare la sua presenza come uomo e come poeta diventa frustrazione, solitudine, esilio, ma proprio questa condizione dà vita alla poesia che diventa una preghiera di salvezza, perché è la Poesia che salva.


Il tempo che passa, gli amici che si perdono come i colpi di vento che spazzano tutto tranne i ricordi, tornano filtrati attraverso le nebbie superando l’oblio con l’immagine di una ragazza che nuota in una notte di luna calante al largo di punta Sant’Emiliano, ricordi così forti come le rampicanti “docili e tenaci”.


I ricordi della prima adolescenza si esplicano attraverso liriche brevi come Serie armonica” : Sarai così /come il gioco delle 5 pietre /attorno alle caselle /gioco di piedi e di mani /avevo un polso fermo e rovesciato /agli stecchi delle tue gambe /poi passa il tempo /e dei monumenti facciamo /serie numeriche di baci /e infinite cene negli angoli nascosti /di metropoli.” E in questa lirica è evidente come il passato si coniuga con il desiderio di una gioventù alla ricerca del soddisfacimento delle pulsioni di ogni giovane uomo e ogni giovane donna.

La memoria diventa rifugio e consolazione rispetto ad una realtà avara d’amore.


Dopo ogni viaggio il poeta torna nel suo Sud perché incapace di allontanarsi da quella luce delle pietre, dai profumi, dai colori, dal mare. Una incapacità, dettata forse dalla impossibilità di staccarsi dalle sue origini che diventa lacerante perché egli avverte quella forza invisibile che lo lega al proprio mondo rendendo difficile quello iato che potrebbe dare una svolta alla sua esistenza. Ma la gabbia ha sbarre forti, e pur nella consapevolezza della chiusura non resta che guardare attraverso le strette aperture di quelle sbarre nella provvisorietà dell’esistenza continuando una ritualità in cui sono gli altri a riconoscere l’individuo, poco l’uomo e il poeta.


Un senso di sconfitta trapela nell’Aruspice cieco in cui l’autore esprime il proprio disincanto di fronte al mondo: è l’uomo che non riesce più ad andare oltre, quell’oltre che solo il poeta riesce a vedere, ma la vita mostra sempre il suo conto e pone l’essere di fronte all’impossibilità di sentirsi parte di un luogo amato, con il suo mare e le sue allodole, escluso da quei portoni che si aprono raramente perché ostentano una esclusività di un retaggio ormai senza senso.


“Non so più leggere / i voli dell’allodola radente /non saprei trovarne il nido /tra le sassaiole delle coste /il disordine sparso /del mare calante a luna di Febbraio /sotto tempesta /(qui in paese diradano le processioni /e si rifanno le pietre di dimore nobiliari) /da aprire ai passanti curiosi /
con corrimano di ferro battuto /alle stanze superiori. “

Nella “Trilogia del tempo provvisorio” lo scorrere del tempo si fonde nella memoria del passato con un presente labile e un futuro improbabile e il tutto si annulla nel tempo interiore, alla maniera di Bergson: “…e non ho ricordo di te/che sei domani e dopodomani/ le mie scarpe di ieri/
i lacci.” E ancora: “ … il tempo ha ragione/ha un rossetto indelebile/un abbraccio vuoto/il tempo ha sempre ragione/non è.”

Infine B. Liberti ferma il suo animo sul tempo inerte: “Il tempo inerte/ mi rapisce ogni tanto/per le dita/spacca le finestre/scardina le porte/solleva le tue gonne/e svuota le stanze/di te/dei tuoi incensi/dei tuoi sorrisi/dei diamanti/m’addormenta/culla/in un lasso di verità/dove non si sentono carezze/non bugie/e le tende ondeggiano brune.”

Il gioco della scrittura diventa funzionale al messaggio di una poesia scarna ma che assegna alla parola un ruolo semantico pregnante come nella lirica Teso:
Sembra tutto teso in questi giorni
come i sottili becchi dei passeri
aperti a respirar nell’inferno
del meridiano sopravvivere
costretti nell’angolo
della sottile
esistenza
d’ossi
anche
la notte
s’agguanta
a lontane lapidi
in cantilena di civetta
a smuovere le lampade per fare
almeno rumore inseguendo mercurio.


L’ironia di Liberti si fa strada tra le righe in molte delle sue liriche, talvolta esce in sordina, talvolta erompe sin dall’inizio sconfinando nel sarcasmo per sugellare momenti e figure improbabili come in Schedari: “Sorprendere i tuoi gesti erotici/ in fondo alla biblioteca/ ha un che di laico/ uno stroboscopio/ nella sacrestia del duomo di Napoli/ (ah! il tesoro di San Gennaro)/ mi piacerebbe registrare a mano/ le volute di questa sigaretta/ ei nati vivi nella cattedrale./ Il coro. “


I titoli in inglese soddisfano il desiderio di fotografare quegli aspetti della realtà che apparentemente non ci direbbero granchè come in “Skills of a borderline dog crossing Ugo the gecko” ma che nella poesia di Liberti tutto rimanda al senso della vita. Così in Think violet at the barbershop in cui solo il barbiere del paese sa forse riconoscere i pensieri del poeta : ” Perchè mi vieni con questa testa usata, di seconda mano,/ non l’ho fatto io questo lavoro”/
Sono strane le donne amico mio…”.


L’uso della lingua straniera potrebbe rendere ostico l’approccio alla poesia e allontanare il lettore medio, ma Liberti punta al coinvolgimento di chi ama la sperimentazione e si sforza di entrare nel suo pensiero, nel suo modo di fare poesia, una genialità poco riconosciuta proprio per i limiti linguistici dei più. Una poesia che si allontana da una lettura della realtà in modo tradizionale, una poesia moderna che utilizza uno slang più vicino ad un pubblico cosmopolita che si riconosce nell’insaziabile ricerca dell’essere in un mondo difficile dove l’individuo fatica a trovare il suo spazio.

Riti occidentali provvisori sul canale d’Otranto
Gore
va leggendo effemeridi nel pomeriggio
sulle lingue dei cani in Avenida aragones
accanto a Porta Terra
di sera fa la statua per gli astanti
(turisti intronati dal sole e dalle nuvole passanti sul canale)
e qualche volta si muove
veste calzamaglie e bottoni neri
ceroni e unghie finte alla ventura del grecale
(non compra mai il giornale locale
e non lo legge sui tavolini dei bar alle mura)
di mattina non so cosa faccia
(forse arringa i falchi dal suo amico slovacco,
abita una lussureggiante masseria diroccata
nel seno di Badisco, di nome fa Martin)
ma il tempo poi non è tempo
se dai profondi ’70
aggallano al lastricato di ingresso al groppo
della chiesa ortodossa
militanti di Lotta Comunista.
Torri di guardia

Le torri di guardia decapitate
mostrano le spalle nude al mare
di venti orientali
in questo marzo secco
spente come reti al porto
come se sulla tangenziale
apparissero corazzate austriache del ’16
e la campana suonasse
i temporali soggiornano
sotto le ali dei guerrieri siriani
e la litoranea fiorisce
in questa notte di marzo.

Dove vanno le ragazze

Saliva
sottobbraccio un quadro usato
di Degas semplice rovescio dell’anima
sui gradini del treno
per Amsterdam da RomaTermini
dove migrano, fossero
sparpagliata pula
certe ragazze
quelle che dici “ti conosco mascherina”
se
lasciano un nido per un altro
lo sanno e dormono
sui ticket di ieri
sfaldando le voci
potresti almeno verso Basel
guardare un po’ fuori
senza scendere
solo un po’ deviando lo sguardo
dal fiorellino che hai in mente
scendi
sempre alla prossima
è lontana Amsterdam
è oltre.

Scales

Le insegne del nord
abbruniscono le rotaie del tram azzurro
verso Villa Opicina
e le ragazze dondolano nei bar
ai biglietti dei parcheggi degli appuntamenti
di auto prese a nolo
qui a volte ci sono locali irlandesi
con le porte rosa
e legno tra le panche e sui muri
ma le creste di bora da terra
spezzano le ali alle vele della nitticora
occhi verdi
e le bilance suonano nelle notti.

Esilio
-Cancellami l’ultima neve sporca
sopra i passi nudi
di un gennaio a ritroso dentro gli anni-
Se per caso mi scorgessi la presenza
/al di là d’ogni barriera eretta/
potresti allungare sui miei occhi
la tua mano alla prigione
nell’ attesa rassegnata
tra le sbarre di un motivo
e l’ignobile pasto del mostro
al tentativo incerto di una fuga
Di ciò che rappresento
un niente a forma d’uomo
seduto sulla sedia degli affanni
merce di scarto come un cappotto svenduto
nelle file infinite di quel frenetico cercare
fra gli incubi di pietra di un mondo non mio.
C’è ancora la speranza di trovare un altro dio
a ripercorrermi le linee della mano
per dire di un futuro già vissuto
o dell’improbabile senso del nome che mi porto
Nemmeno quello mi fu dato di volere
ci fu una madre in quell’inizio di destino
così impalpabile e lento
come il profilo di una donna di Corsano
sul fiato trasparente delle nuvole
che dopo l’alba se ne tornano al cielo
per non morire tra i cadaveri in terra
Così ti dissi:
-La solitudine si vanta di occhi ciechi
lega le braccia per negarmi la preghiera
ma pure in questo esilio
quando scrivo esisto

L’aruspice cieco
Non so più leggere
i voli dell’allodola radente
non saprei trovarne il nido
tra le sassaiole delle coste
il disordine sparso
del mare calante a luna di Febbraio
sotto tempesta
(qui in paese diradano le processioni
e si rifanno le pietre di dimore nobiliari)
da aprire ai passanti curiosi
con corrimano di ferro battuto
alle stanze superiori.

Di Mimì Maestria

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