(A cura di Tina Cesari)
Tutto il possibile è stato scritto sull’arte di Carlo Stasi e ardua è l’impresa di trovare possibili chiavi di lettura per decifrare la sua complessa materia creativa. Esplorare la sua labirintica attività e immergersi in essa equivale a proiettarsi in un mondo parallelo nel quale non è più tracciato un confine tra l’idea, il progetto e la messa in opera, col suo susseguirsi di fasi: l’idea è già opera.
Per entrare nel mondo di Carlo Stasi non si possono scomporre le diverse competenze di analisi dell’immagine e della parola, perché le varie forme d’arte non si offrono distinte, tutte si sublimano in un momento di sintesi perfetta.
La parola e l’immagine evocano sinestetiche emozioni, come nel verso fonosimbolico della poesia-calligramma Il sasso: « 1-2-3-4-5-6-7 volte rimbalza il sasso sull’onda»; la disposizione orizzontale delle parole e dei numeri riproduce il movimento della pietra che rimbalza a pelo d’ acqua mentre le lettere del verso «poi affonda», disposte in forma verticale e distanziate in misura sempre maggiore, precipitano inesorabilmente sul fondo della pagina creando un effetto unico e irripetibile.
E così, anche le gocce di parole che contengono le molteplici definizioni della parola “goccia”, nella poesia omonima, riproducono visivamente il loro movimento di caduta verso il basso ma sono anche “piene” di significato.
Ci sono delle liriche in cui il febbrile atto creativo si placa e dà luogo a versi di bodiniana memoria come: «le donne/ del Sud/ sospese/ in attesa/ al muro bianco/ nero/ è il loro pensiero», così come il verso «Tu non conosci/ le donne di Puglia» della poesia Donne di Puglia rimanda al medesimo poeta.
La poesia diventa anche denuncia nella lirica TIGILUNA in cui «foreste carbonizzate/ invocano pietà/ a piogge inacidite» che sembrano tanto evocare gli apocalittici e profetici versi di Salvatore Toma: «e sembrava il mondo/ un inferno incandescente», lo stesso Toma a cui Stasi tributa gli struggenti versi di severo mònito: «hanno assaporato il tuo miele/ di ape schiacciata/ per il fastidioso ronzìo/ se solo ti avessero dato ascolto».
E ancora, il paesaggio arido di «brulle rosse zolle e scheletrico pietrame» della poesia Capo d’Otranto sembra richiamare i versi onomatopeici di Montale: «si levano tremuli scricchi di cicale dai calvi picchi».
Gli echi di tante letture di Stasi diventano nuove immagini che evocano altro sentire.
E c’è ricerca, fame quasi ossessiva, della parola e dell’immagine perché ogni anelito deve essere catturato all’istante e tradotto in qualcosa di palpabile da condividere con il lettore; l’artigiano Stasi plasma e conia termini passando con disinvoltura da un registro linguistico a un altro quasi come un gioco destinato a non finire mai, come il bambino che vorrebbe protrarre all’infinito il godimento ludico.
Tale ricerca non è mai fine a se stessa, veicola sempre un messaggio, come quello già lanciato quarant’anni prima e che riecheggia oggi maledettamente ancora nei versi: «Ah, maledetti…!/ giocano ai soldatini/ i signori del mondo/ e noi pupazzi nelle loro mani/ non ci ribelliamo…». Ne La danza dei sette pensieri l’arte della scrittura traduce in versi il pensiero che «importante è capire/ cogliere il punto/ dove ogni anelito/ confluisce in fiume» e tutto ciò diventa metapoesia.
Il fare in termini artistici diventa, così, filosofare: i versi della poesia intitolata Voglio vivere sottendono una ricerca di senso, una riflessione di natura esistenziale: «voglio vivere/ per paura di accorgermi/ d’esser già morto/ voglio fare/ per non pensare/ che è inutile»;
Non mancano suggestivi messaggi d’amore, come questo: «Dimmi Louise/ se son mari profondi/ o cieli di baci infiniti/ quegli azzurri stupendi/ negli occhi tuoi brillanti», frutto di un lirismo che non cede mai alla stucchevole confessione.
E c’è anche il Salento, un Salento magico, mitico, ma anche molto realistico come nella poesia Penisola salentina che diventa una figura personificata e fissata nella bella immagine calligrammatica con l’interessante allitterazione iniziale: «case de sale/ spase allu sule/ persiane de ulìa/ allu jentu ca rrìa…» dove le parole si succedono trasferendo istantanee nella fantasia e nella memoria del lettore.
Il Salento è una donna la cui «ucca nfussa/ de terra russa/ rena muddhata/ pelle ddafrascata/ friscu de chianche / ca teni ntrà ll’anche».
Il Salento sono altre donne, le spurtare di Acquarica: «sedute/ stanno/ in silenzio/ le artigiane/ ad inseguire/ con gli occhi stanchi/ maglie di vita/ perdute tra i capelli bianchi».
Il Salento sono i lavoratori nelle cave le cui «rrobbe pettu faccia e mmani/ tutte chine su de tufu» e «de stammane cullu caddhu/ su ttummàti ntrà lle cave»
È anche il Salento degli otrantini massacrati, presente nell’acrostico che rievoca l’eccidio ad opera dei Turchi; è anche il nostro capoluogo di provincia: «città più triste non c’è/ di Lecce/ quando piove»
Non esiste soltanto il Salento in cartolina ma anche quello sofferto, quello dell’emigrante nella lirica intitolata Laggiù: «laggiù/ dove i vecchi/ s’appoggiano/ a secchi/ bastoni/ di memoria/ e bimbi/ neri/ scalpitanti/ destrieri/ sognano/ treni/ per partire/ là/ un giorno/ tornerò/ anch’io/ a sognare/ di partire» che si raccordano ai bodiniani versi: «qui non vorrei morire dove vivere/ mi tocca, mio paese, così sgradito da doverti amare».
E aggiunge che «il Salento/ è un angolo segreto/ in fondo al cuore/ una penisola/ dove arriviamo/ dopo che tutti gli altri/ sono scesi/ ed il treno resta/ pieno solo di leccesi/ dagli sguardi complici/ impazienti/ di riveder/ quel sole».
Poi avvertiamo la denuncia pasoliniana dell’abbandono del mondo dei campi nell’illusione che tra il catrame e il cemento possa migliorare la vita del contadino ache è diventato operaio: «la zzappa/ rriposa/ ntrà llu surcu» la zappa riposa nel solco abbandonata dal contadino «la manu se n’è sciuta/ nunn’è cchiù llurda de fanghu e rrumatu/ mo’ nu’ ttene cchiù ffame/ ma è llurda de rassu/ petroju e ccatrame»: (la zappa/ se n’è andata/ non è più sporca di fango e letame/ ora non ha più fame/ ma è sporca di grasso/ petrolio e catrame).
Poesia visiva, performante, sperimentale, che tanto sembra vicina a raccogliere l’eredità di Antonio Verri, parola-forma, poesia verbo-visiva, poesia-istallazione, calligrammatica, acrostica, parlagrammatica; per quante altre definizioni si possano dare, non si potrebbe mai riuscire a tracciare un confine netto che separi il significante dal significato nelle parole di Stasi. Già, e perché farlo?






