VOGLIA DI AMORE VOGLIA DI BELLEZZA

( a cura di Rocco Aldo Corina)

Scorgo una mente «smarrita nei meandri di vaste perplessità», perciò mi domando in quali tortuosi grovigli possano reggersi i dubbi di un’anima. Ma dubbi di che?, se pur giace il sole nelle impossibili curve sinuose del tempo ove l’anima in qualche modo si poggia per dar conforto – forse – alla sua solitudine? «Squarci di luce nel buio – dice Raffaella – inquietano le notti dei sopravvissuti» e «lampi funesti appaiono in cielo come lame fendenti scagliate contro persone inermi» e «tremano i cuori al balenìo di polveri velenose, che si solidificano nelle narici e nelle gole afone per l’asfissia. Si resta fulminati – dice ancora – dalle scie dei missili, soffocati dall’incredulità di ritrovarsi monchi e morti, sotto le macerie».

Machiavelli parlerebbe di noia, meglio d’affanno in uno scenario però di sfida. Ma per capir se davvero questo è nell’opera che la scrittrice pone a noi davanti, ai nostri occhi dico, occorre considerare a fondo quel «cielo» che «improvviso» «si oscurò» e «piovve a dirotto con fulmini e tuoni spaventosi». Addirittura «la terra – scrive Raffaella – sembrava scomparire» sotto quei «violentissimi» «scrosci d’acqua» «che portavano via qualsiasi cosa». Ahimè, tortuose immagini vedo «Attraverso l’attraverso» di cui dice Raffaella, al fin di giungere, forse, dopo gli oscuri volti conosciuti di una vita burrascosa, al tepore di una lunga delirante sera. «L’essere trafitto segna l’attraversamento: attraversando l’uomo, il raggio di sole illumina un contesto di solitudine in cui la sera può rappresentare il tramonto di sé oppure una nuova rinascita». «E come in me cresceva l’amore, così cresceva la consapevolezza in me, di come si sia schivi dell’odio» purtroppo. Ma questo è Gibran. Ognuno – dice Raffaella – si disorienta a modo suo, facendo i conti col proprio stato interiore; nella vita pesa ogni cosa, anche ciò che sta fuori di sé e che, malgrado tutto, ammanta la gioia o la delusione che ci si porta dentro».

Non è facile entrare nel pensiero dell’Autrice, soprattutto in quest’ambito di invadente spiritualità fatta – se anche pensiamo al Boccaccio – di «ispumosi ravvolgimenti» se pur a primavera il sole dà «alla terra il piacevole vestimento di fiori, gli alberi di graziose frondi e la terra da argentali onde rigata, si mostra allegra». Sì, tutto questo va bene, ma per ben capire il pensiero della nostra Autrice, le sue evidenti doti generative di vera bellezza, non è facile. Lorenzo de’ Medici nel suo Comento sostiene che «di nessuno è più proprio ufficio lo interpretare che di colui medesimo che ha scritto, perché nessuno può meglio sapere o eligere la verità del senso suo, come mostra assai chiaramente la confusione che nasce dalla varietà de’ comenti». Perciò Raffaella mi perdonerà se nella sua filosofia dell’esistenza non riesca io a cogliere il giusto per darlo al mondo nella maniera dovuta. E certo, però, che il suo dire non rifugge dall’amore intenso inteso nella forma più bella. «Contemplare» per lei «significa aprirsi alla realtà del suo ambivalente mistero, considerandola da de-siderare, cioè da mettere insieme alle stelle». Che bello!

È qui – come lei dice – «il desiderio di conoscenza dell’uomo, mentre nel contempo lo amplifica», e cita Agostino, sì il Santo «a proposito delle stelle affermava: “Ammiro lo splendore delle stelle. Ma non si placa qui la mia sete; è di chi le ha fatte che ho sete”». Perciò se «quella casa un tetto non lo aveva», di chi è la colpa?, a parer mio di chi non si ciba di poesia e filosofia. È il mio modo di vedere le cose. Capisco però che per Raffaella bisogna convergere «nel senso etico di un’estetica del bello», ed è ciò che solo poesia può dare. Infatti per Raffaella noi «viviamo di splendore e meraviglia» sol quando lo vogliamo. «Perciò – dice – regni l’amore» «e la poesia» e sia questa frutto di anima pura. «Recuperare le sorti», dunque, «per scolpire/ nelle menti» «il desiderio di vincere».

Sì, «la follia/ fa scalpore», magari «la follia di un amore», è certo però che «viviamo» per gustare «l’ebbrezza» di un «momento» forse, «giusto il tempo/ di un sogno» magari «gaudente». Tante «scintille» intorno a noi purtroppo «accendono fuochi», «passioni», anche «bagliori di/ idee innovative e sentimenti/ di attese votive». Si ha insomma bisogno, per Raffaella, di sincerità negli affetti, di un mondo nuovo che aspiri alla gioia, all’universale sorriso, al limpido «fulgore», come lei dice, «illuminato» «da impulso/ o rigore».

Per cambiare – insomma – ci vuole l’opera del «genio», degli «uomini savi». Quando «la scintilla/ accende/ una luce», il «mondo» può vantarsi di avere «una visione» «migliore». E mi sovvien Leopardi adesso, lo vedo nel tremore di una vita appesa al filo dei tanti suoi giorni inquieti. Invocava allora serenità e pace.

«O cara luna al cui tranquillo raggio», «tale è la vita mortale?». «Pur mi giova», «o mia diletta luna», «il noverar l’etate/ del mio dolore», e quel «verecondo raggio», e la «placida notte», nel passar dei giorni miei.

E quella luna «dominava/ maestosa», «piena e orgogliosa,/ illuminata/ di rosa» in Raffaella. «Si rifletteva» lei «nei riverberi/ di un’acqua briosa» mentre «il ruscello scorreva» «portando/ seco/ il sogno/ di un sodalizio/ d’amore» e pur di «frenesia», magari anche d’amor «caduco» per quel «ramo» «di ciliegio» che le «ha trafitto» il «cuore». Che bello!, filosofia e poesia nella luce dei tuoi occhi «disorientati,/ ma non turbati», perché dipinti di albe lucenti.

«Ogni verso ri-guarda l’anima e per essa» l’Autrice «si sofferma su aspetti di intrecciata tessitura perché, quando si contempla, il linguaggio si fa poetico». Soprattutto quando «mi guardo dentro e osservo il mio io, un io nascosto che ride e piange, che osa e teme», direbbe Gibran. Sì, è il momento in cui «il mio essere si stupisce dal mio essere, e il mio spirito chiede al mio spirito».

Dissi un dì che poesia «è un linguaggio in cui i simboli concretizzano un mondo reale. È un modo insomma di dipingere attraverso la semplice parola. Ne basta una per raccontare l’inesprimibile. In altri campi, vedi la filosofia, i concetti non riescono a scorrere rapidamente nelle pieghe dell’immaginazione. La lunga immagine meditativa non permette la sintesi. Del resto, solo la poesia compie prodigi in quanto anima, cioè bontà di pensiero». Dico pure che se in un dipinto traggo l’anima dell’autore, voglio dire la conoscenza che l’autore ha della sua anima, ma la traggo fuori da ogni soggettività il pensiero guardandola naturalmente nell’obiettività, esprimono un giudizio oggettivo. L’autore di un’opera d’arte realizza quindi il suo lavoro in relazione alla conoscenza che ha di sé, voglio dire del suo io, della sua anima. Per questo dico che il valore può essere più o meno di una certa elevatura per essere detto valore, ma mai privo di bellezza se riferito al bello. Perciò dico che poesia è verità e sappiamo che la verità è una e basta, non ci sono parole che possano giustificare il contrario. È il motivo per cui dico che solo la verità è poesia. Essa nasce, non può imitare, può solo dire ciò che l’anima le dice di dire, «e quando dice, dice il vero perché l’anima – che è spirito – è sempre verità anche quando sembra imitare lo stile di un altro, perché nel caso si tratterebbe di imitazione come poesia pura, poesia come verità. Può infatti l’anima riproporre lo stile di un altro – dopo averlo naturalmente conosciuto – ma sempre nell’originalità dell’essere che lo realizza come bellezza interiore oggettivata non mai come copia, ma realmente a tutti gli effetti».

È il caso di dire che la poesia di Raffaella esprime realmente la sua anima in ogni angolo che ci propone nella ragione del suo essere. E si tratta per Raffaella di «attimi intimi misurabili perché costituiscono il vero tempo della personale conoscenza. Che è presa di coscienza» in quanto anima. Si ha l’impressione di «possedere – dice ancora l’Autrice di Arabeschi. – una mente extracorporea che conduce al Logos o all’Oltre, al di là della mera caducità di fatti, parole, opere e fisicità… È una questione di coscienza. È la ricerca dell’archè, del Principio Primo – dice ancora – da cui tutto muove e che costituisce il senso delle cose, della vita». Perciò «viaggiare» – per l’Autrice – «è un po’/ morire,/ per poi/ rinascere/ migliore». Dire che l’anima possa reggere in sé l’infinito è ormai cosa risaputa, non scandalizza più nessuno. Basta credere che l’infinito sia anima, cosa che può essere anche nella considerazione dell’anima come parte dell’infinito. È il motivo per cui «la poesia/ ha scalato/ montagne/ di sogni/ inespressi/ o incompiuti,/ ma pur sempre/ vissuti».

Per questo «la vite/ avvinghiata/ al pergolato/ sapeva/ di natura/ e di afflato»? Si tratta, per Raffaella, di «intreccio immacolato». «Quante poesie/ al suo cospetto»! «Quante risate» e quante lacrime d’amore. Ma quell’«uccellino» «sapeva volare» e «pensava/ a quanto/ sarebbe bello/ se tutti lo/ sapessero fare», sapessero «danzare/ fra le nuvole/ nel cielo/ e osservare/ la realtà/ da un’altra/ prospettiva» magari fosse possibile per noi questo.

Nel leggere le opere di Raffaella Scorrano m’accorgo della storicità, meglio della validità dei fatti narrati per certo non nati all’improvviso in quanto frutto di accurata indagine introspettiva, di studio continuo, assiduo nella volontà dell’Autrice di dare autenticità al messaggio formulato.

La sua analisi posta in essere ai fini di un modello espositivo attrattivo è la via che permette l’oggettività dei fatti narrati nel rifiuto di pregiudizi e scontri d’opinione azzardati. Scopro in Raffaella una sorta di criticismo sistematico percettibile come arte del vivere, una sorta insomma – come dissi un dì – di “criticismo estetico in grado di dominare le intuizioni nel linguaggio particolareggiato e incisivo non privo di concettualismi moralistici”.

È quel che oggi emerge nella voce non solo poetica di Raffaella tutta volta a salvaguardare nell’immagine l’autenticità del vero vissuto in una sorta – come lei fa intendere – di raccapricciante idillio in una situazione di pace e armonia deturpata a volte da sensazioni di paura e forse di ribrezzo in «una lotta/ continua/ tra sbalzi/ di tremore/ per cedere/ o procedere/ finché il/ giorno muore». «Il Verbo amare» – come lei dice – prevale, perciò «richiede rigore,/ cercando l’Assoluto». Per lei «l’amore ama e basta/ senza rischio di circostanze» in quanto «porge all’altro/ quel che di bello/ l’uomo è in grado di creare». È il motivo per cui tuona il suo essere, l’essere di lei, nei confronti di chi «si è fin troppo imbattuto nel mistero sconosciuto» «senza giusta cura». «La trascendenza» – dice – «è stata violata» «per un fideismo consunto». La fede che si è logorata, consumata, esaurita dunque in un viavai di contaminati gesti abitudinari privi di ragione. Ed è ciò che per Raffaella non produce pensiero, non trasforma insomma in positivo l’essere nel suo continuo evolversi nel tempo.

«Il Pensiero/ è stato indebolito/ da chi ha tradito,/ perciò occorre salvarlo/ agendo in fretta/ prima che ogni cosa finisca». Sì, qui Raffaella è categorica: «La fede», dice, «a volte vacilla,/ ha bisogno di un suggello». «Un forte tormento» – dice ancora – «solca il suolo/ del turbamento/ ogni volta che/ il Vero si mostra/ all’intelletto smarrito». E tuona ancora l’Autrice nei suoi scritti grazie alla sua perspicacia e intelligenza viva. Il suo stile brillante ha la capacità di cogliere in poche righe l’essenza di una storia fuori da ogni incomprensibile oscuro linguaggio grazie alla sua prontezza d’ingegno e alla sua capacità di discernere il bene. «È vero» infatti «che la vita capita, ma la possibilità di starci dentro si sceglie e si crea grazie alle proprie capacità di analisi».

«L’artista crea quando tende verso l’alto, quando guarda verso il cielo sapendo che la propria caducità non è causale e pertanto ha bisogno di essere riempita di senso e di significato».

Cos’altro dire di lei?

Dinanzi a una fonte inesauribile di beltà intellettuale non si può restare inermi anche perché se è vero che la bellezza – come dice Dostoevskij – salverà il mondo, un tassello alla bellezza che salva appartiene a Raffaella. Per lei «la bellezza» è intesa come «massima espressione del sublime» per cui ne comunica «l’essenza, stimolando quella meraviglia da cui assurge la conoscenza». Che bello!, vedo in Raffaella un’oasi di benessere interiore come rifugio di pace, una meta di viaggio insomma. La bellezza, per Raffaella, «risiede ovunque i particolari sappiano rendere speciale quel qualcosa che ristora la mente».

«Spesso ci si chiede se la bellezza salverà il mondo. Ma, pensateci bene: essa c’è, esiste, c’è sempre stata, ne siamo immersi. Eppure, continuiamo a cercarla come se si nascondesse e intanto esistiamo nello spasmodico tentativo di afferrarla. E, allora, perché ci arrovelliamo con questo quesito? Non sarebbe, forse, più giusto affermare che è l’amore per la bellezza che salverà l’umanità? Eh sì! Perché bisogna ammettere che solo se e quando si prova amore, si opera il bene. Gli occhi innamorati sublimano le cose e le persone, cogliendone lo splendore».

Sì, la bellezza come amore nel silenzio delle umane passioni, quale spirito di anima pura fa provare l’ebbrezza della sera nella dolce loquela dei boschi sacri della vita. «O alba di rugiada/ fiamma inviolata, virgulto».

«Tu conosci le tenebre il sorriso/ albero di melograno ebbro solitario amico». «Terra sconsolata conforto tenero miraggio». «La sua voce io sento e non la vedo». «Anima mia spasimante/ rimani rimani lì non ti voltare». Questo oggi mi va di dire invocando la quiete, la bellezza che mi fu cara mi allontanò un dì dagli affanni, mi donò «l’acqua azzurra», «un volto e ombre bianche». «Tutto passa e va» in questa vita, «tutto cade in rovina, tutto finisce in questo mondo in cui la notte soffoca la luce quando il giorno scompare. Non se ne va però lo spirito, il soffio dell’anima, quand’esso è sano e puro, quand’esso esprime bellezza».

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