Eppur così non può essere, ma così è, forse. Nessuno si meravigli
se, leggendo Francesco, penso a Turoldo. «Ieri un Vecchio segnato dal
tempo ricorda di un/ giovane tempo che ha smarrito quel tempo». Così si
esprime Francesco, non certo desiderando l’oscurità della triste sera. La
passata giovinezza non gli permette infatti d’avvertir la quiete per quel
tempo che purtroppo, ahimè, non c’è più. E Turoldo? «Fa’ – dice – che la
notte finisca» presto, basta con il «pianto che ora trasuda dai nostri rami
gonfi d’allegri sogni soavi», «fammi piena la bocca di profumo». E il nuovo
giorno ci sarà?
Per Ungaretti sì se per lui «dopo tanta nebbia a una a una si svelano
le stelle». Creatività – la sua – che porta di sicuro all’amor puro, che non
certo disdegna i chiaroscuri lunari nell’amabile luce delle stelle.
Il fatto è, però, che «i labirinti non sono più lineari e svoltare
sempre in una direzione può condurre a intersezioni e sovrapposizioni» 1
anche perché «non è facile seguire il filo di Arianna nel labirinto dei nostri
giorni» 2 se pensiamo alle «pagine con segni minuti/ trovate nel nulla,/
speranze passate/ trovate sospese» di cui dice Francesco. Versi questi che,
1 G. BARBA, in F. PASCA, Parole sparse, UM5, Gallipoli 2005, p. 10.
2 Ibidem.
in un’atmosfera di vagante attesa, segnano la trama di un essere (quello del
poeta) che inquieto in fondo non è, pur nella considerazione di una vita ogni
giorno segnata da «Primavere sospese nel tempo» in un viavai di sorrisi
inaspettati «nei trascorsi di stazioni lasciate», percorsi inariditi «su umide
labbra di mare», «mani tese» in contrasto fra loro, descritte in maniera
formidabile nell’entusiasmo di una forma a dir poco sublime per gli
avvenenti e garbati effetti che, generati da un’anima a mo’ di preghiera,
sembrano avvertir chiaramente gli affannosi assilli del mal vivere umano.
Le abilità stilistiche – che di certo non mancano – fanno poi di Francesco
un «architetto della parola» come Tina Cesari a buon ragione sostiene,
tenendo anche conto dell’efficacia di un pensiero non certo privo di «nitide
stelle» di cui dice l’Autore nel rifiuto dell’inerte bruma.
Ma l’odio disumano ancora esiste e «sono io quel grumo che crolla
a piombo nel selciato», dice Luzi, per il quale «l’acqua del fiume scava,
porta via il tempo, le luci della sera» dove «due rive» ancora «stanno lì
separate. O unite, forse, dalla luce». È come se un ponte potesse
congiungere «quella poco misericordiosa gente», ecco la speranza che è
nella luce, nell’idillio di un’anima sognante. E qui Alda Merini è
categorica: «Ti prego – dice – lasciami andare: il pensiero dell’alba è in me
così alto che non occorrono boschi per poter camminare». «Narro – dice
Francesco – solcando Segni d’aria/ in miti reali/ in vicende virtuali».
«Narro» e «rincorro» forse «un lume lontano». Ecco «il pensiero dell’alba»
di Alda, ecco la «Luna» e il «Sole» di Francesco.
È proprio vero, nella perfezione di amore i poeti assicurano al
fanciullo lune azzurre, fiumi rossi, albe di sole, il bel tempo all’uomo del
domani.
Sì, «l’amore è una porta chiusa, la sanno aprire i fanciulli forse
perché entrano in punta di piedi». Sono del poeta Giannetto questi versi, di
Carlo dico, per il quale l’amore è «un desiderio d’abbraccio, una fonte di
sguardi, una pozza profonda, una voglia di bersi». Sì, la poesia deve
penetrare negli animi nella voglia di attuare cambiamenti con l’abilità del
sorriso.
Molti sono i sussurri dell’anima legati all’ombra delle fragili lune,
struggenti a volte come il buio delle notti di fumo. Eppure, l’accattivante
bellezza è nei campi di rose scarlatte, nelle scalinate spumose d’un tempo,
piene di spighe feconde e ardenti primavere e pur silenti come gocce dai
toni di fuoco, alla maniera dei vecchi poeti per cui dico d’una vita
purtroppo non sempre serena. Ma, nei ghirigori del sorriso che spesso mi
toccano l’anima, in questi giorni per me giulivi, grazie anche alle pagine di
Francesco fitte di ardenti silenzi, l’inaspettato può essere «ritrovato»,
fors’anche «osservato» come vuole il poeta. L’ombra del nulla infatti a
volte si svela in vera sublimità come messaggio d’amore per il mondo:
«Donna,/ il pensiero di te/ m’avvolge/ come ramo sospeso e…/ ti voglio!»,
proprio per questo «ti voglio», perché «a sud/ l’inverno ha segnato/ Orione
nel cielo/ tra diamanti filati,/ adagiati./ È cintura sul tuo corpo e…/ ti
voglio!/ È desiderio/ ripetuto/ tre volte./ È desiderio/ uguale e diverso/ e per
tre volte,/ da sempre,/ ho cercato e…/ ti voglio!». «Desiderio dolce/ di
richiesta/ di pace e…/di donna».
Vedo – dice il poeta – intorno a me «uccelli migranti/ veloci/
filastrocche d’ali/ su destini segnati/ magari sognati». «Certo avrei potuto
giungere in vetta, un tempo,/ e dalle dissonanze della vita/ trarre un accordo
che salisse a Dio». Faccio miei questi versi, d’accordo come sono con
Oscar Wilde, anch’io «divorato», come lui, «da lingue di fiamma». Perciò
tu, «spirito di bellezza, resta ancora» tra noi, vieni in nostro soccorso,
liberaci dalle catene dell’oblio – sembra dire Francesco –, non vagare di
notte, non piangere. Sì, la poesia di Francesco mi riporta anche ai poeti d’un
tempo non troppo lontano. «Le rughe della mia fronte di ieri/ sono rimaste
nello specchio», dice Hikmet, nel sonno delle ore silenziose, aggiungo io
ispirandomi alla poesia del nostro Autore la cui mente ha sete di
conoscenza, osserva l’inquietudine quando è pura, tocca l’anima, la mente e
il cuore perché è sorriso, è tutto la sua poesia, difende la vita alla luce del
filosofico sapere che sparge al mondo l’amor vero. Francesco Pasca è il
poeta che ritiene la «mente» sia anima di vita, alla maniera di Leopardi,
forse, di anima cioè simile a materia che materia non credo che sia. Ma
questo è solo il mio parere per cui penso che l’intellegibile diventa visibile
grazie a poesia.
È come – a dire di Kant – dare al giuoco dell’immaginazione «il
carattere di un compito dell’intelletto». Perciò poesia come filosofia,
ricerca, frutto di intuizione dovuta a indagine conoscitiva che condensa
prima e poi abbrevia nella bellezza scaturita dall’anima. Frutto di anima
pensante è perciò la poesia di Francesco, di anima sollecitata a produrre
bellezza dopo i patiti, lunghi giorni il cui studio intenso ha calamitato parte
dell’essere suo interiore per amorevolmente fissarlo su carta.
«Quel bagliore di Memoria urtava ed esplodeva, dava luce e
ragione. Ad esempio, era il suggerimento sul come la proiezione di una
retta sul piano di quell’infinito, come la si determina, si ottiene, si disegna
con la sua forma grafica. Il relativamente semplice si scontrava con il
relativamente complesso» 3 .
Ma dov’è, «dov’è l’infinito?, si domanda Francesco. Qual è la sua
collocazione, il Luogo? È sopra, sotto, a destra, a sinistra, dov’è?».
Quel che conta è l’ideale oggettivato come espressione di anima
creatrice. E ciò è poesia. Quel che conta è l’immagine suadente, l’ideale
oggettivato col sorriso della forma poetica: «Fu così che Thea, danzando e
creando il mondo, unì in uno stretto legame le sei componenti del Caos». E
ciò è poesia.
3 F. PASCA, Il gesto, Lupo Editore, Copertino (Lecce) 2011, pp. 122-123.
Reminiscenze esiodee in Francesco e non solo «nel distribuire gli
elementi e nel concedere all’uomo le regole». E qui Francesco va avanti
«adoperando il numero tre, l’imperfetto perfetto». Viene presupposto,
quindi, un dio che non è dio, ma alla maniera dei buddisti. Francesco sente
la necessità di trovare una vita armoniosa nella Parola, forse, ma s’accorge
del Gesto-Segno che nacque prima – dice – della Parola.
Parola come Verbo non credo, se è vero che «costruì un carme»,
per l’appunto «un carme quadrato palindromo». Il Segno, invece, grazie alla
sua azione, «fu un’alternanza di versi», lunghi versi «dalla concentricità
geometrica di natura modulare» la cui traduzione «fu metafora», diciamo
Caos. La dea dai «silenzi sui sassi» danza nel Caos «con misteriose tracce
d’erba… con pietre d’ordite nuvole». Era il Caos, era ciò che non era, forse,
era l’incompiuto, forse l’idea, l’idea radicata in me, in noi, in ogni dove
come sorgente di assurda, distratta vita da quell’unica «stella splendente» di
un’occasionale «costellazione», vita insomma, per il poeta, distratta da
un’Alpha, prima lettera dell’alfabeto greco, forse simigliante al nulla se di
unica stella si tratta in una civiltà «fatta di vetro» dove Virtù non può
esserci, né poesia, una filosofia forse sì perché «l’Uno sarà identico a se
stesso, non sarà Uno con se stesso», dice il poeta, per il fatto che, «essendo
Uno non sarà Uno sebben questo sia impossibile». «Fugge e si ferma»
Francesco, «è avanti, ma avanti-avanti e poi di colpo indietro sino
all’indietro più remoto» 4 . Sta a noi lettori «trovar le tracce» ed è vero, ma
quali tracce? Sappiamo che Caos è disordine, ma sappiamo anche che dal
Caos nasce la vita nel segno di un’esistenza per necessità armoniosa, lo
dicevano gli antichi. Se pensiamo a quel che disse Omero, è la Notte il
principio delle cose, quindi l’oscurità, la tenebra che poi diventa luce. Per
Esiodo invece è il «Caos creator dell’Ade e della notte scura». Addirittura
per Aristofane la notte creò Eros dalle ali dorate che si unì al Caos per far
nascere la luce, la terra e gli dèi immortali. E per Francesco? Dove vuole
arrivare Francesco? La verità, credo, sia una, proviamo a immaginarla.
Lucrezio dice che «una forza nascosta distrugge le cose umane e sembra
compiacersene». È in essa il Caos di cui parla Francesco? È difficile dirlo.
So soltanto che «Venezia era il sole, era donna danzante, era desiderio di
sogno, era il sole, chiaro cielo di sole. Non era triste Venezia», era sole
infatti. Era, era, non è più adesso perché a un’anima manca qualcosa, la
meraviglia distrutta da un vento «tiranno», dal quel vento che la «mia», la
«tua» mano – dice il poeta – «non può fermare». Ma io – dice Francesco –
«Ho seguito/ cercato/ fianchi generosi/ seno di nutrice/ paziente,/ moneta
preziosa./ Ho sparso/ segnali,/ impronte segnate./ Ho perso le mie tracce;
/non ho,/ all’alba,/ più trovato le sue». «Ho atteso/ giornate di sole./ Ho
atteso/ paesaggi arrossati,/ disegnati,/ ricchi di mille colori./ Ho atteso/
nuvole di gesso annacquato,/ cariche di attese e di sete./ Ho atteso/ parole
da mescolare alle tue./ Ho atteso/ desideri insperati./ Ho atteso! Forse,
4 M. MARINO, in F. PASCA, Il gesto, cit., p.11.
domani?». Come osserva il Barba, l’Autore «vede, nel tempo, creature
malvagie simili a Gorgoni che con gli occhi degli altri pietrificano le sue
difese» 5 e non posso su ciò non essere d’accordo.
Nella poetica di Francesco la visione di un mondo soggetto al male
emerge nei chiaroscuri di un’anima protesa verso il bene costretta a subire i
colpi forsennati di un’esistenza terribile a volte, per cui non può l’uomo non
accorto non precipitare nel baratro dell’assillo disperato. Non è il caso di
Francesco, ma la realtà in cui viviamo sembra presagire proprio questo.
Capisco dunque che l’essere fonda la sua esistenza in stretto
rapporto con il mondo non più essenza materiale del suo essere, ma realtà
sopraffatta dallo splendore di un’anima che nella vita degli esseri e delle
cose trova accoglimento. L’essere che vive nel tempo che in fondo non è,
esistendo invece la vita nell’eternità come mistero che non è tempo, non
può non essere nella sua posizione esistenziale, l’elemento cardine della
vita del mondo in quanto è e non può non essere, come non può non essere
l’anima che crea per la vita del mondo. Dico questo perché nella poesia di
Francesco scorgo l’effetto d’un pensare che mi porta verso orizzonti
irraggiungibili o raggiungibili per difetto. Se le cose nascono e muoiono,
nel nostro caso se l’essere in quanto persona nasce e muore, dov’è la sua
immutabilità? Nel fatto che si rigenera nelle vite che si susseguono
ininterrotte in un arco che chiamavano tempo? o nel fatto che l’essere
5 G. BARBA, in Parole sparse, cit., p. 43.
riappare per scomparire per necessità, se consideriamo esaurito il suo
compito sulla terra? E ancora mi domando: può il tutto dipendere dalla
donna. Per il poeta, sì: «Donna – dice – il pensiero di te/ m’avvolge/ come
penombra/ d’albero di mimosa», eppur ti voglio perché «sei desiderio/
uguale e diverso». È qui, forse, nel desiderio l’immutabilità che il poeta
cerca da sempre? È immutabile il desiderio perché non muore mai nella
mente, del poeta naturalmente, che continuamente cerca l’infinito. Ed è qui,
proprio qui la poesia che salva. Il bello che ne vien fuori non può non
ritenersi realtà a tutti gli effetti. La verità è una e basta, non ci sono parole
che possono giustificare il contrario. Ed è il motivo per cui dico che solo
poesia è verità, concetto scaturito come sintesi immediata del pensiero che
pensa.
Per lo Shiller è l’assoluto poiché tende alla perfezione possibile per
effetto degli stimoli che dà l’anima, in quanto spirito puro, nei momenti
creativi, stimoli dovuti all’indagine conoscitiva propria della filosofia che
non può per tal motivo non essere poesia 6 .
E Francesco, Francesco Pasca dico, il poeta di Lisa di cui
s’innamorò Leonardo e, se vogliamo, pur lui, Francesco, dal romantico
sussurro come di angelo legato all’ombra della gelida luna, voglio dire a un
6 Cfr. R.A. CORINA, Nei limiti della ragione. Una filosofia per lo Spirito, Edizioni
Esperidi, Monteroni di Lecce, 2014, pp. 61-62.
sorriso velato, sì Francesco, che in stile leonardesco la immortalò, disse del
mondo stringendosi l’Uno al petto:
«Parrebbero del pioppo le misure e quelle
sono se esse son d’esser natura.
Per questo m’adagio muto e scrivo in piano
e ben faccio del quattro il doppio del suo sette.
Per tavola ho avuto e parrebbero note
ma sono cifre e sono quadre e pare siano
le uguali alle date e sono dal mondo nate e poi,
nell’ancora, altro ne danno e di quel mondo
ancor ne avranno.
Sia dunque del quadro e sia pure del tondo
il modo a Lui per quel muover dell’occhio,
per quel poi che fu, per quel togliere
e porre all’Uno l’Uno e il Quattro al mondo» 7 .
Francesco, dunque, poeta e filosofo, espressione di anima che,
come pensiero, nell’amabilità del verso si svela al mondo. Possiamo in lui
addirittura vedere una sorta di critica dei valori nell’ambito della semplice
ragione, una sorta di idealismo immanentistico fuori comunque da
astrattezze dogmatiche, filosofia come critica del sapere nel procedere
sistematico d’un pensiero per il quale a volte anche i colori del sole «sono
7 F. PASCA, [L]-ISA, Appunti per viaggio. Con il viandante e i suoi colori, pp. 126-127.
cupi». «Il sole non parla/ la nebbia lo avvolge/ si oscura traballa… respira
affannoso… osserva dubbioso/ ma supera tutto».
C’è anche la luna nella mente di Francesco, una luna ingigantita
nella sua umiltà nella quale qualcuno vede «la propria anima» per cui
«vorrà/ l’intero universo/ forse la sua luce/ o un suo brandello». Poi il poeta
vede nel tempo «visioni parziali/ di sosta e di mete/ visioni di lente
scheggiata/ di speranza trascorsa/ violata».
Versi questi che l’Autore propone nella speranza che vengano
compresi anche perché, se poesia è anima che salva, è necessario che se ne
faccia tesoro sempre pensando a quei «lidi colmi di barche rovesciate», agli
«antichi deserti d’anime» «affollati di cumuli di fango e urla di dolore»,
magari alle nascenti aurore, ai tanti silenzi «versati su panni piegati,
prontamente nascosti, salvati», a quei forse sovrumani «spruzzi tra cielo e
terra/ in immagini/ di turchino richiamo/ in percorso trascorso nel buio/ in
saturnie ferite/ ferite/ ferite per secchi ritrovi/ di umide impronte di Cielo
terso… indolenti ferite».
Ferite, quindi, indolenti, perché mai? C’è in Francesco
sopportazione di dolore per amore? Ma, per amore di chi? Come possono
essere «indolenti» le ferite? Di che ferite si tratta? Restiamo nell’enigma
pur convinti del significato espiatorio che in esse assume carattere concreto
di natura fatta di parentesi, magari arcane, nelle quali puoi trovare messaggi
di sogni stravaganti, spesso irrealizzabili, qualche volta appesi ai fili d’una
vita il cui dolore non sempre debilita.
Rocco Aldo Corina



