TINA RIZZO DE GIOVANNI

(a cura di Rocco Aldo Corina)

Poesia dotta, quella di Tina, «che ci racconta giardini di viole», «scia d’astri» che «il gorgo del cuore lento affoga». Un Rimbaud – vedo in lei – trascinato nel brusìo dei coralli bruniti come d’autunno nel «grigiore» dei «raccolti grami». Favole dagli occhi blu, quindi, circondate da fiori rossi.

«Da ogni ramo, le verdi gocce/ dei suoi chiari germogli,/ un fremito di carne», «senti» «nelle cose dischiuse», «rosa diventerà quel blu che cerchia/ i tuoi grandi occhi neri», dice Rimbaud. Ma tu «riderai della mia brutale ebbrezza,/ ed io ti prenderò/ e berrò/ il tuo sapor di fragole/ o carne in fiore!».

Il grande Arturo così parla, «a volte l’aria è dolce da farti chiudere gli occhi», dice, mentre «il vento trascina i rumori della città vicina», avvolgendoti «nelle moine del tuo seno guaimoso/ tra i capezzoli di caramello», «tra le lingue della luna sedata» che «ci palpita sensi stemperati di seta» che «lìquefa la mollità del cuore», «beatitudine o sfinitudine d’ogni voglia» che «vi approda appagata librata e ferma». V’è qui – come in Rimbaud – «l’io poetico» che «progressivamente si abbuia in un contrappasso di sonorità, luci, immagini» in un progressivo evolversi in te di ombre fluenti di spighe tra «lastrici sghembi», come dici, quando «annega stanco il sole» ov’è «l’oblio» dei sogni ridenti, ove «ghirlande d’attesa» fremono come «ventagli d’aria» «in cristalli» che «bevono calore».

E mi giungono parole toccanti dal libro di Tina: «tra rovi fiori rosa/ e spini scuri», bello il verso, vero?, e pur «gracchiano sparite» «le edere di grappoli d’uve stirpate al cuore», «rubino sangue alla terra scavata e grigia», «affogate sponde», dice Tina, dentro un’esile «sagoma esitante», «fiocco viola che l’anima» «slega», «odore di niente» «il sapore della fame» e poi c’è l’«ultimo sole che s’annega» «vermiglio» «lungo la linea dell’orizzonte». Sì, c’è «la mia danza dell’infanzia, evaporata,/ libertà di sogni, assediata dal tuo volto».

Una letteratura umana nelle pagine di Tina, desiderio di anima come luce nel mondo dello spirito, conforto raggiungibile nel filosofico sapere.

Sì, la poesia di Tina è filosofia che contempla il bene nello splendore che da sempre esprime forse pensando a Saffo, la poetessa che non odia nessuno perché – come dice – la sua anima è buona. Realistica visione di un’anima esaltante l’amore di Dio nella visione delle pungenti primavere in attesa di cieli nuovi. «Platone riscopre nel tempo un’anima fugace, una vita (il tempo) che comunque non muore e va in un mondo che non conosce. Il tempo – è vero – porta con sé tutto, ma la gloria, la bellezza, la fortuna, il genio possono solo sfiorire, mai morire. Rimangono infatti essi nei giorni e negli anni per continuare a vivere modificandosi solo nell’immagine, nell’aspetto, nel pensiero in ossequio alle leggi naturali dall’alto suggerite». Lo spirito, però, non perde mai la sua bellezza, se nei giorni e nelle ore ha creduto di rifugiarsi nell’amore. Il filosofo greco questo mi fa capire ed è il motivo per cui dico che il mondo antico «continuamente» «ci trasmette il bene», continuamente dico, e, se così è, bisogna farne tesoro.

Nascono in Tina «lune romantiche, solitarie guardiane/ di castelli d’aria e serenate, lamento/ d’armoniche», dice, insieme al «canto» dei «mandolini». Sono «echi» nel «giardino» della sua «memoria» che sanno di «silenzi senza tregue» alla luce dei solitari deserti rivi. Eppur ode, dopo i «sonnolenti» «giorni» arsi di sole, «voci» di «ricordi immortali», «le giornate d’oro», l risveglio d’una vita non più fugace a sera, perciò splendente «nelle notti d’estate lucenti», perché «mai passa su noi senza i colori della possente primavera».

«Ho sgranato attimo attimo i rosari della mente/ per riafferrarti nei verdi giardini del cielo che tace,/ sulle lacrime che io dipano, tra le stanze/ chiuse» dai «passi» che «stridono» «la memoria» di «una presenza divelta», «l’oblio» e le «parole ovattate» e il «sorriso morbido» che tu «mi rivolgi». Ed io «dannata sul dolore», «ferma» «alle clessidre che scuciono avara» «speranza» «nel lungo cadere di stelle ove vedo gocce di pianto». Che meraviglia, Tina! A volte, come sempre dico, basta un sol verso per far di un’anima un poeta. E qui ce n’è, ce n’è più d’uno. Brava Tina!

«Corde di liuti, di violini» «senza consolamento e fiamma di lume» «nel sole».

Ma tu: «Eccoti, Padre, il vassoio dei miei giorni», «ecco Padre» «la figlia» «che sfoglia i petali» «al fiore», «che spoglia i baci di rosa».

«Ascoltami il grido, Padre: ti chiedo lana al gelo,/ luce e raso al sole, per il sale del mio pianto,/ un raggio caldo, al ghiaccio del dolore».

Un’anima, quella di Tina, che nello spasimo trova conforto, nello spirito che invoca e che piange nel sorriso del giorni smarriti nel calore d’una solitudine lontana dal gelo.

È certa che l’amore del Padre non le mancherà, ed è quel che più conta nella vita delle umane creature, nei momenti amari che preparano il risveglio dei mattutini pensieri, della dolce aurora che dona al mondo certezza di nuova vita.

Amami Tu, Padre, Tu che sai amare. Si tratta in Tina di una poesia logorata dal torpore del furibondo astro lunare, rinsavita dall’amore che annulla la tenebra. Messaggio che apre alla vita nella bellezza dei sovrumani mondi sereni. Una rivoluzione dell’anima che raggiunge l’apice della salvezza nel mistico abbandono ai voleri della Provvidenza, sollievo per chi soffre nella delicata voglia di ottenere vera bellezza nelle pagine di Amore. A volte la sofferenza in amore produce meraviglie, perciò, o notte, mi va di dire pensando a Gibran, «io sono come te nel cuore della mia solitudine», «tacito e profondo» io sono «sulla via fiammeggiante che sovrasta i miei sogni a occhi aperti, e ogni volta che il mio piede tocca la terra, lì spunta una quercia gigantesca».

«Io sono come te, o Notte, giacchè tu riveli l’immenso spazio ed io la mia anima».

C’è in Gibran, come credo anche in Tina, certa esaltazione «naturalistico-predicatoria americana da Emerson a Thorean e allo stesso Whitman». Del resto la poesia in Kahlil, come pure in Tina, non è «tanto e solo “letteratura”, ma “messaggio”, “impegno”, reimmersione totale nell’essere, e lo stile non [può] essere, pur con alcune più “moderne” rifiltrazioni, che quello della tradizione oracolare, aforistico-assertiva, da “manuale per laici”, in qualche modo». Intensità emotiva e «liricizzante» in Gibran, come anche in Tina, con fonti e temi orientalizzanti a volte per il poeta libanese, a volte classicheggianti per la Rizzo.

«Sono io, l’io pensante, l’io immaginoso, l’io della fame e della sete, condannato ad errare senza riposo alla ricerca di cose ignote e di cose non ancora create; sono io, non voi, che voglio ribellarmi». C’è però anche per me «un sole» «che affoga nella bruma della notte», caro amico, «un nido che ti pigola stridente». Cos’altro dirti, amico mio? In me c’è «un cammino che al golgota ti vede/ genuflessa», o Madre. In te c’è «un dolore che spremi, canuto e brumo/ dentro l’esile tua sagoma esitante,/ un fiocco viola che l’anima ti slega».

Qui vedo nell’amico un cuore che piange che è cuore di donna, «cruda madre cruda, la nuova sera», dice il poeta.

Tina esprime a volte in maniera sublime un pensiero non nascosto nell’anima anche se difficile a volte a svelarsi, ma si tratta di uno stile che armonizza gli opposti rendendoli con l’abilità dell’artista suadenti e convincenti.

C’è infatti la nuova alba nei versi di Tina, appare chiara per lei come promessa dopo una notte insonne, il turbamento dell’anima non c’è più, il nuovo giorno sì. Bellissimo il verso «quale attracco in vaghi viali/ di astratte stelle squamate/ tra l’ignoto cielo chi ci ‘vaga’». Brava Tina! «Ah, elegia il tuo dire», le «tue notti di limoni fioriti», «rumore di gemme», «germogli esplosi», «i camini» che «non fumano» e «l’ancora di una chiesa immutata» che «arpiona silenzi» e poi e poi e poi, anche un «buio senza luci» nei tuoi silenzi. Una poesia, quella di Tina, che esplode come razzo infuocato nel delirio dei giorni senza fine, dei silenzi vissuti all’ombra dei rivi di ghiaccio, fulgente la sera nel suo cielo spento tra i rovi.

Versi – quelli di Tina – che sprigionano scintille come farfalle vestite di bianco. Corolle di primavera nelle selve dei pianeti vaganti, gelsomini assenti sulle colline infuocate.

Brividi raggelati, quei versi, sibili di sogni bruni negli anfratti dei ricordi fumosi, incontaminato stupore nell’oblio delle nascenti lune.

I versi di lei come labbra di invadenti baci colorano il mare, fonti di fiamme silenti, sospirate attese nei rossi fiumi della nascente sera «sul viso avido» di «sole» sotto un cielo furibondo dove «rinchiusa in gabbie umane quel miele non colsi», dice Tina, «nell’amaro del già perduto» «ricordo». Ma quelle albe «assaporo come bolo di liquida gioia» e «gli alfabeti alati della poesia in un ritaglio/ di pura felicità» «tra le docili papille del cuore» «ove il raggio incendia e dipinge/ quei versi arcobaleni veri al nostro progetto d’amore». Vidi perciò «sui calanchi delle serre» «brivida la luna/ accesa tra le forre e gli ulivi/ lampara gratuita del cielo/ a schiarire ossa di fatica» nel «freddo degli inverni» e «file di sogni» vivi «e larve di raccolti grami/ per panni e nozze da salti al cuore/ alcove scarne ai domani inquieti/ per poco pane e malata blandizie/ del troppo amore sventrato a fame». Riscopro qui – mi va di dire – ancora un Rimbaud, ma tutto cuore – questa volta – legato a un mondo dove «il sole riceverà luce dalla luna» se penso a Petrarca.

Mistero nel mistero, dunque, nelle cose che dicono di un’anima, piene anch’esse di anima, in una sintesi come rivelazione a un tempo impercettibile se pur visibile agli occhi di chi penetra nel verso per scoprirne l’essenza meditando sulle parole non prive di religiosità e schiettezza interiore. Così parlai un dì pensando a quei versi che mi giunsero nel tepore delle onde di fuoco in «un’atmosfera di pacato iddilio variegato di parole arcane se pur sibilline».

Oggi ritrovo nella poesia di Tina astri nuovi e coralli ardenti sui muri di sole, quelli che mi tinsero allora d’azzurro, perciò mi riporto a quel cielo dorato senza aspettar la quiete, pur io sospirando primavere di luna. Rimbaud rincorre una luminosità in un abbandono al nuovo, magari a ricominciare rinunciando però al nuovo, a una vera conversione insomma, in Tina invece lo scrosciante stupore di un’acqua che lava, che purifica mente e cuore, rigoglio di vita nuova insomma. E c’è anche Neruda nella voglia di lei come fiamma d’azzurra bellezza folgorata dal frastuono della biancheggiante luna adamantina un tempo, sogno di lucciola ardente «legata al pianto delle stelle». Scorgo così la luminosa sera, oh cielo nei sussurri dai fiori rossi negli spasimi dei mondi sereni, rivestimi d’azzurro ti prego, sembra dire il poeta.

«Baci di onde il mare vestito di dolcezza/ negli specchi quieti d’acqua rimarginata/ quando dimentica mareggiate e tempeste». Neruda svolge questo ruolo in Storia di acque, di boschi, di popoli, fascinosa ebrezza dai germogli spinosi che invoglia al sorriso delle notti stellate. Sogni avvolti nel vuoto delle meraviglie di fuoco, nevi di ghiaccio – trovi in Tina – nel gelo dei ricordi, oasi di faville variegate al sole delle lontane primavere, e ancora crepuscoli accesi di brina, «memorie d’acqua carsica fiume di tumulti/ nei frantumi di scene fuggenti e fuggite via», ancora «echi cembali per melodie di ieri», «cantilene di raganelle/ nel ballo degli alberi a scacchi», anche «l’ingordigia d’un sole senza freno», «nicchie di cuore di ricotta e caramello/ tra angeli carpari e demoni di sangue», ma c’è pure il sorriso dei «prati arlecchini» nelle pagine di Tina, anche «pratoline viole» trovi in lei e «calle iris giaggioli gladioli bisanzi/ pennacchi di alteri diademi ostentano» in lei «innata eleganza».

Intanto «spiovono salici, bruciano sulle clavicole,/ sui gomiti, sugli scalmi – Oh aspetta,/ questo può accadere a chiunque!», direbbe Boris Pasternak. T’avvicini anche a lui? Sei grande, Tina! Vedo in te la speranza di un mare in tempesta nei rosseggianti lamenti dai gigli odorosi, aurore infuocate di stelle nelle mattutine fredde acque della sera. Infatti «la luna mai dispiegò come magnolia/ il suo bianco, la sua forma di lume», direbbe Lawrence, e tu rimani «estatica per quella calda/ atmosfera che vi dimora ancora/ restata tra focolari spenti alcove diacce/ tra i silenzi cantanti e sospiri soffiati/ dai ritagli delle finestre sghembe/ fisse ancora lì per scommessa/ mentre sibila il vento furioso gli ‘ululi’/ d’una rabbia atavica per iniqui governi/ e strateghi malefici che hanno decretato la fine di una terra laboriosa e prodigale», tu dici.

C’è anche nell’anima di Tina «sapore di dolore» «per i pulviscoli dell’aria/ polvere pirica/ satura di pena», ci sono «i cuori delle madri/ aggricciati/ di fame ai figli senza pane /tra le macerie/ della vita crollata in un botto di bomba/ acefala come l’ondata/ assassina che percuote/ il mondo», una condanna spietata, dunque, agli orrori della guerra. «Scoppi di fuoco saltimbanco/ sui respiri dei bimbi in fuga», «dei vecchi curvi nel corpo/ sfiancati dai geli siberici/ dalle zolle piegate lisi/ dai tanti patimenti». Invettiva, questa, nelle ore dei giorni inquieti che cercano pace!

Questa è Tina Rizzo De Giovanni, poeta mormorante a sera «le sentite preghiere al grato Padre/ che ci donò la sacra Vergine Madre», «la sacra promessa/ della vittoria sulla morte», «la speranza dilatata/ negli spazi del cuore».

Sì, la preghiera in lei «in usanze ataviche tramandate». In lei il tepore dell’azzurra primavera, anche il mare in tempesta trovi in lei, nella sua poesia – alimento di vita – messaggio di stelle ardenti, «collana di luce/ appesa a grani di parole/ in contorni d’azzurro», come dice, «che naviga tra piume di cieli/ madreperlee opalescenze/ lievi cantilene di cembali/ ed è il cammino della vita.

Leave a Reply