Il mulinello delle spighe, il sordo
plotone dei caprai, l’arengo folle
delle gazze, i comignoli, le collere
di mia madre, il possente disaccordo
della roccia e del cielo… – io mi ricordo
di questo mondo d’egloga, che volle
donarmi anche i pericoli e le zolle
dei morti con il loro ansito ingordo…
Ma non ne traggo sogni, non ne serbo
musiche: lo devasto, scolorando
la sua rossa proposta di dolore
– e mi fingo così, muto, superbo,
automa solo fra gli automi, quando
la mia vita si complica d’amore.




