“… e sempre m’innamora l’incanto …”:
Inizia così una tra le più suggestive delle pagine di Lele Mastroleo, lo scrittore ‘da lontano’ che avvicina i suoi sogni ad un bambino che ha lasciato ‘qui’, e che, di tanto in tanto, torna a trovare.
E’ l’incanto del suo sguardo disincantato che riesce sempre, però, a giocare con il mondo, con i suoi accenti, le sue rughe, i suoi peccati ed i suoi colori. I colori di una terra mai lasciata del tutto, che torna in un filo di ricordi e di pensieri da tenere a mente, da ricucirsi addosso quando si ha freddo, quando la vita sembra non bastare più. Una terra che è stata madre e figlia, che gli ha insegnato a partire, a salire su un treno con, in tasca, il biglietto del ritorno senza data, ma pronto ad essere timbrato ogni volta che c’è il sole sulla strada.
La terra del rimpianto e del rimorso o del “morso”, quando si morde un ‘un pezzo di pane’ o un ‘lembo di terra’ per resistere all’arsura del cielo, al silenzio di un dolore, a uno strappo dell’anima, ‘… in quella città dove ogni fame è fame eterna e niente e nessuno riesce a calmare, neanche un morso di pane prima di dormire…’.
Il Salento, il suo, quello di oggi con gli occhi di ieri, dove respirare i colori e cercare gli odori che hanno perso il passato, tra il gusto di antico e il battito di una vita nuova, dal ritmo sconosciuto, in una modernità che rende frenetico e straniero, ogni sapore.
Qui, ancora e nonostante tutto, ancora ‘lo innamora’ l’incanto, quello di un’emozione, di un amore sognato, di un amore da serenata, di un mare di notte e di una luna ruffiana, sempre lì, pronta a girarsi dall’altra parte, per non arrossire.
Lele è ancora ‘qui’, è sempre ‘qui’ in un ricordo, in mille ricordi e i suoi ricordi son di terra rossa, scaldano il pane alla fortuna, slacciati a volare su un ‘aquilone grande come i miei occhi’ cercano ‘il sole dietro un ulivo secolare’, vogliono ‘colorare la terra con i colori mimetici dell’allegria’, intrecciano la corrente dei sentimenti al suo presente e gli fanno scrivere ‘con una biro consumata, in bianco e nero, come vecchi sceneggiati’.
“ Spingo le braccia ancora per dare una carezza ai miei racconti”: ecco Lele e la sua nuvola di parole che si scioglie in sillabe e rime, non cercate ma sentite in una musicalità di vento e frescura, in un sussurro di disperazione da non chiedere oltre per non strappare l’azzurro e fermarsi “finalmente con un cielo sulla testa”.
Sarà per questo che Lele si legge con la leggerezza di una fiaba e l’intensità di una confidenza fatta attorno a un fuoco, sarà per questo che ogni rigo prende per mano verso quello successivo e non ci lascia fino al punto, un punto di riposo e non di chiusura, lo stesso punto “che non serve”, che si fa scavalcare con l’impazienza di andare ancora, giocosamente a capo, per non smettere di leggere, in Lele, quella parte di noi che gli chiederà, con le mani in tasca ed un sorriso timido, di giocare ancora, senza virgole e maiuscole, senza regole o metri di pronuncia.
Di giocare ancora a scrivere una ‘poesia senza parole’ da offrire a un cantastorie, per risentirla nei vicoli delle sue estati dismesse, tra i profumi dei suoi desideri a Natale e con in mano un fascio di matite colorate da lasciare dietro i suoi passi, per non smarrire le sfumature discrete del suo ritorno.
SPINGO LE BRACCIA ANCORA
Spingo le braccia ancora in alto,
sino a riuscire toccare il cielo,
e con la punta delle dita sfioro tutti i miei dubbi e le debolezze,
e finalmente posso dare una carezza ai miei racconti.
Quelli abbandonati sulla via del ritorno,
quelli senza fine e senza principio.
Quelli rassettati con una biro consumata,
in bianco e nero.
Come vecchi sceneggiati.
Come fumose comparse mute.
Quelli appoggiati sulle panchine dei giardinetti di scalzi pomeriggi.
Sui cartelli dei gelati nei bar, sulle tovaglie di carta dei tavolini.
Quelli mandati in orbita soffiando alito caldo sulle punte.
Quelli mangiucchiati per sentire il sapore tronfio dell’inchiostro.
Tutte quelle parole trascritte male e copiate peggio
e quelle righe dritte di accenti e apostrofi strani,
che cercano al mattino di scappare dietro la copertina,
quella fila assoluta e disarmante di pensieri assonanti,
che fanno palleggiare gli occhi sui pieni e sui vuoti.
Quelle vocali sempre uguali alle stesse congiunzioni,
e a tutte le congiunzioni che non ti somiglieranno mai,
quelle forme ovali e secche nelle sensazioni della mano,
quel girare intorno al rigo per metterci un punto, che non serve.
Spingo le braccia ancora più in alto.
Sino a sentire la terrarossa.
E con la punta delle dita sfioro quello che scrivo,
e di nuovo strappo tutti i miei racconti.
Per quella voglia di pensarti diverso.
Di doverlo fare per non morire.
-in Cultura Salentina-
-foto di Mauro Minutello, per gentile concessione della famiglia-



