il movimento esegue opposte prescrizioni,
ma io sono nato in una città senza ferite,
mi sono nascosto in una adolescenza superstiziosa,
e la lucidità mi ha sempre fatto difetto:
l’infinita bassezza dell’uomo
è la farfalla: alcuni gelano lungo quel quartiere
che progetta case con ciò che ignoriamo
di noi stessi: la luce brilla sotto la porta,
calca con forza il percorso,
e ci rivela visi
di un paese felice. Quei pochi istanti
sono serviti da guida; in questa sintassi
l’acqua è un sonno vegetale,
la luna persiste come un privilegio
e scava una strada rarefatta;
nel giallo della luce la città ruota nella strada
fra case che hanno fondamenta nell’aria;
per odio non distinguono niente:
vedono una totalità bruciata,
l’uomo che raccoglie una grande famiglia
di regole oblique, e misura l’inganno
con l’innesto precedente al suo sogno.
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l’acqua sigla quei palazzi
dove si affacciano uomini
fotografati in pose diverse:
la lezione di quegli anni è meglio
dimenticarla, ha il grigio sapore
del vissuto, la polvere vola
fra gli alberi di un giardino straniero:
le idee le ricavi dai libri,
cominciando da capo,
e in una definizione senza prospettive
quella fatica arde nel cielo:
come un quadro la realtà si rovescia,
non indica una linea precisa:
l’uomo va verso una nuova miseria
percorre il cammino di tutti gli errori,
prima di sapersi servire
di una tradizione sbagliata.
“Da qualche anno leggo le poesie di Gregorio Scalise e ogni volta mi sorprende e mi lascia ammirato la sua capacità di parlare di un mondo frammentario e sussultante, attraversato a duecento chilometri all’ora da rombanti immagini di disgregazione, separatezza e schizofrenia, come se si trattasse di un mondo perfettamente conoscibile, silenzioso e addirittura sereno.(…) Anche quando (e non è affatto raro) il suo discorso è di categorie, di quantità astratte, Scalise ha l’aria di smuovere dei pesi, dei pieni, di riferirsi a quantità sensibili e concrete; c’è sempre una specie di vento, un’impressione di moto effettivo intorno alle sue parole e al loro disporsi massiccio, nitido, appena solenne negli spazi creati da un’intelaiatura sintattica e metrica di raffinata sobrietà. C’è in Scalise una fisicità della sentenza e dell’apparizione (quando ci dice, per esempio, « l’uomo va verso una nuova miseria/percorre il cammino di tutti gli errori » oppure, invece, « gli alberi sono più dritti, le macchine passano / fra le foglie, la casa si riflette nel vetro ») che sembra quasi farle evadere dalla bidimensionalità della pagina scritta per configurarle in presenze solide, in oggetti.” (da una nota di Giovanni Raboni)




