(A CURA DI TINA CESARI)
«Andiamo sapendo di non andare»: è necessario partire da questa citazione dal sapore ungarettiano per fornire ai lettori una coordinata lungo la quale provare ad entrare nel mondo poetico di Pina Petracca.
Questo è il senso della ricerca esistenziale che rappresenta il sostrato della sua poesia che, come dice Vincenzo Abati, nella prefazione alla sua prima silloge, intitolata “L’antidoto”, «nasce da un’espressa impossibilità d’intendere cosa sia la vita e il mondo e da qui un interrogarsi accanito sui travagli esistenziali senza spiragli di fuga, senza il conforto dell’illusione». con il risultato di una poesia che «è ricerca di dignità, di morale, semplicemente di serenità», come scrive Cristina Martinelli nella pstfazione del suo secondo volume dal titolo “Solitudini a Sud della tua luce”.
E concordo con la studiosa nella definizione di Pina come poetessa, «mai nichilista però, e neppure atea», che «vive e opera compiutamente nella società, come donna, madre ed educatrice», e che, comunque, si arma della poesia come antidoto contro zucchero e veleno; come dice lei stessa, «non amo degli altri parole vuote», e spesso, apostrofando il lettore, non gli nasconde il fatto che « sarà il vostro pensiero cristallino come zucchero e viscido veleno» e ancora, nella stessa poesia, aggiunge: «sarà la dose giusta che mi spetta, con voi o senza di voi, per la sopravvivenza».
Quest’ultima espressione mi sembra echeggiare la rivolta del poeta magliese Salvatore Toma che esprime il suo rifiuto del falso moralismo degli altri con l’espressione: «io sono morto per la vostra esistenza». Non a caso, un certo numero di testi ha come oggetto la definizione dell’essenza della poesia e del rapporto con gli altri e con il lettore stesso, al quale lancia spesso una sfida dicendo: «Non varcare la soglia/tu che puoi,/non venire da me».
Infatti, come dice Pina, «non abbiamo bisogno di vestirci di maschere» e vogliamo spogliarci di nasi finti e sguardi angelici» e «gridare la rabbia il silenzio davvero l’autentica vita».
Insomma, tra i due poli della ricerca e dell’esplorazione interiore e il confronto con gli altri c’è lei, la poesia.
E allora, «se andiamo sapendo di non andare», a cosa mai ci potrà servire la scrittura?
Se «nell’assolato e /arido deserto/in me ritrovo l’unica oasi», la poesia le viene incontro mentre lei congiunge «le mani /come per pregare/su un arduo stillicidio/ di pensieri» e se le carte sono «stracci di tempo/graffiati d’inchiostro», tuttavia lei si dimena e si diletta «a offrir visioni».
La sua Musa è, insomma, «il sismografo in grado di segnalare i più impercettibili sussulti dell’anima» perché, come fa Penelope, essa è «tessere infinito».
Anche se la poetessa stessa scrive che per lei la poesia «non è un diletto per sognatori, per i voli di fantasia», mi sento, tuttavia, di dissentire dal pensiero di Nicola Russi , il quale vede la poesia di Pina come poggiata su un sostrato di una «sconfortante visione delle cose, su una sconfinata solitudine in cui…Pina fiuta resurrezioni impossibili, la sua anima è perduta in una vaga disperanza».
Infatti, anche se «hanno tempi/di gestazione infinita/le mie nostalgie /E lente contrazioni del cuore», tuttavia «è linfa vitale/che il corpo mio/conduce/da radice e ramo/e oltre il cammino/-io lo so-/un estatico vagito/mi dara alla luce!».
Questa tensione vitale le fa scrivere che « ho cenci di sogni/spillati sul petto», anche se «mi vergogno /d’aver pensato/immaginato scritto/approdi fugaci/e pace di parole/quasi colpevole/di sentirle tanto».
Eppure siamo vivi o solo sopravvissuti.
Ecco, c’è quasi il pudore, in lei, quando scrive che «mi spavento/di questo mio/rigurgito di cielo/nell’aria greve/ e strozzata di un’estate» e «legherò lì (nella catartica terra) l’anima mia/ tradita e persa,/con fili di sogni/la intreccerò nella trama/tenace e salda/di una Poesia».
Ecco che Penelope ha trovato la sua tela da intrecciare coi sogni, guidata dalla mano salda e rassicurante della poesia.
Essa è, dunque, ricerca interiore e rifugio dell’anima, non solo antidoto per difenderci dagli altri ma anche necessaria illusione di foscoliana memoria come ristoro e riparo come scrive nel testo intitolato Miraggio, di ungarettiana matrice: «Nell’assolato e/arido deserto/in me ritrovo l’unica oasi.
Qui mi ristoro/e da qui/riparto. E come il porto sepolto del poeta nato ad Alessandria d’Egitto, «ad ognuno/le sue àncore/e i suoi remi,/le sue rotte/e le sue derive./Ad ognuno il suo mare/dove annegare./Gli abissi/hanno distanze/che non conosciamo». Allo stesso modo, Ungaretti scrive: «E subito riprende/il viaggio/come/dopo il naufragio/un superstite/lupo di mare».
Questa è la condizione esistenziale del poeta che dopo essere sopravvissuto rinasce, risorge e si rimette all’opera per ricominciare a vivere dopo la tempesta, a ognuno, appunto le sue àncore e le sue derive, come scrive la nostra poetessa.
A proposito di àncore, quali sono quelle a cui Pina Petracca fa riferimento? Sono le sue radici, quelle che la legano al territorio e agli affetti, in primis, l’amore che nutre per il padre, beddhru, come lo definisce lei stessa, per il quale ha ancora lacrime da consumare nel pianto ultimo e lento di suo padre ma sono lacrime «da consumare dentro un’illusione e non le mancano sorrisi latitanti pronti a esplodere agli angoli del cuore» e quando dice «credo/nel credo di mio padre», quasi in maniera irriverente, sposta la terminologia religiosa verso un ambente laico «e credo/ nel suo bicchiere di vino/ che va dal naso al cuore/ e poi alla bocca»; «il tuo bastone /è solo messo all’angolo,/quello più luminoso./E un giorno/ lo riprenderemo insieme» e «voglio sentirti ancora raccontare, tra una bestemmia ed una litania» .
E poi ci sono i ricordi di foglie di tabacco che personificate, nel ricordo dell’infilaggio per farle seccare, sono trafitte in «telai di croci/sul calvario»; anche il ricordo di pane e pomodoro lo «condirò così /con sale ed appetito/un filo d’olio e via/quel pezzo di buon pane/che è la vita./Questa mia».
E nella cantina dove i ricordi sembrano assalirla d’angoscia, miagola una gatta, che «ha fatto i cuccioli teneri, s’affacciano alla vita».
Allora Pina si aggrappa al filo del ricordo per continuare a sorridere alla vita perché, parafrasando i suoi stessi versi, le sue nostalgie sono linfa vitale che il corpo suo conduce alla ricerca di un vagito che le darà la luce.
Una scrittura, dunque, in punta di piedi che è anche il titolo di un suo brano, e che è ricerca incessante, sofferente di sublime poesia che cerca, però, il silenzio.



