Cesare Minutello. Il classicismo nella modernità di Rocco Aldo Corina

«Notti folli, notti folli!». Ah, «se fossi con te»!, «futili» sarebbero «i venti» «per un cuore». «Ah! il mare!/ se in te stanotte/ potessi ancorare!»[1], dice Emily, nei suoi giorni di sole, «remando nell’Eden». «Nei suoi occhi»?, «luminarie di gioia e letizia». «Nelle sue mani»?, «primavere/ dove i prati sono un cuore»[2], «dove i campi sono rifugio,/ dove gli aquiloni sono rami d’arcano/ che pulsano»[3] frenetiche su brine silenziose e inquiete.
Trovo in Cesare il cantore delle acque azzurre, colui che si volge senza immagini riflesse alla musica d’un cielo fatto per gli altri sulla strada dei «nidi d’uccelli», direbbe Éluard, dove lucciole cancellano ombre e il sorriso nel buio non perde colori, colui che con stille sottili di compiacente audacia volge i suoi versi a delizie «striate di rosso», colui insomma che ama poesia alla maniera della Dickinson che «un universo passeggero indossa» e «indipendente come il sole» «si accompagna o brilla solo» «come acque fresche in competizione col vento»[4], lei, nell’occhieggiante rugiada tra campànule e germogli di fuoco, nell’oblio che «incenso soave» alita «sui rami» furtivi del mistero, a dire di Keats. Ma per Emily zolle rugiadose inebriano l’aria e la bellezza morir non deve perché «portare la nostra parte di notte/ la nostra parte di aurora/ riempie il nostro spazio di felicità…/ qui una stella, e là una stella,/ qui una nebbia, e là una nebbia,/ infine il giorno!»[5], quindi la luce che s’affaccia al mondo nella voglia «di terra e di pietre» come è pure in Rimbaud, ma «la stella piange», lui dice, no, non piange per me la stella, ma neanche per Arturo, è lui che lo dice perché per lui «il mondo è buono», «benedirò la vita», sostiene a voce alta, «amerò i miei fratelli». Ecco il messaggio di un poeta «i cui ricordi non vanno più in là di questa terra» perché «stiamo andando verso lo Spirito, è una cosa sicurissima, è oracolo, quel che dico», verso la poesia dunque che è spirito che crea la vita.
E siamo nel mondo di Cesare ove «sonnecchia il lago dei ricordi…/ Sei incredibile nel mio pugno/ splendida luce tra pietre d’oro e incanti azzurri/ implacabile fiamma che sprigiono e sussurri/ e gioie nutri…»[6] ove dolci creature divorano spasimi, perché non è «più luce coatta/ negli androni» e «cieche alla vita degli altri/ spargono stelle/ le mareggiate» di chi scrive, mentre «sfavillano dune/ delirio fiorito sul rosa/ pendìo delle labbra…/ con scrosci di nirvana». Belli quei «corpi» di cui dice, che «a fastelli s’appiccicano», «plastiche in fumo» quei corpi, «gomme sparse in rigagnoli unti»[7]. «Freschezza linguistica» e « capacità di coinvolgimento suggestivo», il poeta esprime con l’uso di una «metrica libera ma non arbitraria», dice Nicola De Donno nell’intento di valutarne «i pregi». E se «poeta morale» lo definisce, pur nella sua riservatezza, lui, «giovane – per Nicola – aperto e insieme schivo, assai sensibile agli affetti e alle amicizie cordiali», «ridà/ vita al disperso/ quando dal lacero/ della sfida/ torna l’aureola/ e viticcio è il tesoro»[8], ma «non è più tempo – dice – per domande e verità»[9]. La sua è una poesia dotta e pur spontanea, non ha nulla da invidiare ad alcuni grandi poeti, neanche a William Blake, ad esempio. Non me ne voglia l’anima sua.
È sicuramente in Cesare certo realismo sopraffatto dall’ira del bello come visione arcana di sperdute ipotesi nelle suadenti meraviglie del crepuscolo in lui fuggente «se prima ancora di averlo/ il tutto intorno va perdendo/ anche quello che non ha». Ombre bianche vedo nelle orbite delle onde marine e comete rosse nel blu delle notti di pianto, questo come «luminanza al sole» su un «viso»[10] copioso di ricordi sibillini, evanescenti nei canestri dell’oblio. Ermetismo, ermetismo questa volta a dismisura nei versi di Cesare che non mancano di sentimento che aduna meraviglie. E me ne compiaccio se è vero che la poesia ermetica più m’aggrada perché per me più vera.
Un’appassionata sequela d’immagini per portarmi nella sfera dei fulgidi pensieri a «grandi salti azzurri», direbbe Neruda, per rimuovere «gioielli del cielo». Ma qui si tratta di un cielo tutto nostro perché «il bimbo che affrontò la tempesta e crebbe sotto le sue ali amare la bocca, ora ti sostiene, paese umido e silenzioso, come un grande albero dopo la tempesta». Questo dir di Neruda mi trascina nell’immenso irraggiungibile, convinto come sono che la bellezza dell’anima è come un grande albero fitto di rami le cui ali bianche volano da ogni parte nei cuori sperduti forse abbandonati nelle strade per renderli più umani nel tormento dell’invadente solitudine. Ebbene, la poesia di Cesare, apre la via al progresso sotto questo cielo appena detto, dipinto di oasi arcane nella voglia di finire sul ramo più alto onde assaporar l’aurora luminosa, «la più bella», direbbe Saffo, «fra tutte le stelle». No, non calpestiamo – dice Cesare – le umani stagioni, per non far cadere in terra i fiori che rosseggiano in cielo e vedere «gli amori annegati/ all’asprigno dei germogli impediti/ all’irrimediabile ai destini negati» dove «si snodano papaveri e spini…/ tutto lì davanti e anche altrove»[11]. Sì, «i ghiacciai si vanno sciogliendo/ e lontano i cuori umidi di pianto…/ il desiderio crespato/ degli spazi insonni»[12], «parola che non conosce fine»[13].
No, non si può amare senza amore. Nel bene e nel male – fa intendere il poeta – le note della vita s’intrecciano per non girare nell’assurdo desiderio che porta a rovina, se la nostra mente non è cieca. Perciò, vivere con tanta ansia di luce è per Wilde come «danzare al suono dei violini/ quando amore e vita ci sorridono», ed è quel che Cesare sostiene fuori dal buio della sera. L’alba è infatti per lui come il sorriso delle rose dal sonoro canto, dolce vezzo di primavera amica del sole. Un poeta, Minutello, non privo di emozioni a volte stravaganti, se vuoi anche imprevedibili nell’essere suo ebbro di gioia, un bancario imbevuto di studi classici ravvivanti spazi nella solitudine che avvolge fosforescenti mattini dai fili d’argento – come vedo io il suo mondo – in un viavai di rose rosse odorose. Giorni maturi i suoi, invadenti come il riso delle stelle, solinghi rivi piegati come «rami verso il cielo» direbbe Lorca, se è vero che «sotto le fronde schiocca l’espanso dei baci»[14], perché «un azzurro mangerà l’aria/ spingendo le parole/ con una vela piena di gioia».
E vede, il poeta, «spuntare/ mongolfiere tra i pescherecci/ oltre i vetri appannati». Poesia ermetica, la sua, come i gelsomini di maggio spiegati al sole, accattivante, quindi, «per quel senso inafferrabile della parola che diventa immagine, suono, colore. È un linguaggio in cui i simboli concretizzano un mondo reale. È un modo di dipingere attraverso la semplice parola. Ne basta una per raccontare l’inesprimibile. In altri campi, vedi la filosofia, i concetti non riescono a scorrere rapidamente nelle pieghe dell’immaginazione. La lunga immagine meditativa non permette la sintesi. Del resto solo la poesia compie prodigi in quanto anima, cioè bontà di pensiero»[15] ove Cesare cerca di «guardare in fondo/ a quella fessura di luce/ che rischiara e chiarisce finalmente ogni cosa». E protende, il poeta, «il dorso della mano» per sfiorare lei «trasparente creatura/ grano spuntato sulla gelata/ di un vuoto dopo-niente». Ma tu «verrai, favolosa verrai», dolce creatura, «posando sulle palpebre», nel sonno della sera, lieve brezza lunare, «mare aperto», dice il poeta, «del tuo bocciolo»[16].
Sì, più di un filino d’ermetismo in Cesare c’è, direi meglio puro ermetismo che si presenta, a volte, come preghiera vogliosa di creare meraviglie. E nel dir questo non sto esagerando, perché all’apparir dei suoi versi profondi, diafani in un tempo che passa in desideri di abbracci timorosi nelle ore deboli della vita, sanno di quiete smisurata i bei rivi dai folli colori, d’infinito dunque nelle selve dai balconi trasparenti. Voglio dire che la poesia di Cesare accende avide luci, spesso risolute per le stanze ammucchiate di brina nella nebbia dei ricordi. Il crepuscolo in lui è uguale ovunque lo trovi, è davanti ai suoi occhi come spasimo del tempo che s’angoscia e vacilla senza badare a lunghe stagioni passate nel ricordo d’una vita in cerca di speranze, felice al fianco della fredda acqua d’una dolce estate. Lì infatti «salirà l’aurora che fila…/ sbramata campana/ di un adesso e di un allora» e «quanti spini», «compagni a strascico/ di piccole barche…/ verso la siepe»[17]. «A questo punto voltati Toma…/ riaffacciati…/ dispiega le ali/ e scrivi di girotondi…/ prima che a noi/ venga meno il coraggio»[18]. Eppur «si strappano per aria…/ le matasse sbiadite del niente/ i sorrisi divorati dalle tarme»[19]. Eppur trovo «sfarzo per prati/ guardando il residuo del mondo», sì, «in questa superstite terra/ ci sono le margherite/ e un maggiolino sulla carlina/ il parvo sentiero delle formiche/ tra le impronte antiche di carri»[20].
Mi sa di avere qui a che fare il poeta con certa concreta problematicità nelle varie forme che nella vita si susseguono, per dar ragione all’Abbagnano quando dice che l’uomo «deve farsi storia», lontano dalle stravaganti inutili visioni smarrite nei caldi giorni d’un’estate senza tempo, ove aspri sorrisi accendono rami di luna. Per quel che riguarda la sua felicità mi va di pensare ad un esistenzialismo da realizzare con il consenso del filosofico sapere se è vero che tutto è filosofia in quanto tutto è ricerca. E poiché poesia è qualità di anima che conduce al bene, avremo «il bello come virtù dell’anima»[21], ovvero «il bello come categoria dello spirito, per cui l’intelligibile appare nella voglia dell’anima di mostrarsi al mondo come amore che crea amore, spirito oggettivato»[22]. Per questo forse i versi di Cesare mi riportano nei dolci canti, di virgiliana memoria, modulati con le gracili canne e fuor dei boschi per concedere frutti odorosi al lavoratore tenace. E ciò come fresca verzura «sulle sfere che governano il mondo» – a dire di Khayyàm – per «correre dietro a quelli dal bianco bel volto come neve», noi, che «ospitammo vele ad arco»[23] «sull’erba della solitudine»[24] nei moti sfuggenti del nulla, avviliti come pioggia sull’orlo del doloroso progresso dell’animo umano.
Ahimè!, «s’oscura il vento presagio di bufera», «la fiamma s’allunga» per «la strada», «avversi sinistri bagliori/ di tristezze nutrono i quartieri». Ahimè!, vedo una meta insperata, angoli bui, prati che si sbriciolano sotto i piedi. Steli intrecciati attorno alle «ceneri della giornata». Ahimè!, «questo starsene assieme/ sbriciolando la mezzanotte/ sotto il crocchiar degli astri»[25], come «grano spuntato sulla gelata!»[26].
C’è «la folgore assediata/ dalla lama dell’ora affilata» nei versi di Cesare, e ancora «faville/ e carmi di luce sulla volta/ dello scenario che scuce/ stelle e roseti» trovo nella solitudine d’un verso che – come dice – «scuce stelle». Bella l’immagine che separa luci e rose per bagnar forse di lucente primavera colline coperte di brina nelle notti di fuoco, lucciole bianche lungo le strade luminose come l’oro.
«L’aurora/ che monda e sfronda/ boccioli» – come dice il poeta – ne è d’esempio, cattura sponde inumidite, tinge di rosso i balconi dell’oblio[27]. Ed «è l’ora/ che irreparabile si snoda», dice ancora il poeta, «in brutta copia/ e il polso rovista/ e si dilata/ come la torma/ dell’incerto futuro/ di figli e nascituri/ e mira lungi/ a poco a poco/ e per un sorso vaga…». E che dire degli «immobili clamori», degli «ardori», «ruggini di tavolozze e canti, di colori/ nel letto dei capillari, nei vicoli del petto/ lavacro…»! Vedo in Cesare il grande Arturo anche perché c’è pure in lui quella «corrente ruffiana»[28] del poeta francese, «forse l’ancheggio» per Cesare «d’Atena Artemide Demetra/ o delle Muse l’estremo veliero» che «tutti i visi conosce/ e gli inferni i miracoli i dolori i paradisi». Ma «carico è il viaggio/ e sul fondale/ resti di stelle,/ d’indifesi nidi», dice il nostro poeta. Sì, «a quest’ora corrosa e rauca/ nel drappeggio dei flutti/ possono tuffarsi solo le ali/ annodate negli occhi/ tracce spalmate/ al limite vago dell’avvenire/ con lo spigolo ormai marcito/ di ciò che è stato», ma anche «lampade lungo i bastioni/ di crisalidi/ dove approdano barche/ affilate di fantasia»[29].
Vuol dir forse che la luce intorno a noi esiste ancora, che non è del tutto svanita. Perché qualcosa rimane delle perdute stelle «scucite» – intendo io – per necessità, fors’anche per alleggerir la mente delle umane voglie terrene cariche d’azzurro. Bravo Cesare!
«Conosco il valore delle tue difficili arti poetiche», dice Nicola De Donno, e non credo che non sia così, anzi aggiungo che la poesia di Cesare è piena di pathos anche nelle nebbie dei dolci biancori, brividi del nulla. Pensiamo ai «filamenti» di cui dice e a quel «volo» che «ridesta dai rottami di crepuscoli/ e gogne di periferiche rovine» per rendercene conto, e qui ancor vedo Rimbaud avvicinarsi a Cesare o Cesare a Rimbaud in un messaggio dai fremiti sottili – lacrime chiuse sulle morbide nevi – che intende riempire di «miele di cannella di zucchero e sale» «calvari» di «memorie» e di «sogni». Mi riferisco a Cambiano, poesia dedicata a Nicola De Donno.
Abbiamo insomma a che fare con una produzione che va gustata «nel colore, nell’odore e nel sapore, che va centellinata a piccoli sorsi. Una poesia come frammento, come breve respiro, lampeggiamento, barlume dell’anima come confessione a se stessa in un linguaggio essenziale, scarnito da ogni orpello decorativo, ma che sa avvertire, con raffinata sensibilità, l’ineluttabile fragilità della vita», come Emilio Panarese afferma.
È il motivo per cui non mancano in Cesare versi conducibili a «isole conserte di primule…/ al buio/ tra i grovigli degli ormeggi», al «riverbero dei sogni/ dorati»[30] nell’incontro «con se stessi» e «con l’altro», dice Luigi De Donno frate e poeta – caro amico di Cesare – per il quale «l’incontro con Dio si gioca nel piccolo spazio fra l’ombra e la luce, nel tenero e tagliente loro rapido abbracciarsi».


ASSENTE PER STRADA
tra i filari dei lampioni
che ne imbiancano la pece
quieta la nottata e quasi amica
libera un convoglio
con l’inatteso del domani
che ancora s’ama
e ci somiglia:
raccoglieremo migrazioni
per nominare radiosa la costa
brucata dai ghirigori salati:
rammenti? ospitammo vele
tese ad arco
come di rose che si liberano
delle spine.
E’ di non altri che tua
l’assenza.


PIANTAR PANTERE
piantar sillabe qui nella sassaia
qualcosa oggi d’inusato
le sdrucciole e le piane
dentro i roveti inghirlandati
d’accelerati abbagliamenti:
accampare le labbra
sul selvatico seno
in mezzo al sottobosco
dove nereggia la pantera
lambirne il gatteggio che cresce
d’oltranza e profumo là in fondo


CONOSCI TE STESSO
per Paola Mastrocola
si trova in cantina
la redola dell’altura
che inonda lo spazio
di cisto rosa
fragile labiato che rivela
gli angoli bui e ciò
che è meglio non sapere:
esiste il male intrecciato
agli amori strappati
all’asprigno dei germogli impediti
all’irrimediabile ai destini negati
per questo in cammino
al frusciare di tante ombre
crediamo nel rimedio di un qualche
non più consunto
di là da venire
mentre il libeccio presso
il delta dell’avvenuto
enumera i granelli
dei cuori umidi di pianto
amiamo la congiunzione
e la cuccagna dei sentimenti
NOTE:
[1] La trad. it. dei versi della Dickinson è di M. Bacigalupo.
[2] C. Minutello, in Note di Storia e Cultura Salentina, Edizioni Grifo, Lecce 2016, p. 286.
[3] C. Minutello, in Volte a stella, poesia dedicata a Maria.
[4] La trad. it. è di M. Bacigalupo.
[5] Ibidem.
[6] C. Minutello, Il lago, poesia premiata al concorso indetto dalla Fiat Hitachi in Lecce nel dicembre 1997.
[7] C. Minutello, in Note di Storia e Cultura Salentina, cit., pp. 283-284.
[8] C. Minutello, in Forziere.
[9] Fondovalle, poesia dell’Autore.
[10] C. Minutello, in Note di Storia e Cultura Salentina, cit., p. 285.
[11] C. Minutelllo, in Note di Storia e Cultura Salentina, Edizioni Grifo, Lecce 2014, p. 283.
[12] Ivi, p. 284.
[13] Ivi, p. 286.
[14] C. Minutello, in «Cultura Salentina».
[15] R.A. Corina, Sulla Bellezza. Breviario di estetica, Bastogi, Foggia 2009, p. 35.
[16] C. Minutelllo, in Note di Storia e Cultura Salentina, Edizioni Grifo, Lecce 2019, p. 275.
[17] Ivi, p. 276.
[18] Ivi, p. 277. La poesia Voltati Toma è su «la Repubblica», Roma, del 29.09.2020, p. 11, Ed. di Bari, nella rubrica «La bottega della poesia» a cura di Vittorino Curci.
[19] Cfr. Sospesi per strada, in Almanacco di scenari, raccolta di poesie scritte dall’Autore.
[20] Cfr. Almanacco di scenari, cit.
[21] R.A. Corina, Sulla Bellezza. Breviario di Estetica, cit., p. 62.
[22] Ivi, p. 64.
[23] C. Minutello, in Assente per strada,.
[24] Cfr. Balconi, in Almanacco di scenari, cit.
[25] Cfr. Patina di cielo.
[26] Cfr. Spiraglio.
[27] Cfr. C. Minutello, in Lupi della sponda, Album dedicato alla memoria di Nicola G. De Donno e Andrea Rotella, Gioffreda, Maglie 2004.
[28] Ibidem.
[29] C. Minutello, in Quasi gioia.
[30] C. Minutello, in Tra i grovigli, poesia classificata al I° posto al Concorso Nazionale Letterario «Nunzia De Donno» indetto dalla Sezione Unesco di Giurdignano, 11 agosto 2019.

Leave a Reply