(a cura di Tina Cesari)
La musa di Adriana Pulití si fa parola pregna di messaggi che sottendono una ricerca della verità, anzi delle verità che dovrebbero ravvivare il mondo. La scrittura militante diventa azione di denuncia di una società falsa che la spinge a porsi l’interrogativo: “Dov’è la Verità, dov’è la Verità, dov’è la Verità, Signore? /Vedo solo gente prona sorridere agli uomini della menzogna”.
C’è un sottofondo di sfiducia nei confronti della collettività perché sotto “questo vasto sole sordo”, come lei scrive, “affidarmi/ all’umano sarebbe/rapire nello scatolo la memoria del mare”, cioè privarsi della dimensione profonda dell’interiorità e dell’unicità dell’essere, che va preservata a ogni costo.
Spesso la poetessa si interroga sul suo posto nel mondo e scrive: “Per cosa vivo, mi chiedi, /per quale fioca idea attendo, / mentre enumero le teste/nella marea torbida di/questa follia oceanica”.
Mancanza di ideali profondi, ecco, questo Adriana grida a gran voce sfidando con sarcasmo l’élite dei nuovi specialisti di una cultura esoterica, sempre più specialistica per usare le parole del sociologo Edgar Morin.
Lei stessa, da sociologa che studia attentamente i meccanismi di massa, denuncia i cosiddetti nuovi sapienti: “Ecco la vostra conoscenza, / la cultura, l’istruzione!, /solo parole meccaniche,/vomitate cento volte,/buone a farsi belli,/o giusto scaldar carriera;/ma non farsi minoranza”.
E il sarcasmo si fa rabbia quando scrive che “Il futuro pratico è d’attorno/ impiattato, imbonitore, /sta suonando la fanfara”.
Il futuro pratico, si nutre di tecnologia ed ecco che arriva “la start up, il nuovo che divora l’antecedente e lo vanifica, l’ultimo modello tecnologico, un software per pulirti anche il culo, per far meglio quel che meglio sai fare tu”.
E rimpiange il vecchio modo di inviare la posta mentre sta cercando invano di mandare una mail invocando: “Piccione viaggiatore, dove sei? Ore e ore al vento tentando di inoltrare una banalissima domanda”.
Una vera e propria invettiva contro quella che lei definisce “rea modernità” che vive nella “beata crassa inconsapevolezza”.
Di fronte all’espressione pirandelliana per cui, secondo la poetessa, “la forma imprigiona e solidifica l’energia, la forza creativa, l’eterno mutevole sfuggente, la vita; rendendola convenzione, statico cliché di maschera”, lei scrive: “Vivo muta qui.
Per non/destare rumore, ché/ogni cenno di vita/sarebbe vano. /Osserva in vece mia/la mente, da sopra le/labbra di pietra, lei/inadeguata alla corrente”, mentre
“la solitudine è fedele sorella”.
Ma il mondo poetico di Adriana si nutre anche e soprattutto di leggerezza quando guarda i panni stesi al sole, per cui scrive: “Vi guardo con invidia voi/ pezze mute senza vita/e tanta vita nel tendersi”; mi vengono subito in mente i versi del salentino, come lei, salvatore Toma, il suo vento leggero che parla con voci di foglie e che asciuga i panni, bianchi come visi di bambini, e a pensarci bene non è solo questo che accomuna i due poeti.
C’è la consapevolezza di andare controcorrente perché, scrive Adriana, “Sono il poeta bastardo,/ quello che non vuoi/ sporco le mie lettere/ per strada”; lei è l’artista irriverente, dunque, che si fa beffe di quella stessa società che fa scrivere a Toma “io sono morto per la vostra presenza”; e poi c’è in lei, come nel poeta magliese, l’orgogliosa consapevolezza di essere libera: “Cresco dove voglio, attecchisco libera./Fra me e il Cielo non v’è ostacolo./Penso, dico, agisco…/non posso che esprimere me stessa”.
E mentre Toma se ne sta appollaiato sulla sua quercia a scrivere versi, lei scrive che gli alberi sono spirito ritemprante e poesia.
Educano! Ma nel suo paesino continuano ad abbattere alberi.
Poi c’è l’incanto con cui guarda la natura e c’è lo stupore: “M’incanta ad osservar di nascosto, /piccolo stupore il mio io, /la superbia tremenda del creato, /sovrasta di noi la misera/rea follia”.
Lei dice con umiltà di aver frequentato poco la lettura dei poeti salentini ma come non riconoscere l’incanto e lo stupore di Antonio Verri e lei, rispondendo al richiamo del poeta di Caprarica che le sussurra di fare ciò che la incanta, scrive che nella “pigra, /abbacinante/ meridionale Eternità”, “celebro la gloria vera,/ammirata/delle mie unghie/piene di terra”.
E ha fame Adriana, si, di sogni per cui “la mia testa traborda di sogni!, /falene:/ebbre di rosso vivo/ le porto/a spasso con me”.
Solo due cose salvano Adriana dal deserto di una società saccente, ipertecnologica che si nutre di autocelebrazione, sono la poesia e i libri, solo loro le danno l’incanto e lo stupore di cui ha bisogno;
per questo, “dinanzi all’assurdo, alla decadenza, al suo baratro, baccanale inconsapevole, soccorre l’auto-esilio nella pacata luce dei libri; i soli a non deludere e tradire”.
Ebbene, “Dio c’è, come le /parole, la scrittura”; è “dono di Dio all’uomo. Dio benedica i libri”, e la poesia è poesia “salvifica che/ risorge le menti/provate e curiose” per usare le sue stesse parole.
E le parole in poesia, devono essere solo quelle che dicono perché “Ciò che non chiacchiera, è”.
E si lamenta, la poetessa, perché “In fondo, oggi c’è poco da dire, non vi sono più parole. Non ci sono le parole”, ma quando le trova si rivolge direttamente a esse: “eri tu,/ mia parola. Un miracolo / di dio”.
Se, dunque, la poesia non deve essere mero esercizio di stile o ricerca effimera di “effetti speciali”, se si deve nutrire di materia poetante “avrà almeno valso le mie/lacrime un’altra canzone/versata sul foglio, questa, /scialba senza belletto/né metro o virtù redentrice”.
La scrittura, per la Pulití, è il suo nirvana per cui si domanda e si dà una risposta da sola: “di cosa ha bisogno il Paese, /in primis, /per crescere./DI POESIA![…]DI RESISTENZA; DI COSCIENZA”, per cui occorre “salvare solo la poesia. E la terra. E gli amici onesti-veri”.
Custode della bellezza, come la definisce Maurizio Nocera nella prefazione della raccolta “Fili”, “per la sua presenza inossidabile nella lotta per la salvaguardia dell’ambiente, per la tutela della natura”, e mi permetterei di aggiungere custode della resistenza, della volontà di non piegarsi a certi meccanismi della società in nome di una poesia testimone dei nostri tempi che non ha bisogno di trucco ma che “canta il vero” come aveva scritto Emilio Praga un po’ di tempo fa.
Dalla silloge “Fili”
Musici (domanda ad Angelo)
Lo senti anche tu,
amico, quello che sento io?
…Si, lo senti
quel Bello che passa
e presto fuggirà.
Lo so, ne ho certezza,
ora, negli assensi
nudi dei nostri sorrisi
battuti dai nostri capi ritmici,
ingordi della gioia
d’esser non più nomadi,
per un istante
momento.
Fuoco è trattenendo l’addio.
È stato.
Oltre la cenere.
Travaso
Scuoto la mia testa:
nell’urna…
girare,
eccola…lì,
la sento,
sulla lingua…
si stacca…
Sconosciuta già conosciuta,
nel nembo
intuita.
(Parto)
Ritrovata.
Destinata.
Rivederci.
La butto giù dal mio cappello:
eri tu,
mia parola.
Un miracolo
di dio.
Il saluto nel mattino
La mia casa è umida.
Gronda incomprensioni e solitudine;
la mano ha messo sulla mia bocca.
Sono qui per scrivere i miei pensieri
davanti al mare della tua terra.
E allora vivrò per certo
Almeno altri mille giorni.
Ma la vita, meravigliosa,
troppo avara e troppo breve.
Incomprensione
Attesa.
Nella stazione muta.
La tua voce non fa più
vibrare l’ingenua tenerezza della foglia.
Ma piove incontrastata
sul mio capo allo zenit
l’ atemporalità
di questo vasto sole sordo
Da “Il ribelle lungo fiore dell’agave”
Beatitudine
Ma nel mentre di umani scoramenti
sento d’esser viva in questo
istante eterno.
Spoesia
Chiamare i venti per spazzare le parole,
pregare fin su le vette terse
dove non c’è l’umano, le sue storie,
la sua sottile maestrìa.
Dove cadono al senso discorsi
i preziosi vani, s’incaglia nel fango
la ruota con gli stracci del vecchio
teatro nomade,
sbadigliano le correnti annoiate.
Teatranti, teatranti. Farsanti.
Struggono su se stesse le parole, i
punti, le sospensioni, i
non detti,
le iperboli, gli artifici, gli sguardi fuggiti;
si sfiancano, si perdono, si rinnegano.
Prega il vento ché riporti il respiro
nuovo del mattino quando ancora
dormi; perché specchi e legga in
una pozza quieta e ignara
il colore vero dei tuoi occhi.
Da “poesienuove”
M’incanta (per foto di Valentino Petrosino)
M’incanta ad osservar di nascosto,
piccolo stupore il mio io,
la superbia tremenda del creato,
sovrasta di noi la misera
rea follia.



