(a cura di Mimì Mastria)
In questa sua breve seconda silloge “Le sorti dell’incanto” la poesia di Luca Crastolla si frantuma in parole che diventano immagini, al di fuori di ogni costruzione della logica sintattica. Rispetto alla sua prima raccolta d’esordio “L’ignoranza della polvere”, la parola si svincola dal discorso e diventa fortemente allusiva, estremamente simbolica, talvolta criptica.
La voce del poeta non ha la funzione di descrivere o di raccontare, ma di cogliere quell’attimo di epifania che svela la disarmonia della condizione umana, in particolare di questo sud che mostra la sua desolazione attraverso figure che passano come ombre o che vivono solo nella memoria del nostro poeta di Fasano.
La parola diventa espressione di rischio e il poeta, come un funambolo, avverte costantemente il pericolo di precipitare, essa quindi si fa grido di dolore di chi si perde poiché la follia è sempre in agguato e non c’è nessuno che possa fare il miracolo della salvezza, “nessun profeta che divida le acque e nessun popolo che l’attraversi”.
Luca fa riferimento alla spettacolare impresa del 6 agosto 1974 quando il funambolo più famoso al mondo, sospeso a 400 mt. d’altezza, Philippe Petit compie la traversata da una all’altra delle Twin Tower.
La coincidenza di quella data con la nascita del nostro poeta fa sì che egli avverta una sorta di identificazione con l’uomo che vive costantemente nel rischio, sospeso tra cielo e terra ed è costretto a misurare ogni passo per non perire. Così il Poeta è colui che è sempre oltre chi sta in basso a guardare, a non capire e ed è quasi in attesa della tragedia. Tutto questo ci rimanda all’albatro di Rimbaud, in una sorta di allegoria là dove il gabbiano-poeta oscilla fra le due opposte condizioni di superiorità e mortificazione che finiscono per coincidere l’una con l’altra proprio perché la sua sofferenza deriva dalla bellezza di cui è creatore rifiutata però dalla società contemporanea incapace di comprenderne la funzione.
Le immagini analogiche rappresentano l’inadeguatezza di questo sud che genera figli senza offrire loro nulla. E la madre diventa metafora di questo mondo che il poeta considera se non morto moribondo, una madre “deceduta” che emerge nei ricordi dell’infanzia, quelli della famiglia emigrata che “esce in libera uscita come pesci dal vaso di cristallo”, così i figli appaiono frutto più della materialità che dell’amore mentre la madre diventa l’antitesi di un padre tiranno che ha nutrito la famiglia di sofferenza, di cui solo qualcuno dei figli raccoglie i cocci, quei figli che diventano “trascurabili coefficienti della febbre del padre/ vita incustodita, trincerata”.
Solo raramente affiorano lampi di un’infanzia felice “che sfiorisce come un roseto in spine”.
La rappresentazione dei luoghi si fa onirica in un “mattino di latte barocco” dove la vita sguscia tra “i rigattieri” che allestivano bancarelle e mollica” e “lo studente di filologia neotestamentaria / urinò il Corpo di Cristo sotto il nostro balcone …”, ma anche dura e concreta nella lotta alla sopravvivenza: “ … Le stazioni / di servizio disfano sui vetri / i neon, il prezzo del self e del servito /”.
La figura della madre lascia il posto ad altre figure femminili trasfigurate in altrettante immagini oniriche che rimandano ad un eros che è vita ma anche morte (come il riferimento alla poetessa Nadia Campana, morta suicida). Così Luca costruisce parole stridenti per ricordare momenti di vita di un uomo (un suo paziente, probabilmente), passato: “ E hai chiuso da uomo: da peccatore / da sedia sghemba, da scarto bianco”, un uomo sottoposto a cure psicotiche i cui effetti il Nostro conosce bene attraverso la sua professione.
Non manca la rappresentazione di un mondo monotono di una umanità in disfacimento, come quelle nel “ … discount della dimenticanza … i pelati della schiavitù di stagione …” e “All’esterno il racket dell’elemosina nel colore che va per la maggiore”.
L’incanto dei luoghi diventa disincanto, la bellezza sfiorisce come la speranza in cui ogni gesto si manifesta nella sua routine, nella sofferenza e nella insensatezza dell’esistenza privata da stimoli e vero amore.
è di mia madre la saliva sugli occhi
generalmente di sabato, lavati in fretta
prima del treno che involava
alle lane del mercato di Varese, la libera uscita
dai pesci da un cristallo.
Di mia madre la pelle di betulla e
quella costellazione di falene cadenti.
I morti in vita si dimenano, sentirla dentro
giostrine di latta: da una soglia viene
fuori e rientra, con mezzo giro di molla
si muove in veranda nelle due figure
l’appezzamento ha i confini sul pube.
La voce grossa sul cancello e sui chiavistelli:
si è scopato di fortuna
e i cocci sembrano di un figlio, forse due
(di un terzo non si sa)
Alle spalle un cimitero di solitudini in schiera:
la pietra è la sola materia
l’unica anima caritatevole
che si faccia intaccare dal piccone della rabbia.
C’è un contado meschino di padre in padre
ci sono le sacre tirannie del tempo.
Allo stesso ramo un passero
Per il suo canto, sette minestre di bieta.
In morte di un uomo
ti poggi al bassorilievo della sera
nel succedersi lineare dei lampioni
fonderesti un dogma di gomma pane
un comandamento lieve
corto fino alle soglie
medicinali del cuscino, ovulo della notte
Conosci l’invito a disfarsi
Delle spoglie, dei frastuoni. Un autobus, l’ultimo
Fora questo nulla in scariche corticali:
echi di clacson, di fotocellule in allarme
di pattugliamenti del margine. Sotto un’assenza
d’astri, ti stringi tra bavero e volto
di tre quarti, ti stringi e te ne vai
quanto in noi del noleggio delle primavere?
Il moto perpetuo: la Soluzione
l’assenza d’attrito nei tuoi disegni
le mani bucate da Geova. Mi dicevi
figlio, io padre non potevo dirti.
E hai chiuso da uomo, da peccatore
da sedia sghemba, da scarto bianco
Sempre attendendo il cielo nonostante
la malaluna, la clozapina, il nostro contarti
in gocce la fede di guarirci. Salmodiavi Davide
e Pentola era il tiuo cane quando non tornavi
alla minestra della sera per correre dietro i santi.



