VITTORE FIORE (SAGGIO)

a cura di Tina Cesari

È il «cantore della speranza», anche se «amareggiato e incazzato», come scrive Augusto Benemeglio in un vibrante e appassionato ritratto che ha fatto di Vittore Fiore, pubblicato in Cultura Salentina nell’agosto 2015 dove, tra l’altro, ha scritto che egli «morì tentando fino alla fine di smuovere il torpore, lo stantìo, il trito dell’intelligenza pugliese, ma il tutto fu vano».

Leggendo le poesie di Vittore Fiore, quelle contenute nella raccolta “Io non avevo la tua fresca guancia (1952-1996)”, colpisce la costante presenza di un nome, ovvero la parola “paese”.

E infatti, il primo componimento che compare nella silloge recita questi versi: «E con l’antico nome rimarrete, /terra di rovine e di vigne, /paesi del Sud, calce e luce» dove la parola “calce” richiama i versi «Tu non conosci il Sud, le case di calce…» di bodiniana memoria.

Il paese appare «bianco di mura», e ancora, «paese antico tenero di tufo», «paese smagrito» che evoca atmosfere prive di colore e statiche dove «il cuore appassisce ai miei paesi/e lontano dal campo di tabacco/cresce sospesa l’aria della noia», ed «è questa l’ora della pena/nelle piazze»

Tale visione si estende a tutta la Puglia, vista come «amara palude, malinconica terra che mi uccide», e a tutto il meridione d’Italia a cui l’autore si rivolge con l’espressione: «sei aspra e dolce,/terra del Sud».

A questo punto subentra l’impegno tenace del poeta salentino che rimprovera l’inerzia della classe intellettuale per cui «qui i miei amici sono frenatori», ispirandosi al poeta Vittorio Pagano, forse quegli stessi amici coi «cuori di naftalina» che Bodini avrebbe voluto «più saggi e più folli».

E allora, «uniamoci contro la morte, amici» e poi «voi compagni non perdete le speranze/parlate alle coscienze/ ricominciate da capo», per cercare di risollevare le sorti del Sud; non a caso, la sesta sezione della raccolta esaminata, che raccoglie le poesie scritte dal 1988 al 1995, si intitola “Compagni, chi siete?”.

In un componimento, intitolato «In questo giorno di fuoco e d’amore», nella Bari «ventriloqua e sicariosa», il poeta ricorda i vecchi tempi e immagina che al vecchio Vittore, come si definisce lui stesso, «forse si stringeranno a lui gli amici negati ai compromessi» e a ognuno di loro si rivolge scrivendo: «ma tu non pensare a quei giorni/ che tolsero le briglie al nostro cuore».

Il figlio di Tommaso Fiore, famoso meridionalista, così attento alle condizioni disumane dei contadini meridionali non perde mai, anche lui, la prospettiva di un riscatto del Sud e «quando bruceranno le zone oscure/nel senso infinito della lotta», questo potrà accadere se ci sarà attorno la folla degli eroi-contadini, dei giornalieri che lavorano d’estate a cui il poeta dice «fatti cuore, pugliese, ecco, qualcuno è vivo».

Allora fa capolino la quasi visionaria visione per cui «i vinti si uniranno ai vinti/sull’antica terra del Sud» e allora Fiore prende coraggio e si rivolge a tutti, non solo agli amici o ai contadini: «Tu non credere all’uggia come un male, /ma il vuoto che nutre goccia a goccia/la speranza» perché «il contrario della rinuncia sono, /il desiderio disperato, amare,/odiare, recuperare il perduto».

E il poeta lucano Rocco Scotellaro che «nella sua tomba di Tricarico non ci fa dormire» diventa il simbolo della resistenza di tutti i lavoratori perché «il suo cuore di contadino non si strugge».

Ma c’è una componente importante nella poesia di Vittore Fiore che gli conferisce quella forza di credere a tutto questo e cioè l’amore, per cui «tolto l’amore cos’è mai la vita» e accanto all’amore la poesia, a cui lui stesso si rivolge: «e così d’ogni cosa fai canto, poesia», e poiché «nessuno può dire cos’è poesia» ,«amo il tormento del pensiero» e «vado cercando le parole adatte».

Tuttavia, con lucidità, egli ricorda che «prima di noi, i poeti /usavano parole alate,/gonfie di tradizioni profetiche /che non si sono avverate», ma ora «bisogna abbandonare la retorica dell’oggetto», come scrive nel poemetto “Il male è dentro di noi” e «alla poetica simbolista dell’oggetto ho cercato di sostituire quella dell’oggetto concreto, reale, storico», poiché «non basta cantare gli ulivi e gli scogli».

Sempre nel poemetto citato egli scrive della necessità di un esame di coscienza: «il primo lo feci con Scotellaro e Bodini, negli anni ‘50, un vero esame critico, altro che idoleggiamenti e retorica contadina».

Egli prende come esempio lo studioso Ernesto de Martino che cita testualmente quando scrive dell’esigenza di «ricordare una “patria” e mediare attraverso la concretezza di questa esperienza, il proprio rapporto col mondo… per non essere provinciali occorre possedere un villaggio vivente della memoria».

Tuttavia, quando lo assale la nostalgia per cui si rammarica scrivendo: «Come hanno potuto dissolversi /lentamente le grandi idee», ribadisce a sé stesso con orgoglio «eppure di qui uscirono pittori, critici, poeti/che cercano uno spazio,/per mettere in crisi il presente».

E mentre si chiede «quale poesia oggi?», si rivolge ad Antonio Verri e ai suoi compagni della famosa rivista “Pensionante dei Saraceni”, a quei poeti che egli stesso definisce “neoteroi”, lanciando loro il disperato appello: «entrate sulla scena /con una nuova poesia».

Si può, dunque, concludere, con Augusto Benemeglio che la poesia, per Fiore, non solo è speranza ma è anche pazienza, che è anche il titolo di una raccolta di componimenti di Nicola Pierri, menzionata dall’ autore in una delle note di lettura della raccolta qui esaminata.

È, però, poesia di resistenza come scrive Oreste Macrì in una lettera riportata nella stessa raccolta di poesie “Io non avevo la tua fresca guancia”: «questa tua poesia di resistenza, umanissima robusta e delicata, le tue parole nuove non hanno nulla di ludico e consolatorio, sono immagini concrete del dover essere» e, in un’altra lettera, sempre qui riportata, parla di «forti e trepidi versi».

Sono proprio quelli che compaiono in questa poesia, che un po’ sintetizza il prezioso connubio di determinazione e delicatezza che caratterizza i suoi versi.

Tolto l’amore

Tolto l’amore cos’è mai la vita,

se non cambia dentro di me,

la fossa della sorte dei rovesci?

Il sogno crudeltà le aggiunge,

eppur, privo, mi sento senz’anima

e non so dirti né tacerti

quanto l’ho atteso, nei profondi abissi

del cuore, orfano di emozioni,

sulla punta delle tue dita

appena sfiorate.

Tutte le citazioni sono tratte dalla raccolta di poesie di Vittore Fiore, “Io non avevo la tua fresca guancia 1952/1996”, Palomar, Bari, 1996, compresa la foto che ritrae l’Autore.

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