Salvatore Toma, profeta dell’ecologismo

(a cura di Tina Cesari)

Nel suo celebre autoritratto Toma scrive di se stesso: «Salvatore Toma è un tipo decente, presentabile, un po’ volutamente folle, ma, in definitiva, un buono».

Chissà perché occorra apparire un po’ folli o perlomeno ‘strani’ per prendersi cura del tema serissimo della sostenibilità del nostro pianeta; ne è la dimostrazione il fatto che il movimento giovanile del Fridays for future sia capitanato da una ragazza, Greta Thunberg, la cui sindrome di Asperger, tanto strumentalizzata dai negazionisti del cambiamento climatico, è diventata il punto di forza della battaglia che ha dato molti frutti, soprattutto tra le nuove generazioni, nell’ambito della sensibilizzazione alle problematiche ambientali.

In tempi non ancora sospetti, ma che comunque già davano segnali inquietanti, Salvatore Toma si faceva portavoce di tematiche assai scottanti in tema di ecologismo.

Molto egli era sensibile alla questione dei rifiuti per cui scriveva che lo «annienta questa civiltà/ simile alle periferie/ piena di barattoli di plastiche/di scarpe vecchie/di bambole spezzate di fumo/ di puzze/ di cadaveri/ di cani bruciacchiati» e aggiungeva ancora che «l’inquinamento ha fatto di noi/ quello che siamo».

In un testo scritto nel 1978 egli sembra avere un’apocalittica visione sul futuro che corrisponde, purtroppo, esattamente alla realtà odierna: «e sembrava il mondo/un inferno incandescente/tra boschi e laghi roventi/ mostri acrobatici/grattacieli disidratati/ sbudellati in pieghe di dolore/ e tante migliaia di clacksons scatenati».

Se afferma che non gli «sono mai piaciute le città/ il chiasso fatto apposta per non pensare» e sottolinea di trovare più importante la tristezza del suo cane, non si esime dall’ esprimersi in maniera forte quando «a chi viene a passare le vacanze qui da noi/ senza riportarsi via i rifiuti», ovvero coloro che egli definisce ‘barbari’, risponde: «vorrei sapere perché/ qui d’estate/ tanta merda c’è».

E cosa dire della sua conosciuta crociata contro la caccia e i maltrattamenti agli animali? Prende in giro il «cornuto/ cacciatore evoluto» che conosce la rotta degli uccellini e «li prende con una sola botta! Ma che bravo!» e lo definisce pagliaccio quando spara: «uccelli gatti farfalle calabroni/per te non fanno distinzioni/ è il tuo modo più in vista/per non essere razzista».

I cacciatori sono definiti anche «asessuati/ balordi assassini» mentre lui preferisce andare sulle dune degli Alimini ad ammirare il volo delle aquile che vengono dall’Albania le quali, a causa dei forti venti, sbandano e cambiano la propria rotta avvicinandosi alle nostre coste.

I cani, poi, sono tra gli animali che più ama e sono conosciuti aneddoti che raccontano come lasciasse liberi i cani legati dai padroni di poderi vicini alla località denominata Ciancole, a Maglie, dove egli andava ad ascoltare gli uccelli e scrivere poesie sull sua amata quercia.

Si accanisce contro la pratica disumana degli accalappiacani che convincono il povero cane a farsi seguire con lo strangolo e i calci e lo ammazzano con le carezze; si rivolge a un ipotetico padrone a cui hanno preso il cane scrivendo che «hanno ammazzato / il tuo cane/ e il colpevole sei tu/quando quei becchini/ di accalappiacani/ l’hanno preso/ e non hai fatto niente/ niente tu per lui/che sempre ti ha fatto da ombra/ e da compagnia».

Bill, invece, è stato più fortunato perché «da giovane ha patito/ la fame e la catena» e ha cambiato la sua sorte e sulla medaglietta appesa al collo si è fatto scrivere: «io alla vivisezione / ai veterinari da macelli/ e agli accalappiacani/ gliel’ho messo[…]»; lancia, invece, una vera campagna per l’adozione di cani randagi e scrive «com’è bello un paese/ se il randagio di ieri/ che ci scrutava affamato/e ci faceva vergognare/ di esistere/ha trovato un padrone».

I veterinari vengono definiti ‘serpi infarinate’ ed è contento se «al tuo cane meno male/ le orecchie non le tagliammo più»; egli arriva, addirittura, a immaginare la profezia pronunciata da un cane nei confronti di una persona morta per cui «quando starai per morire/ o ti sarà morto/ qualcuno a cui ci tenevi tanto/pensa anche se l’idea ti sembrerà strana/al cane che hai ammazzato».

Il capodoglio diventa il protagonista di una sua celebre poesia e ci richiama l’immagine dell’albatro baudeleriano preso in giro dai marinai ma a questo animale, invece, toccherà un’altra fine, anche se verrà poi vendicato:

Avanzava il capodoglio

nella notte nera

a gran velocità

pacifico enorme

aveva lasciato

l’immensità dell’oceano

per venire a morire sulla sabbia.

Sfrecciava tra i bagnanti

senza toccarli

senza nemmeno sfiorarli

non vedeva che la morte

davanti a sé il sonno eterno

il plagio irreversibile

lì fra le scogliere.

Ma una volta arenato

i pescatori gli tagliarono

il ventre con lame acuminate

lo rimorchiarono al largo

giocavano con l’idea

di veder l’acqua tingersi di rosso

divertendosi a corrompere usurpare

la purezza invincibile del mare.

Allora dalla vicina scogliera

un dio superbo un po’

demone

sotto forma di mantello

volò nell’aria

catturò i vigliacchi

li frustò allo svenimento

li rese mendicanti

spogli di tutto

venditori per le vie del mondo

di collane ciondoli souvenirs

quadretti raffiguranti

corpi marini balenotteri

squali scene segrete

del profondo mare.

Il cielo inabissò

nel vuoto più completo

solo una luce strana violenta

riservata ai grandi eventi

serpeggiò nell’aria

per un attimo illuminò l’oceano

e gli uomini si tinsero

dei loro veri volti

crudeli spaventosi

ineguagliabili belve

senza forma e senza speranza.

Nel vedere gli uccellini catturati dalle trappole si chiede «quale dio potesse mai godere/ di un simile supplizio» e nel liberarne uno ancora vivo «questo volò nel cielo su di un balcone /luminoso nel cielo»; se da una parte egli immagina di poter imbottigliare l’odore di una cincia catturata e appena liberata non esclude, d’altra parte, di lanciare anatemi anche contro i vivisezionisti ai quali vuole ricordare che «la morte è sempre/ in agguato».

Sembra quasi la sequenza di un film quella in cui egli descrive l’uccisione di un maiale:

Il maiale

era lì che mi guardava.

Il macellaio

conoscendo le mie idee

faceva finta di niente

e gli girava intorno indeciso

col coltello allucinato.

Voltai l’angolo

il maiale pareva

implorarmi a restare

posando alla catena

come un lupo in olfatto.

Così rimasto incantato

non sentì il coltello

forargli la gola

e non vide il sangue

colargli a dirotto.

Era tutto concentrato

a rivedermi apparire.

Sorge, quindi, spontaneo al Poeta l’interrogativo: «a te che mangi carne ogni giorno/ e ti ingozzi come un re» e «inorridisci alla vista del sangue», «hai mai visto ammazzare un maiale?».

Il sarcasmo diventa ironia quando alla domanda di qualcuno sul perché la carne di vitello non sia sempre tenera risponde di passarlo al detersivo poiché egli si rende tristemente conto «che uno /dei grandi problemi/che assillano l’umanità» sia che la carne sia tenera per il bambino che non è stato bene o per la nonna che non ha i denti.

E se può sembrare inopportuno il confronto tra la morte di un ministro e quella di un maiale, come scrive in un’altra poesia, ci potrà sfuggire oggi l’interrogativo etico dell’uccisione di un animale, specialmente se tenuto segregato in mezzo metro quadrato di un allevamento intensivo, responsabile, tra l’altro, dell’emissione di anidride carbonica?

Oggi, Toma non avrebbe resistito alla degenerazione barbara di questa pratica di allevamento!

È vero che può sembrare quasi esilarante il titolo della poesia Discorso di un bue a un popolo di polli in periodo elettorale ma quanto veritieri potrebbero sembrare questi versi se immaginassimo che gli animali potessero parlare: «perciò miei cari amici/ cosa c’è di più bello/ e di più salutare/ da augurare a un buon nemico/ se non la morte?».

Scena raccapricciante ma vera è quella ambientata in una «crudele macelleria sul marciapiede/le parti squartate dei vitelli/ appesi a un gancio/ le teste scarnificate/ con gli occhi insanguinati/le visceri gettate lì per terra/ come volantini».

Il Natale e la Pasqua diventano, poi, «una farsa/ dove assurdi omicidi/ d’innocenti animali da cortile/ si consumano la sera nelle case».

Dopo aver descritto tanto orrore Toma come immagina la fine del mondo?

Così: «la terra si trasformerà / in un prato verde fiorito/infinito e gioioso/ pieno di porci agnelli/cavalli conigli/vacche anatre galli…/e tanti altri animali/che per infiniti secoli/abbiamo violentato ucciso/ mangiato e fatto a pezzi./ Essi sono là/che ci aspettano…».

In definitiva, quale strada ci proporrebbe di percorrere, oggi, il Poeta come alternativa all’esistenza che conduciamo? La vita semplice, in sostanza ci vuole un’altra vita, come recita una celebre canzone di Franco Battiato, per cui il progresso secondo Salvatore è sinonimo di preistoria e «in tanti secoli di carne /non abbiamo ancora imparato/ che imparando si disimpara»; ancora, quanto profetiche ci appaiono le parole per cui «corriamo avanti alla rovescia/ ingigantendo la semplicità./ Ma la semplicità è quella di sempre/ è nata già progredita /semplificarla di più/ significa rinunciare alla vita». Era il 1981.

Un altro tema che Toma ha messo alla luce con grande sensibilità e che solo recentemente è stato rimesso in discussione è quello dello sterminio delle popolazioni indigene ad opera dei colonizzatori di cui una responsabilità grave è da attribuire alla Chiesa cattolica. Difficilmente potremo cancellare dalla nostra mente la recente immagine di papa Francesco che al termine dell’incontro coi nativi canadesi si è fatto mettere il copricapo indiano pronunciando la celebre frase: «chiedo perdono per i modi in cui molti cristiani hanno sostenuto la mentalità colonizzatrice delle potenze che hanno oppresso i popoli indigeni»

In una ninna nanna scritta per Giovanni il Poeta lo culla e lo invita a fantasticare:

Pensa agli alberi

quando c’è il vento

alle loro cime giocate

con dolcezza improvvisa

pensa alle foglie

finalmente lavate

della polvere estiva

ai castori

nelle loro tane lontane

sotterrati in vera compagnia

alle carovane dei pionieri

protese alle avventure

pensa alle care voci

della sera

al suo buio stellare

e all’effetto volatile

che fa nella tua mente giovane

nei tuoi pensieri innocenti

nelle tue sane paure

meraviglie incancellabili

mai progredite

e da sempre esistite.

Allo stesso tempo Toma ci chiede: «dove abbiamo relegato gli indiani d’America?» e giunge all’amara conclusione che «esistono violenze/ di cui non si parla/ violenze violente quasi inesistite/cementate ridotte al silenzio».

Egli, invece, predica una vita vissuta in perfetta armonia con la natura per cui la bocca della persona amata diventa «un frullato d’asfodeli» e «dormimmo in un sogno/ una tela di gabbiani» e dopo la sua morte egli scrive che «un giorno/ sarò albero e radice,/ sarò terra contesa» e «per un verme e una lumaca avrei dato la vita».

L’albero della quercia viene personificato quando l’uomo la minaccia con un calcio o un pugno e «lei non ti sente/ non nota la tua presenza/ a meno che/ tu non usi la sega» e volto all’ulivo dice: «che cuore avrà mai/chi dice che non soffri/ necessaria come sei,/ nodosa forma?» quasi presagendo, il Poeta, la morìa dei nostri ulivi che oggi sta cambiando irreversibilmente il nostro paesaggio.

Gli alberi, al vento, «sventolano come polmoni/ sospesi nei rami/ si rinfrescano le ascelle» e «alla deriva/ c’è invece il mare/ il mare aperto infinito/ alla deriva /c’è finalmente la vita/ filtrata digerita/ c’è la leggerezza del corpo vuoto».

Nella poesia intitolata Delirio il poeta immagina addirittura «di aprire la porta di casa/ e vedersi lì rotolare per terra/ un chicco di grano» o «vedere sul muro tingersi/ una verdissima boscaglia».

Hernàn Huarache Mamani, scrittore indio, nel libro intitolato La profezia della curandera, così scrive: «l’uomo che comunica con la natura è un uomo che conosce la verità, che comprende e che vive con maggiore semplicità. Lontana dai concetti, dalle disquisizioni filosofiche, dai ragionamenti, la natura è chiara, semplice e complessa allo stesso tempo».

Quando un giorno l’uomo avrà compreso tutto questo, «arriverà la vita, la verità arriverà» per concludere citando ancora un altro famoso verso di Salvatore Toma, profeta dell’ecologismo.

In foto: località “ Ciancole” a Maglie e la quercia di Salvatore Toma

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