Me ne vado persa
su cui si scrivono
saluti blu.
Me ne vado tra archi illuminati
di notte, bianchi
visi di santi erosi
da un vento che viene da Sud.
Pietre immense smussate: teatri
di favole antiche e sabbia,
sabbia fine, conchiglie e foglie di palma
sotto cui prendere il sole; beata
me che posso cantare
nel fuoco di gennaio,
sul ritmo di una taranta
battuta su tamburi sempre più grandi.
Me ne vado tra le falesie
a picco sul mare, piante
di piedi tra piante di capperi
selvaggi, scorci di Eden brillante.
Beata me
che me ne posso andare
e non me ne vado
perché la mia terra, la mia terra
vera è una culla in cui la morte si insinua
nei fiumi sotterranei e
diventa moderna tra le veline
gialle delle edicole
che annunciano i numeri del progresso.
La mia terra vera
è un conato degno di contemplazione,
è un rigurgito venale
a tradimento, la mia terra è un singhiozzo
che non passa, non passa mai
mai, nemmeno col latte più dolce
perché la mia terra è stata venduta,
è una madre avvelenata
giorno dopo giorno dopo giorno
da figli che penzolano
a brandelli dai pannelli
grigi di metallo
su cui si incollano uno sopra l’altro
i manifesti dei programmi elettorali.
Questa è la mia terra,
svilita, imbellettata per la festa
e poi mandata a battere
sui marciapiedi della legge.
Beata me
che me ne posso andare
e non me ne vado.
San Foca, Marina di Melendugno




