Marcello Buttazzo – E se nel giallo ti vedrò

(a cura di Tina Cesari)

«O poesia, poesia/ Sorgi, sorgi, sorgi/ Su dalla febbre elettrica del selciato notturno». L’esergo con cui si apre la silloge di Marcello Buttazzo, intitolata E se nel giallo ti vedrò, è un esplicito richiamo a una presenza che l’Autore sente molto vicina e per questo motivo egli scrive: «m’affascina/ la poesia/ dei senza voce/ degli ultimi/ il grido acuto dei pazzi/ non omologati/ a questo mondo impazzito».

Ecco comparire l’ombra di Dino Campana, del poeta barbaro, nomade, visionario, estraniato, matto e folle, deriso; svilita da prigioni e manicomi, la vita del poeta ha però permesso a se stessa di cessarsi per rinascere, emanciparsi e reincarnarsi nell’ alta forma della poesia orfica.

È ancora Marcello che dialoga con il Mat Campena, etichettato così dai compaesani e dai letterati dell’epoca, quando compone questi versi: «appesi / come panni sdruciti/ ci inventiamo/ le elettriche chimere/per sentirci ancora un po’ vivi/ per in malinteso senso di eternità».

Per entrambi i poeti la poesia è vanità per cui il poeta di Marradi scrive i tanto decantati versi «e ancora ti chiamo, ti chiamo Chimera»; tuttavia, riferendosi a essa, Campana le si rivolge con l’espressione «tu sei regina de la melodia» che fa trasparire tutta l’ambiguità nel concepire la scrittura come illusione ma anche come antidoto al vagabondaggio interiore.

«Fluiscono gli anni,/ ma sentirsi addosso/ sulla pelle/ ancora e nonostante tutto/ il profumo di una musa assente/ è la più strepitosa cifra/ d’una gioia invincibile»: ecco, bastano questi pochi versi per comprendere appieno cos’è la poesia per Marcello, vanità e melodia al tempo stesso, anche se può accadere, però, che un giorno la Musa preferisca stare in silenzio per cui «vorrei scriverti/ una poesia / di versi leggeri./Ma oggi/ ho solo un cesto/ di parole taciute,/ uno sfrigolìo / di sillabe morte».

L’ Autore si assume l’onere di farsi portavoce delle angosce collettive con la sua indole fanciullesca e pura per cui nasce la dedica, di pascoliana memoria, della raccolta a «ogni bambino del mondo/ e a chi si sente ancora tale»; egli ha il coraggio di scrivere dei versi come questi: «e quest’ansia/ sopraggiunta/ come un’onda, / cos’è se non il patema di tutti?/ E quest’incertezza/ che m’afferra/ e non mi lascia/ cos’è se non un segno, un’avvisaglia?». Con i versi conclusivi «e questo batticuore/ che non svanisce mai/ all’incedere fragoroso/ di questa incerta quotidianità», il Poeta ha il coraggio di svelare ciò che il lettore non avrebbe mai l’imprudenza e forse il coraggio di confessare.

La cagnolina Nina, celebrata in un’altra poesia, diventa il simbolo della ricerca di un riscatto dall’ansia asfissiante della modernità per cui le dice: «corri/ e non ti curare/ dell’umano tormento, /tu sei sbigottimento e poesia. / Sei lo sbalordimento/ che ci prende,/ sei la vertigine a quattro zampe,/ che saltella/ un po’ di qua, un po’ di là».

Nina diventa l’immagine «delle anime ribelli nelle periferie del mondo» e qui, all’atteggiamento di Leopardi che nel Canto notturno prova invidia per la staticità del gregge, viene opposta la vitalità dell’animale che si muove libero e felice, come vorrebbe essere il Poeta.

Un’altra forma di riscatto dall’inquietudine dilagante consiste in un umanitarismo che richiama Saba quando egli scrive: «soffocata voce/ dei mari nostri,/migranti delle acque e delle terre/ ad intenerire/ il cuore ferrigno/ dei potenti» perché, continua il Buttazzo, «siamo tutti spiriti in pena/ coi ginocchi sbucciati»; in un altro testo compaiono le giovani vittime della martoriata Ucraina «alla ricerca di un Dio,/ gli arti mutilati d’un bambino/ l’insania feroce d’una guerra/ pianificata dai potenti della terra»

L’amore, oltre alla poesia, diventa l’illusione più grande a cui aggrapparsi con l’arrivo della primavera per cui «sfoglio e risfoglio/ l’insoluta margherita» anche se «m’ama, non m’ama?/ non s’usa più», scrive Marcello; ancora, «un amore/ solo un amore/ vorrei,/ per ricucire lembi smembrati straniti» del suo cuore dilacerato.

Il potere seduttivo delle parole di Buttazzo si coglie nei versi di dannunziana memoria per cui: «ti parlerò,/ ti dirò/ tutte le parole mai dette./ Palpito la vigorosa reminiscenza,/albore principio di ciò che fu./ E forse/ per sentirmi ancora vivo/ che scrivo di te»; aleggiano qui i versi del Vate: «e ti dirò per qual segreto/ le colline sui limpidi orizzonti/ s’incurvino come labbra che un divieto/ chiuda, e perché la voluttà di dire/ le faccia belle».

La poesia è in grado di fare prodigi per cui «l’autunno/ è ancora una lieve promessa/ di primavera» e ci sembra di sentire ancora la voce di D’annunzio che dice che «a settembre ancora qualche rosa è nei rosai, ancora qualche/timida erba odora»; ecco come l’amore e la poesia, presenze fondanti nella poesia di Buttazzo, diventano «la favola bella che ieri/ m’illuse, che oggi ti illude,/ o Ermione».

La vita, così, trionfa con il colore simbolo della rinascita, «e se nel giallo/ ti vedrò/ sarà per tenere/ acceso il sole» che, «scalda/ e scioglie la neghittosità/ della gente superficiale» perché «la vita risorge sempre/nel campo di grano».

Vorrei scriverti

una poesia

di versi leggeri.

Ma oggi

ho solo un cesto

di parole taciute,

uno sfrigolìo

di sillabe morte.

Vorrei dedicarti

madrigali,

qualche elegia

di passione e parapiglia.

Ma non è tempo,

mia cara.

Stamane ho visto

nel giardino delle rose

i gatti Johnny e Alfonso

giocare con un fiore.

Oggi

questo mi basta.

Sospesi

a contare gli anni andati

e quelli che restano ancora.

Il giorno

d’acre sapore,

l’impeto congelato

la rimembranza

il sole negato.

Appesi

come panni sdruciti,

ci inventiamo

le elettriche chimere

per sentirci ancora un po’ vivi

per un malinteso senso

d’eternità.

Il giorno

di reboante rumore

cancella l’allegrezza

la muta in cupezza.

C’è fastidioso frastuono intorno.

Ci vorrebbe

una piccola preghiera.

Una preghiera di silenzio.

A te

non canterò

inni di venustà.

A te

non parlerò

dell’irrequietudine,

sentimento denso

che si dissolve

al rumor di stelle.

La vita risorge sempre

nel campo di grano.

Nel rosso

rinasce la vita,

nel carminio

delle tue vene

che sono

il fiume più dirompente

più intrigante

da navigare.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "Marcello Buttazzo E se nel giallo ti vedrò stt මග iQdB iQuaderni del Bardo Poesia"

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