Repútu, l’epopea delle piazze

(a cura di Tina Cesari)

È la vita dei nostri centri storici che si spegne.

Immaginiamo per un attimo, tuttavia, che un novello aedo si materializzi nel bel mezzo della piazza per dare vita a nuovi eroi e alle loro imprese.

Ecco comparire lu furese (il contadino) e poi dietro di lui lu pescialuru (il pescivendolo) e lu trainieri (il carrettiere), accanto a lu barbieri tuttofare. Li zzoccaturi si sono seduti sulle panchine, accanto ai serrachianche, e lu craunaru (venditore di carbone) insieme a lu mpajaseggie (riparatore di sedie) si sono appoggiati al muro di una casa avvicinandosi a lu murgaru (raccoglitore della morchia dell’olio) e a lu caddararu (il calderaio).

Lu ciapezzaru (cenciaiolo) si è seduto sotto un albero sul bordo di un’aiuola, accanto allu mmulaforbici (arrotino); lu cconzalimbi (conciabrocche) e llu ttaccascupe (costruttore di scope) si sono seduti anche loro, un po’ più distanti.

Si sono messi in religioso silenzio per ascoltare le loro imprese, raccontate da Giovanni Leuzzi; lui non ne ha dimenticato nessuno, e con le sue ottave affabulanti che scivolano ritmate dall’endecasillabo armonioso, racconta quell’epopea di eroi, umili tessere di una civiltà quasi del tutto scomparsa che un tempo dava vita alle piazze.

Ricostruire la geografia dei nostri centri storici, che l’Autore riempie grazie alla magia della sua scrittura, è stata anche per lui un’impresa; egli si è sentito quasi investito da una missione, un po’ come Dante, quella di far rivivere il brulichìo della vita di una comunità attraverso una accurata e paziente ricerca storica, etnografica, realizzando una vera enciclopedia a cui attingere a piene mani, giusto il tempo di leggere il suo lamento funebre, che, in verità, altro non è se non il canto della rinascita, seppur temporanea e durata lo spazio di una sera.

La gente non c’è più, lo sappiamo, e ora la piazza è intasata di targhe e segnali e «Osci, ciuveddhi te saluta/ nun bbite l’ora cu sse chiúa a ccasa»; gli anziani, mesci te favella, sono quasi spariti.

Ma chiudiamo gli occhi per un attimo e immaginiamo di veder comparire, accanto agli eroi appena citati, una folla di personaggi che hanno costruito la microstoria del paese.

Ecco lu Tore, lu Ggiuvanni, lu Ntuninu, il notaio Don Donato, mesciu Ronzu, li Ggervasi, l’ingegneri Benito Romano, lu zzi Totu, Mesciu Cataninu Bandellu, Peppinello Mellone, figure semplici accanto a persone in vista del paese, tutti portatori di una cultura che contribuiva ad arricchire in egual misura la vita della comunità.

E se, nel frattempo, mentre li ascoltiamo, ci viene voglia di mangiare qualcosa ecco aprirsi per miraggio le porte delle bettole e delle osterie, come quelle de lu Necru e dde la Pascalina, pronte a far gustare pezzetti, purpu e la scurzetta, lu sangunazzu llessu e lla fettina, o quella te l’Ameliu, che vendeva solo vino.

Per le cozze, invece, bisogna rivolgersi a lu Dunatu Schiribbilli e se dobbiamo andare in macelleria occorre rivolgersi a llu Cciticiúcci; il buon pane, invece, bisogna comprarlo dal forno a legna te lu panifáculu e il prosciutto buono, quello per i signori, da Pippi Pirilli, oppure se ti viene voglia di mangiare un bel panino imbottito con ricotta forte e alici devi andare da Ucciu Mmassaru o la granita la puoi gustare dai Culupaffi.

Ancora qualcuno è seduto al bar Santantonio e, nelle mangiate delle compagnie di amiconi, si può apprezzare un bicchiere di vino dellu Nunnu Ntunucciu e del fratello Tonatucciu e c’è la farmacia, luoghi ormai presenti nella fantasia e nella memoria degli anziani; oggi, però, è rimasto ancora il bar Saracino e sono comparsi ristoranti nuovi, ma tutto il resto è scomparso.

Il nostro Autore, di fronte al tramonto dei saperi, si interroga, oggi, sul senso autentico di fare cultura e, purtroppo si, c’è la solita vocina che gli sussurra che per chi sale sulla Cumune ad amministrare il paese, l’importante è che sappia fare dei favori e gli consiglia, e consiglia a se stesso, di smetterla a insistere con la cultura perché con quella non si mangia.

Eppure, la piazza è stata un tempo fucina vera di cultura, una autentica forma di acculturazione della gente attraverso dei personaggi che hanno favorito la circolazione della conoscenza fra tutta la cittadinanza.

Totò Matteo era il responsabile della Biblioteca Comunale e promotore della creazione del Museo della Ceramica oltre che ideatore dei Quaderni del Museo; e in tempi più antichi “operavano” l’ingegnere Romano con la sua cultura “ambulante” e mesciu Ronzu Vergari (Centesimu).

Quest’ultimo aveva favorito un’altra forma di istruzione che era garantita dal teatro che metteva in scena storie come quella di Guerin Meschino. E anche i cinema, come l’Excelsior e la Sala Roma, proiettavano celebri film come Quo vadis, Spartaco, Ben Hur.

Il prete, poi, leggeva le lettere agli analfabeti e le chiese di campagna erano vere e proprie risorse spirituali per la nostra gente. Né mancavano le scuole rurali in diverse contrade dell’esteso territorio.

Un ruolo centrale assumevano le bande; sembra quasi di sentirli e di vederli, persone che venivano spesso dalle miniere e dal lavoro pesante; c’erano i Musicanti, come gli Specchia, Mesciu Gildu Scrimieri col trombone, Vittorio Amato col sassofono.

Leuzzi, poi, ci dà una testimonianza preziosa e un omaggio sentito a Uccio Bandello e Uccio Aloisi che hanno dato vita a una vera rivoluzione musicale insieme a Daniele Durante e al Canzoniere Grecanico Salentino.

E i bambini? Dove sono andati?

Mentre gli adulti ascoltano la banda, loro sono impegnati a giochi semplici come la cavallina, le stacce, la campanella, li truddhi, lu circhiu, li scundareddhi quando non si allontanano, poi, verso la campagna, impegnandosi in giochi più crudeli come infilzare le rane e prendere le lucertole col cappio costruendo rudimentali fionde e aquiloni… e poi arrivarono le figurine!

Anche i più grandi si divertivano a giocare al biliardo, alla cuccagna, poi c’era la gara dei ghiottoni (cannaruti) o delle tre carte o dei bicchierini agli angoli delle strade (mi viene in mente il celebre gioco della zara rievocato da Dante nel sesto canto del Purgatorio).

E non può certamente mancare la politica per cui il nostro novello Omero si lamenta del fatto che oggi non c’è più onestà, mentre prima una mano stretta valeva quanto un atto preliminare da un notaio e gli avvocati non si facevano pagare per dare dei consigli.

C’è spazio per l’ironia che rasenta il sarcasmo quando parla dei leccapiedi incapaci che prendevano il posto fisso mentre i braccianti e gli emigranti rimanevano all’estero.

Una volta, la politica era sincera, dice Leuzzi, e ora c’è tanta ipocrisia con tutti questi cangiabbandiera.

E poi, compare la sentenza finale per cui questa terra l’ha tradita la politica! Con il denaro pubblico rubato e i dirigenti, eterni parassiti.

Sullo sfondo dell’affresco della grande storia, «quannu lu mundu stava spaccatu a ddoi» si muovono i protagonisti della piccola storia, ovvero della piazza dove egli ci fa intravedere, anche attraverso la bellissima presenza dei cantastorie, la convivenza tra lo Stato e la mafia, fino ad arrivare alla considerazione che il popolo è stato sempre ingannato, per cui moriremo e non riusciremo a sapere quanti ministri e uomini di potere siano stati dei delinquenti matricolati.

Il tono diventa elegiaco nel mentre Giovanni rievoca la vita semplice, quando gli uomini conversavano persino con gli animali che convivevano con le persone in questa sorta di umanizzazione delle bestie che è di virgiliana memoria; la nostalgia cede subito il posto al disincanto quando denuncia i cambiamenti subìti dalla natura vedendo che ora le farfalle sono sparite, le lumache sono rarissime, l’acqua dei pozzi inquinata, mentre nelle campagne la terra viene irrorata dai veleni.

Anche nei rapporti tra gli uomini le cose sono cambiate; c’era la solidarietà del vicinato nei confronti delle famiglie più numerose e delle vedove e i morti venivano accompagnati, mentre ora, invece, se ne vanno da soli al camposanto. Si facevano le “mangiate” in cui, con liberalità, ognuno portava qualcosa pur di stare in compagnia come succedeva a Firenze nelle brigate rievocate da Boccaccio.

La vena ironica del nostro cantastorie, che nel frattempo si è seduto su una panchina della piazza Cavallotti di Cutrofiano, ormai gremita di lettori-spettatori, non risparmia neanche la Chiesa perché, se Gesù camminava a piedi durante le sue predicazioni, gli ecclesiastici, poi, sono stati innalzati come signori su delle portantine.

Ci ricorda che nei paesi c’erano i padri passionisti che, nei periodi di “missione”, confessavano tutta la popolazione alleggerendo, così, il lavoro dei parroci per cui la popolazione si ritrovava “bbella llavata tutta a nnu mumentu, bianchisciata te tanti peccatoni».

Spesso, insieme alla religione ufficiale convivevano dei riti e delle pratiche popolari per allontanare le carestie e i Santi venivano invocati per le grazie particolari, ognuno specializzato nella cura di un male, p.e. San Vito per i disturbi mentali, San Donato per l’epilessia, san Biagio (santu Lasi) per le malattie della gola, e tanti altri che proteggevano da malattie e disgrazie, come San Trifone, grande protettore dell’agricoltura, invocato contro l’invasione di cavallette e bruchi.

Poi c’erano le tarantate e i monaci Cappuccini.

Attraverso le parole di Leuzzi si materializzano gli sciacuddhi col cappellino rosso che passavano attraverso i muri, e i cavalli si ritrovavano con la criniera e la coda intrecciati o qualche giovane donna se lo ritrovava a cavalcioni sul petto, a rischio di rimanere soffocata.

Il nostro cantastorie, inoltre, essendo ovviamente uno strenuo difensore del dialetto, prende in giro chi cerca di parlare in italiano storpiandolo, tanto che gli viene voglia di dargli una bbella carcagnata e poi dirgli «cunta comu te mparáu la mamma, quandu te dia lu latte te la minna».

Giovanni è un maestro nell’uso esperto dei termini affabulando il lettore, utilizzando l’enumerazione quando parla delle gare dei ghiottoni che trangugiano tante portate; come non riportare alla mente la scena di Morgante che sciorina il proprio credo gastronomico a Margutte, immortalato da Luigi Pulci?!

Tra le tecniche affabulatorie non può mancare una accurata selezione di termini triviali ed espressioni colorite ma Repútu è anche e soprattutto uno scrigno pieno di elementi lessicali molti dei quali, purtroppo, quasi in disuso, alcuni dai begli effetti onomatopeici come schĭamisciare miagolare o schiattarizzi, alludendo ai rumorosi colpi della frusta dei carrettieri che spronavano i cavalli.

E poi, cosa dire dei numerosissimi termini tecnici che riguardano i differenti mestieri! Il nostro vate salentino conosce alla perfezione tutte le parole che riguardano i diversi ambiti, dall’agricoltura alla costruzione delle case, dalla viticoltura alla vendemmia, dimostrando una sapiente ed esperta conoscenza dei diversi mestieri, il tutto condito dai vari proverbi; vengono illustrate tutte le operazioni precise e sequenziali della preparazione del vino e dell’olio ironizzando poi su dove andare a comprarlo oggi.

Il poeta, poi, fa capolino in diverse espressioni elegiache come «Tandu, lu tiempu, caminava lentu» mentre oggi si è sempre «de pressa e ccu l’essaurimentu!». E «cc’era duce la vita na fiata” e “la luna, poi, facía la notte scura / scuffundandu a ppunente cu nn’addíu».

Giungiamo, purtroppo, al finale, al gran finale con le immagini vivide di una competizione per l’accensione di una fòcara, quella di Sant’Antoni, e il tono eroicomico mi sembra il medesimo che compare nell’episodio di una secchia rapita che fu causa di una guerra tra bolognesi e modenesi, immortalata nel celebre poema di Alessandro Tassoni.

Poi c’è il bellissimo commiato, proprio come quello della canzone petrarchesca, e il nostro Autore prende congedo dai lettori-spettatori che hanno assistito alla sua lettura-rappresentazione e per tutto il tempo dell’esibizione hanno vissuto l’incantesimo di aver visto la piazza popolarsi e riempirsi di vita.

Ora le luci si sono spente ed è ritornato il buio.

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