Maria Rita Bozzetti – Per un’Alba di pace

(a cura di Rocco Aldo Corina )

«La tua anima è un fiume», «scorre in alto tra le montagne» «verso la piana senza poterla raggiungere», «senza raggiungere» neanche «la quiete» «dell’erbe acquatiche», «la dolcezza triste» dei «campi di grano al chiaro di luna» verso «le grosse stelle» e «il sole delle nevi» «delle montagne». Questi versi poggiano il viso sulle vaganti ombre della terra nella solitudine dei cuori spenti nell’oblio delle ciminiere di ghiaccio. Linguaggio sibillino sui rivoli delle catene spumose dagli ardenti ghirigori, favole azzurre nei mattutini silenzi vissuti «in solitario campo».

Sì, «quando miro in cielo arder le stelle» m’accorgo delle cose belle di quaggiù e dell’aria «infinita» e sol di quella. E mi domando: Maria Rita ha a che fare con tutto questo?, con questo mondo arcano, limpido mondo di farfalle amiche nei boschi privi di gelo? «Inebriata d’aria – io sono – e stordita di rugiada», dice Emily. Che bello!

«Ti ho cercata/ negli equilibri di mondi/ tirati da gravitanti funi,/ natanti tra meteore di suoni/ e solchi di calda luce./ Ti ho cercata per strade buie di stelle,/ nel gelo di emozioni/ per vivere più vicino al cuore,/ e nelle esplosioni d’energia/ per cogliere schiarita all’oscuro,/ quasi presenza reale/ misurata in numeri ripetuti,/ pienezza d’esistenza/ fatta di cenere e pietra/ e polvere d’universo», «ti ho cercata/ per condividere lo sguardo/ che astrale vuole navigare/ oltre il limite stanco/ di un orizzonte troppo usato./ Ma non ti ho incontrata». Che bello!, nei versi di Maria Rita la voce di un’anima che si sente «il tempo addosso», «il vissuto» insomma, «in dubbio se è lui padrone» che «tesse memoria e proprietà/ di gesti e parole», o addirittura è «mattone per costruire la storia», storia che «ora/ si racconta e sembra indicare/ quanto vuoto ci sia/ che prima pareva pieno di futuro».

Anima di gelo dunque? No, perché «come luce di luna e stelle» sorvola «la terra», anima dunque che si sente «aria», «che non ha più corpo per combattere il domani», anima non più «prigioniera del tempo», che cerca sé in Dio. «Cosa trovare che ancora non abbia cercato?», «il cielo è quello della mattina,/ appena dopo l’alba,/ il silenzio riempie la luce» e nel cielo «immobile mi fisso». Che bello!

«Di fronte alle mie finestre dietro i frutteti verdi, oltre le case e il fiume, tre monti si appoggiano sul cielo tranquillo, terre arate e seminate, strade maestre, cespugli, alberi isolati. Compare la pioggia nel paesaggio, vedo appiattirsi i grandi girasoli dorati e oscurarsi l’orizzonte dei monti per la sua palpitante velatura. Piove sopra il villaggio, lungo il fiume, tra cespugli e pietre». Non è facile parlare di Maria Rita, ma scorgo qualcosa di suo anche in Neruda e non solo in lui, m’arrampico perciò ai cieli rossi di questa estate e vedo «piccole stelle» «affacciarsi» «sotto eucalipti» «taciturni» mentre contemplo nella sera il filosofico sapere con le luci dell’alba, la dolce poesia, amica delle stelle dunque. «Un mistero nel mistero, la vita, perché la briciola (il mondo in cui viviamo) partecipa del Bello infinito (il Cielo che avvolge nel suo manto), per cui dal nulla (la nostra vita) si può raggiungere il tutto (il Cielo infinito)». Ma è l’anima che sollecita alla conoscenza con l’uso di poesia mi va di dire.

L’anima come «l’Io nello specchio dell’Altro, da un lato, e un tempo frammentato e cangiante, dall’altro». «Nella loro relazione Soggetto e Tempo scoprono e verificano quello che entrambi sono. Il primo si scopre e si disvela a poco a poco, gridando il suo esserci, con le sue ansie, le sue paure, le gioie, le sue speranze».

«La tua violenza/ è quel tuo fuggire/ davanti all’essere mio/», «una ferita continua e senza fine/ un perdere bellezza e giovinezza». Maria Rita qui esprime «la condizione, il prerequisito necessario per avvicinarsi (e donarsi integralmente) all’altro attraverso la sincera manifestazione del proprio essere». Avvicinarsi all’altro – dunque – per donarsi all’altro nelle regole di Amore per dar sollievo all’altro e portare l’altro verso l’agognato mondo di luce dove il male non può nulla. Filosofia dell’esistenza – dunque – in Maria Rita in un’oasi di pace per la vita che l’Autrice vorrebbe per tutti nella bellezza di Amore. «Al poeta, in effetti, non è concesso di evadere dalla realtà, sia che scelga la via del realismo o la via della mimesi dell’esperienza oggettiva. Perfino se è attratto dalla rivolta avanguardistica. In realtà, l’avvio di una esperienza individuale, nella poesia, conduce inevitabilmente alla testimonianza, in favore dell’anima, incrociando i fatti quotidiani e quelli storico-sociali. Non c’è io senza l’altro». Purtroppo «dentro le ore e il silenzio/ è un assordarsi di stridìo di chiavi/ che murano speranze». E poi e poi e poi vedi anche «ombre di famiglie» che «si pigiano/ nei ruderi vissuti dopo lo scoppio» di qualcosa che fa inorridire, vedi «sentieri/ irti di detriti ferrei:/ fischia il fuoco, pare l’inferno».

«Vicino al corpo colpito/ il sangue pulsa sui sassi impietosi/ e vinto chiede insistente una pausa./ S’asciuga il freddo sudore/ un’ultima lacrima s’assorbe/ si assenta lo sguardo e implora silenzio». È qui il senso della vita in un andirivieni di affanni travolgenti, sospirosi affanni nel crepuscolo dei fiori nascenti, un vagare nel sorriso delle ombre lucenti. Sì, in Maria Rita c’è il risveglio di un’anima, è possibile svegliarsi all’alba fuori dal cielo della notte. «Pace è la mia mano buona/ che dalla morte il diritto alla vita salva».

Il percorso letterario di Maria Rita Bozzetti «già molto ricco e sfaccettato (sono circa venti le raccolte pubblicate, a tutt’oggi) si è intensificato ulteriormente, chiaro seguace di un’urgenza espressiva via via incoercibile». Un verso – il suo – «quasi mai obliquo e molto ben levigato, d’intonazione luziana, particolarmente adeguato a modellare una lingua, per dir così, ‘emozionale’, di vibrante patetismo, che si manifesta a volte con esiti di notevole efficacia e solennità e che a volte indulge alla replica di stilemi d’ascendenza ermetica evidentemente congeniale all’Autrice». Ma soprattutto, quella di Maria Rita, è voce che tuona contro il male che sovrasta il mondo, voce che urla contro anime intrise di malefico sguardo negli abissi dell’orrido volere umano. Maria Rita urla contro le ingiustizie che sono al mondo, contro il volere peccaminoso dell’umano desiderio iniquo, lotta Maria Rita per sconfiggere il male con l’aiuto di poesia fatta di anima, di anima che salva perché buona nel sorriso che annulla la tenebra.

Triste o non triste, dolce o amara, la poesia di Maria Rita genera faville, come lucciole ardenti i suoi versi dissetano nel calore del sole, nella luce insomma che nella fresca rugiada, oasi di bellezza antica, emana il suo spirito.

Alceo di Messene aveva visto in Esiodo il poeta che si dissetò alle caste fonti delle Muse, alle fonti – dunque – sgorganti acqua pura. Dammi perciò «la coppa dopo averla riempita di tanta acqua e poco vino di modo che possa provare dolcemente l’ebbrezza ristoratrice».

L’acqua – dunque – per Anacreonte come elemento che monda. Acqua – dunque – come poesia, mi va di dire, come poesia salutare. Eppur «la violenza in noi vive» come «inconsapevole moto» che «si accresce anche di frutta sana» che «si abbellisce di albe fredde» e «si intenerisce del buio/ forato da stelle e da luna».

Maria Rita è categorica: non c’è amore, ma odio soltanto. La «violenza è il tuo silenzio», dice, silenzio «che trancia spaghi/ tra le tue mani e il mio cuore,/ il tuo pensiero e la mia memoria/ il tuo sorriso e la lacrima/ per il manto di catrame/ su cui camminano motori/ indifferenti al mio passo». Versi stupendi che vorrebbero un mondo diverso, nuovo, privo di spasimi e amarezze. Purtroppo «la bella rosata aurora va verso il cielo lasciando dietro di sé l’oceano», le negatività insomma che sono al mondo, dice Mimnermo. La poesia – purtroppo – ancora non ce la fa, non riesce a cambiare il mondo e la vita. Perciò desiderio di nuova luce per il poeta greco nella voglia di rigenerarsi continuamente, ogni giorno – dunque – nella voglia insomma di rinsavire.

Eppure «adoravo la carezza dell’aria/ quando spogliava la pelle/ cinta e immobile,/ e tentava di cancellare/ all’altro la lacrima scesa». Sono le sovrumane attese dell’anima che ama bellezza. Ma «la guerra t’ha consegnato al mare/ e il mare alla morte,/ artiglio cieco e indifferente/ per carni tenere in fuga», dice Bozzetti volta ad Aylan. Ah, la guerra, la guerra! Racconta lui «sdraiato in un sonno inerme/ sulla battaglia», «di spari, di corse in affanno,/ del barcone, della mamma/ e delle deboli braccia di papà:/ ora l’onda ti assiste/ in funebre cerimonia di pianto».

È un vagare nel sorriso delle ombre lucenti, quello di Maria Rita perché crede, lei crede in una vita diversa che verrà, perché crede nell’amore. Guarracino vede in Maria Rita «elementi di speranza germogliati e maturati» negli anni e vede «l’Io nello specchio dell’Altro», «l’Altro (inteso come Mondo, Dio, sistema di valori e sentimenti», «dimensione – sostiene Guarracino – che va ben oltre le singole entità “io” e “tu”, oltre anche la semplice somma di queste due parti, per cui incontrarlo significa essere partecipi di una dimensione terza, in un territorio che di fatto non appartiene a nessuno».

Ah, i poeti, «i poeti sono ancora oggi inclini a credere, più delle altre persone, che nel grembo della vita ci siano, semiassopite, determinate potenze e bellezze eterne, il cui presagio balugina talvolta nel nostro enigmatico presente come un lampo di calore nella notte. Infatti per loro tutta la vita normale ed essi stessi sono soltanto immagini su una bella tenda dipinta, e soltanto dietro quella tenda si dipanerebbe la vita vera e reale». Sì, è così, e menomale che ci sono quelli! La poesia, sono ancor più di prima convinto, salverà il mondo. Lo hanno fatto capire Orazio, Ovidio e i grandi della letteratura greca (Aristofane ad esempio), e italiana, lo ha detto Dante a chiare lettere, lo ha sostenuto Heidegger. Maria Rita ce lo ha fatto capire tuonando contro il maleficio influsso che ancor sovrasta il mondo. E scrive e dice e grida e urla, urla contro le insane passioni, le genti che logorano i sentimenti degli altri, che usano la forza sui deboli e rendono infelice la vita dei più.

La poesia può far questo e lo fa spesso con determinazione, vedi la «social catena» di cui dice Leopardi. Uniti dunque – tutti – contro il male per salvare il mondo è il desiderio del poeta di Recanati. Purtroppo ancora «emerge da un silenzio schiavo/ disperato da violenza sanguinaria/ battuto da ritmi di morte/ un sapore marcio e putrido di galere/ odore ansimante di paura/ un digrignare di nascosto:/ emerge ombra di sé,/ del bambino amato da mani povere/ in materni incantamenti leggeri,/ sospiri soffiati di note/ in armonica cantilena amorosa,/ emerge altro da sé/ in sufflato di odio, rancore/ annacquato in livorosa solitudine/ per il mancato gommone al fratello». E «piange e sa che le lacrime/ si arrampicheranno su lucide pareti/ di vetro e amianto, incuranti/ lastre dove scivola l’umano dolore».

Ma Tu, Signore, donaci «un incerto gradino/ per salire e vedere oltre,/ un fiato d’aria per sentire l’alba,/ un silenzio ampio/ come braccia di Infinito/ per avvertire il Tuo Amore/ nell’umido pianto/ che Ti aspetta,/ Signore Ti prego».

Qui Maria Rita esprime il meglio di sé? Non credo, perché i suoi versi raccontano ovunque di anima, sento di dire questa volta alla maniera del greco Teocrito per il quale «gli uccelli non gradiscono i lacci né gli altri animali le reti». Filosofia dell’esistenza – dunque – anche qui non certo fuori dalle adamantine rocce spumose nelle sovrumane attese dell’anima che ama bellezza. E mi sovvien qui la chioma di Berenice, il ricciolo che trasfigura col suo sguardo verginale l’universo. È qui la sposa che dona agli dèi una ciocca di capelli in cambio di protezione per il marito in guerra. In fondo ci vuole poco per cambiare il mondo, un po’ di sana preghiera. Ed è ciò nei desideri di Maria Rita, non ci vuol tanto a capirlo. E, se così è, deve il viandante per Leonida meditare nel calore del sole. «Quante volte noi due discutendo su cose giungemmo a sera». Sì, bisogna meditare e continuamente meditare sulle cose per assaporare il sorriso della sera. Gli antichi poeti meditano sulla vita per gustare della vita le sue gioie, le gioie che l’anima produce quale soffio di Dio. «Possa perciò Zenofila baciare la mia bocca e bere d’un fiato l’anima mia», dice Meleagro. Che bello!, il bacio del poeta trasferisce all’altra (all’amica) amore, il meglio dell’anima sua – per il greco – per realizzare desideri immensi.

Meleagro qui esalta la bellezza interiore, colei che non muore mai perché fatta di anima, di spirito che vive nell’eterna beatitudine. Forse il mondo sarebbe diverso se nell’anima il mondo poggiasse le sue spighe, frutterebbero di sicuro.

Invece «un desiderio di pace svanisce/ ogni notte nel fischio dei missili» per Maria Rita Bozzetti «e la Morte arriva,/ trapassa i corpi/ in un presentire acido/ che brivido lascia sulla pelle,/ poi/ sceglie i deboli/ e dopo aggiunge i forti,/ e strappa la vita,/ quasi foglio ancora da compilare,/ e spezza i germogli/ nel gioco di cancellare tracce», «essa rapisce l’anima,/ il sorriso,/ i muti suoni degli occhi».

Dissi un dì di poesia come filosofia o scienza filosofica, poesia che per Aristotele «vale più della storia perché è più vera avendo a che fare con l’universale che è l’idea platonica, mentre la storia si basa solo su ciò che è particolare e contingente.

Addirittura nello Ione si parla di poesia immortale, generatrice di Bellezza, che per Socrate viene dal Cielo. Poesia filosofica, dunque, anche nel dire del bel paesaggio o del monte o d’un prato. Perché, disquisire sull’erba o addirittura sul raggio del sole, induce al vero della giusta accezione del termine e non proprio alla somiglianza del reale sovrasensibile, poiché la metafisica bellezza è solo immaginabile» come bene che all’alba appare come luce nelle vesti di gioia e amore, ciò che illumina menti e cuori. E sappiamo che «il bene è di Dio che ha creato il mondo per amore. È perciò dono divino, luce spirituale, dolcezza che vivifica l’uomo, immagine di Dio».

Perché allora la guerra? Purtroppo «non sempre l’uomo riesce a comprendere il disegno di Dio perché si fa guidare dall’effimera ragione, non accettando i suggerimenti che gli vengono dall’anima. Ma noi, per Boezio, siamo stati creati liberi, per cui ogni scelta è a noi riservata. Dio che nella Sua eternità tutto vede, non compromette la nostra vita nel bene o nel male. Essendo infatti noi da sempre nella Sua Mente, cioè nell’eterno presente, vi è motivo per credere che ogni nostra decisione riesca a concretarsi proprio nella libertà dell’essere pensante» per il fatto che tutto si svolge nel presente senza passato né futuro.

Ecco perché c’è la guerra, per la scelta del male da parte dell’uomo che non ama neanche sé stesso. Perciò c’è «la guerra che traccia/ col sangue confini e costumi/ di popoli presenti nella storia,/ un fugace momento di esistenza/ che in un boato diventa assenza,/ è la morte a divorare/ fatiche e sacrifici,/ a squarciare intimità di corpi,/ polverizzare memoria di case, dissanguare speranze». Perché la guerra?, mi domando ancora. Per accaparrare ricchezze, potere?

«Meglio le piccole cose, cuore mio». È la voce di Pindaro. Su una riga il bene dell’anima e Bacchilide non manca a tal fine di farsi sentire, ci chiede di «sorvolare sulle ricchezze», di non accaparrare beni in questa vita che fugge e va. Perché allora la guerra?, ah la guerra, la guerra distrugge cuori e anime, «anime nate sole per morire», «anime abbandonate a una sorte oscura/ segnata dall’uomo bruto/ schiavo del male, dell’odio/ dell’inganno», «anime violentate dall’uomo ingiusto/ dal tiranno assassino sotto un sole/ di ghiaccio», «anime in cerca di pace, assetate/ di giustizia/ di dolcezza mai posseduta», «anime buone messe in croce/ dall’uomo sadico», «dall’uomo che non ha rimorsi», dall’uomo «malato, ebbro di morte».

Se leggo di Maria Rita Per mano, per tanti anni, m’accorgo che la meravigliosa bellezza potrebbe essere in noi, basta volerlo. «Per mano – lei dice – per essere dell’infanzia/ guida di sguardo verso l’orizzonte/ che primo ha aperto al calore la vita/ limando bui di distratte stelle,/ per mano e raccogliere l’essenza di tempo».

E «in quel navigare silenzioso del respiro/ la Parola s’amplifica di suono/ e il Dio che si dona dalla Sua Croce,/ si manifesta emozione stabile di roccia/ che ispira la sapienza d’amare l’altro».

«Con la maturazione personale e i lunghi anni di scrittura, Maria Rita Bozzetti ha trovato il coraggio di immergersi nello spazio interiore di una creatura e confrontarsi, una volta entrata nell’abisso, con il male e la miseria dei nostri giorni. Frutto di ansie e paure, ma anche di elementi di speranza nelle relazioni umane contro l’infuriare cieco della Storia, l’indifferenza, l’abitudine, la refrattarietà ai drammi della vita quotidiana. A questo silenzio assordante Bozzetti oppone con tenacia, fede ed ostinazione, la parola in versi intesa come inno e preghiera», la poesia che salva insomma.

Sì, che salva!, che mi permette di volgermi a Te, Signore, come fosse preghiera. Ma «Tu rimani sempre Tu», «io cambio in un me/ sconosciuto e nuovo/ deludente e impervio/ nei percorsi per conoscermi». M’accorgo che «lo sforzo di mutare per cogliere/ d’anticipo nuova coscienza,/ si infrange su una diagonale/ che sfalsa la meta/ e confonde l’utile e l’inutile/ disorientando l’io che Ti cerca». «E forse ora a quest’ombra/ sola e senza cielo Tu parli».

Qui Maria Rita si svela, mostra la sua anima nella vera realtà del suo essere, si conosce e come!, si vede negli occhi suoi dell’anima come luce che pian piano s’allarga per confondersi nei voleri dello spirito che opera per la conoscenza dell’invisibile e pur visibile Essere suo che ascolta e concede speranze di nuovi giorni al mondo e alla vita. Un tentativo il mio di esprimere l’inesprimibile, che vuol vedere e crede di vedere nella luce interiore di te, Maria Rita, la conoscenza che hai dell’Essere divino.

«Donami la pace», mio Dio, «sopprimi», tu dici, «pause/ di troppi dubbi e della paura il silenzio», «stilla dal cielo una rugiada di ricordi,/ quelli dei Tuoi doni, che voglio toccare/ ancora».

Noi, dice Maria Rita, «siamo una sola cosa che vive delle cose, dentro e fuori, siamo aria e materia come nuova dimensione di noi in colloquio con l’Altro.

Resto in ginocchio.

Piegato il capo e il cuore, si infiltra una sensazione di essere presente e futuro, piccolo e immenso, la dimensione di chi sia davanti all’Altro e ne percepisca presenza».

Un senso di profondità e mistero in lei che cattura immagini nella solitudine dei suoi pensieri immensi. «Il fascino di un attimo», lei dice, «capovolge intrecci e parole/ come campi di vita/ usati e sconosciuti». «La Tua voce – dice ancora – s’apre/ e si colora e mi spegne/ mi rende muta e assorbente/ carta che T’ascolta». Toni contemplativi oltre che riflessivi – dunque – in Maria Rita, i cui occhi come finestra su anima che anela come spirito alla conoscenza, son luce che osa confondersi con lo spirito in un suggestivo senso di profondità che ha sapore di mistero. «Hai riaperto» in me, mio Dio, «cassetti/ sazi di terra e di fango/ e svuotati l’hai di materia/ per colmare d’aria/ il segreto dell’anima», della mia anima «perché respiri di nuovo,/ senza impronte, senza germogli» e sia «libera onda di vento/ per traversare lunari/ dove attende l’altro di noi/ che sopravviva a questa vita».

IL NULLA

Parole compresse nella storia

che si scioglie come senso liquido

irrefrenabile e scomposto

che perde presente e forza:

non colgo che acqua asciutta

non ascolto che lo scorrere seccato,

il passato si disperde nello stato

di nuvola imprecisa e assente nella sera.

Ritrovo del mio cercare impronte

che già un vento di deserto cancella;

e del pensare tracce,

in lento assorbirsi al grande guscio,

di noi uguali e infinitesimi vera misura.

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