Franco Melissano – Il respiro della parola

(a cura di Luigi Scorrano)

Curioso destino quello delle parole! Bene usate, possono essere impiegate, o forzate, a esprimere un’idea che non contengono fin dalla loro nascita ma che acquisiscono lungo il loro cammino. Manipolandole, per spremerne il massimo di espressività, l’uomo vi stratifica valori aggiuntivi e diversi indirizzi. Questa riflessione, convenzionale in fondo, mi si è ripresentata alla lettura di una silloge poetica di Franco Melissano (FRANCO MELISSANO, In quest’adusta terra), nella lirica Né più risuona ormai, in cui la foscoliana mossa d’esordio sembra candidarsi ad occupare il proscenio. Così non è, poiché il breve componimento messo in cima alla raccolta è il capofila dei temi che affiorano e s’impongono in seguito: autorevoli, non prepotenti. Quello, ad esempio, qui dichiarato apertamente, della dualità di atteggiamento di fronte ai decisivi impegni della vita. Tramontata l’età della sfrontata innocenza appare il profilo della malinconia, quasi soffocante (si veda il s’affoglia del v. 5, con la congiunta collocazione del materiale ai piedi del melograno, pianta nobile e fortemente simbolica nella poesia); e il finale tremito serale dell’aria chiude il cerchio delle allusioni. L’uomo si crede libero e si scopre prigioniero; l’amore, come l’acqua scarsa di un ruscello, mira a raggiungere le acque del mare (la totalità) e a confondersi con esse nell’ansia di un respiro vasto. Tutto, nella realtà, è tensione, desiderio di riafferrare la dolcezza di momenti passati in cui parve possibile coltivare una speranza. Questa speranza, infine, non si può dire morta; si sostiene con quanto la vita concede di fruttuoso, di godibile: appartengono a questi momenti di sosta le piccole, intense, oasi che portano luce nel grigiore quotidiano. Persino vi appartiene la combattuta sensazione di ritorno alle consuete attività del lunedì in una rapida rappresentazione campestre/fluviale sulla quale domina lo splendore di “risa di ragazze innamorate”. Una benevola ironia, controcanto quasi alla riflessione sulle vicende dell’esistenza, a cominciare dal mito della creazione della donna, percorre il discorso come una corrente sotterranea che di tanto in tanto affiori allo scoperto. Né manca, quasi con una sterzata che chiama in discorso inevitabile, il paesaggio noto ed amato dell’area idruntina, con le personificazioni mitizzanti di Aurora e Cielo in un abbraccio che scavalca il senso e dà all’incontro un sentore di innocente castità. La sensualità resta allarmata e vigile; la distinzione tra ciò che si può eleggere e quanto grava pesante sul cuore è netta: da un lato il consegnarsi gioiosamente alla felicità del giorno, accogliere l’esistenza e l’esplorazione dell’origine favolosa della vita, il godimento che scaturisce dai cangianti aspetti delle cose, da un senso di comunione con la natura che si faranno, in un processo di trasfigurazione, immagini di una vita altra e più intima: o diversamente vissuta ed interpretata per immagini, offerta al dominio del sogno o di un linguaggio delle cose assoggettate ai variabili moti del caso e alle regole severe della ragione. Nulla si sottrae al dinamismo, animatore irrequieto, del giorno che convoglia in una casualità arruffata gli eventi quotidiani, ne fa lo specchio in cui si riflette lo spettacolo vario della avventurosa umanità. E questo anche negli aspetti più triti del vivere, nell’obbedienza alle mode prese di mira nei quattordici versi di Sonetto (dove è richiamo a tasti e a faccine); vi si accosta, quasi a determinare o a sottolineare il contrasto, l’immagine del vecchio pescatore povero ostinato nel rimagliare «dilacerate reti» sotto l’occhio d’un gabbiano che di quel pescatore è quasi una controfigura.

Nelle pagine del libro, libro che non dispiega a caso le sue carte, passa l’alito lieve della tenerezza o il fiato forte di quello che si potrebbe dire un “civile sentire” dove si annota la registrazione di un paesaggio di cui si rammenta l’aspetto deciso di un tempo a fronte di un oggi deluso che ha ripiegato le sue insegne o ne ha raccolto i resti lacerati (Questo vento che intride il gelsomino). Né questo indurrà a rifugiarsi sotto le arcate d’ombra di un mito sempre attivo (Otranto) o indurrà a sostenere la visione di un paesaggio mutato e non più riconoscibile, non fosse per tratti familiari (il profumo della zagara) nell’orto trascurato. Il groviglio, la confusione negli aspetti di natura rispecchiano i complicati percorsi d’una coscienza dolente, d’uno sconcerto dei sentimenti, dell’insicurezza che può investire le cose e determinare una crisi di riconoscibilità. Il paesaggio, nei suoi apparenti esterni segnali, veicola messaggi d’inquietudine se la ridda festosa degli aquiloni cambia di segno al calare rapido, aggressivo di un uccello di rapina. La violenza è in agguato, temperata, se mai, da un barlume della speranza di riafferrare il filo smarrito che consente di orientarsi nel labirinto dell’esistenza. La discesa alle Madri da una parte cerca le ragioni oscure e meravigliose del vivere, dall’altra riapre i conti con quella speranza iscritta nelle promettenti fioriture di una rinnovata primavera, nel «volo / del pronubo bombo amoroso». Non una vicenda individuale riespone Melissano nelle sue pagine, ma con essa una vicenda comune: la ricerca del benessere come raggiungimento d’una chimerica felicità. Un’illusione pagata, a volte, con la vita. Ma anche in riferimenti come questi, ciò che s’impone non è il versante oscuro del vivere ma la promessa che l’amoroso tubare delle colombe sia foriero di giornate luminose.

Un breve gruppo di componimenti si potrebbe ascrivere ai moti del cuore, sia che qualcosa turbi il lago di dantesca memoria sia che la tenerezza cancelli quanto può essere stato momentaneamente oscurato da una nube passeggera: concorre alla durezza del primo stato d’animo l’impatto duro con la scrittura fortemente caratterizzata, in Rabbuia e si raggela, da un consonantismo aspro che scivola verso il silenzio ostile espresso dal muto posto a suggello di situazione e linguaggio. C’è l’invito ad ascoltare il cuore, a seguirne la voce che detta dentro; c’è la pietà per quanti, ulissidi della disperazione, corrono incontro a un destino di morte: lo dice Più nera sorte col suo doloroso tremito di pietà che tocca anche sofferenze della natura. Ma a una quartina agile e luminosa (Amare te fu facile) è affidato un messaggio di speranza, che sottolinea, rilanciandole, le ragioni del cuore.

A costruire la vicenda lineare della “vita d’un uomo” quale si rappresenta in questo lavoro di Franco Melissano concorrono una lingua spianata dalla confidenza con la frequentazione quotidiana rigata, in alcuni tratti del discorso, da qualche audacia verbale, dalla volontà di richiamare, con la parola inconsueta, l’attenzione del lettore. Valga ad esempio il sorprendente verbo affogliarsi, con la rappresentazione d’un pianto-foglie e la suggestione letteraria del melograno di carducciana memoria; e più si giova, in questo caso specifico, quel dantesco tremare (o tremere) dell’aria per una ragione di sgomento (“sì che parea che l’aere ne tremesse”: If I, 48). Se vale la parola isolata ed evocativa, una parola arricchita è quella che con un’altra concorda in un reciproco darsi rilievo. Opulento calore (in Ora che è giunto il tempo) ne è un esempio: la figura del discorso è quella della sinestesia: i due termini che la costituiscono, si prestano reciprocamente l’idea di ricchezza e quella di qualità/quantità. In qualunque modo sia presentata o utilizzata, l’immagine insegue una sua freschezza, come quella che in Aurora idruntina arieggia la grazia di una rappresentazione tiepolesca con l’incontro dell’Aurora e del Cielo e del loro bacio mattinale (e si giustificano le iniziali maiuscole dei nomi di Aurora e Cielo). In Otranto, la cui immagine emerge da una nuvola di pesco, storia e leggenda s’intrecciano: forte vi è la memoria della vicenda tragica e gloriosa, epica, dei fatti del 1480; ma dallo scenario sanguinoso si libera alfine un’immagine più cordiale, di solidarietà («ponte / gettato come corda in un naufragio, / cerniera antica e seno d’accoglienza»). E tra le parole con cui il testo entra in colloquio intertestuale fa spicco, diventando non elemento ornamentale ma tassello ‘giusto’, un termine che s’impone per la sua memorabilità montaliana: affiocarsi (o affiochirsi): «… e l’oscura /voce che amore detta s’affioca». Le immagini/simbolo si presentano al lettore completamente, e si vorrebbe dire castamente spoglie dei mirabolanti esercizi di certa poesia moderna. Hanno l’affabilità del conversevole e appaiono godute da chi le mette in circolazione quando nuove o le riprende per dare loro un nuovo statuto espressivo, per spremerne – se occorre – fino all’ultima goccia di possibile invenzione, anche quando sembra che esse abbiano già dato tutto quello che potevano. Ci si fermi per un momento sul distico finale di Eucalipti, in cui, da un luogo che consente un’ampia vista panoramica, dall’altura su cui s’erge una torre, si vede il mare notturno scintillante in basso. La disposizione degli ‘oggetti’ ha una vaga collocazione, e configurazione, metafisica. Il mare non si vede se non nel luccichio delle onde: pura luce che si duplica in altra luce, poiché non il mare propriamente, con i suoi colori, con i suoi scorci paesaggistici, con la luce emanata dalle acque e dal cielo, con questi elementi astratti il panorama compone. Se ne giustifica la diversità di rappresentazione; e quello che era il mare non è, visto da quella prospettiva, come il mare, ma come un’immagine mentale sorretta da un mutato confronto tra l’oggetto della rappresentazione e le modalità nuove secondo le quali essa si manifesta. Ogni immagine diventa, in grazia di questa ‘novità’ una ‘epifania’. Nel distico finale di Eucalipti (sia consentito l’indugio) un sostantivo, lucor e un verbo: tralucere. Il primo s’intona a un linguaggio letterario desueto; il secondo è ancora tenuto in considerazione da chi compone poesia; valgano, per il primo, un esempio dantesco, in Pd XIV, 94; per il secondo basterà chiamare in causa il Leopardi di La sera del dì di festa: «rara traluce la notturna lampa». Si direbbe che i tratti di luminosità operino la rimozione di un celato, ma non troppo, timore dell’ombra. Se l’ombra attrae la luce porta allo scoperto ciò che si vorrebbe tenere celato. In questo gioco, perverso lo si direbbe, ombra e luce non intrecciano un dialogo, non un confronto dialettico. Qualcosa c’è, di confuso, che impedisce di portare a chiarezza i disordinati convulsi moti della coscienza. Un testo come Ininterrottamente cerchi ha, sotto questo profilo, un carattere di esemplarità. Ma occorre fare attenzione anche ad altri elementi della costruzione poetica che vogliono concorrere all’opera di elevazione di un edificio saldo e razionalmente realizzato. A questo provvedono, così potrebbe intendersi non la loro semplice presenza ma la loro “funzione strutturale”, i metri della tradizione (sonetto, ballata, l’ardua sestina che s’intitola Mi fu nutrice a lungo il dolce sogno). In questo componimento le parole-chiave sono: sogno, speranza, ora, ricordo, tempo, ritorno. Approssimativamente possiamo dire che di esse due (sogno e speranza) si proiettano sul futuro; due (ricordo e ritorno) si distaccano dal passato; le due restanti (ora e tempo) empiricamente possono considerarsi libere ed entrare in discorso, quando se ne sia intravista la relazione con i contesti in cui siano incastonate. Tutto un materiale elaborato pazientemente si riversa in rappresentazioni compiute o in generosi tentativi in cui l’assetto può riuscire un po’ faticoso, mai però gratuitamente messo in pagina. Immagini sempre dinamiche (presenza del vento, aquiloni che roteano nel cielo, perfino vele provate dai fortunali che le hanno lacerate lasciandovi le stimmate di lotte furiose): tutto concorre a far avvertire un senso della vita movimentato o semplicemente agitato. A darne una rappresentazione è convocata la parola; alla parola è demandato l’incarico di dar vita a un pensiero, a una ridefinizione delle cose, a una re-invenzione della realtà. Di quella parola, poi, si potrebbe, posando l’orecchio sul suo petto, sentire il respiro: quello che suggerisce, forse, la nascita di un nuovo mondo.

Leave a Reply