Daniela Maruccia

TRA SOLE LUNA E STELLE

(A cura di Rocco Aldo Corina)

Pensando alla stupenda Opera di Daniela non posso non poggiare lo sguardo sul magnifico mondo del poeta Omero, e che vedo? Tre regni nei miei occhi, tre regni del mondo: Cielo, Terra e Tartaro. Il Cielo dunque su angoli che fondono solitudini, sulla Terra insomma fatta di gelo e il Tartaro al di sotto di lei come sede degli dèi sconfitti, sede anche dei Titani sotterra condannati per essersi cibati della carne di Dioniso.

Ma lassù vedi anche «sole, luna, stelle e costellazioni, la notte e l’aurora, i venti che soffiano in basso, e poi le nuvole». Ebbene dico che tra sole, luna e stelle trovo di lei la metafisica bellezza. Parlo di Daniela come sommersa da triste e amara allegrezza negli aliti azzurri di un’anima sola e solinga in campi di luce. Le sue parole mi ricordano Nazim Hikmet perché piene di speranza, coraggiose ed eroiche com’erano in lui, parole dunque amiche del mondo e della vita. «In questa notte d’autunno – dice infatti il poeta – sono pieno delle tue parole/ eterne come il tempo/ come la materia/ parole pesanti come la mano/ scintillanti come le stelle».

E in Daniela che trovo?, qualcosa di diverso forse?, trovo un sorriso misto di gioia e incredibile amarezza, «piume d’etere e silenzi senza tempo», cioè tutto. Frutto lei di madre buona, di umiltà dunque che con «opera tenace induce il padre a cambiar vita, insomma a rinsavire». Nel romanzo di Daniela la principale protagonista è Francesca, ma si tratta di un nome prestato, in realtà per esser chiari è lei, Daniela, che poggia tra innumerevoli righe una storia, la sua storia incredibile ma vera, lei molto abile nel farmi capire che «il male può anche generare il bene, vedi il padre di Francesca, il male però negli anni acquisito dagli eventi della vita, il male originariamente bene, dunque, per cui dal bene nasce il bene – necessariamente – e mai dal male. Nella radice dell’uomo violento, inizialmente insomma, doveva esserci traccia di bene, propriamente in sé – mi va di dire – per poter generare il bene».

Ma, «Perché urla?», «Chi è questo estraneo che chiamo “papà”?», «Chi è questo ladro dei miei sogni?», «sono solo una bambina,/ e voglio sognare». «L’orrore mi perseguita,/ ogni giorno,/ ogni ora,/ ogni secondo della vita». «Perché sopporto tutto questo?», «io che vago scalza nella mia/ anima». Ma «è ora di svegliarmi, e non perché/ è mattina», «voglio svegliarmi perché sono/ Viva», «non posso scappare dal mio cuore» perché «non sono quello che mi è successo», «sono ciò che ho deciso di essere». Questi versi sono il sorriso di un’anima triste, una volta triste. È il 1996 quando Daniela ancora bambina conosce un cuor duro di padre. Lei chiama «orrore» quel che ha visto e subìto in tenera età purtroppo nei voleri del papà che in fondo amava con gli occhi della ragione. Ma «basta», «basta», spesso diceva volta a lui, lo invocava, lo invocava perché smettesse di torturare quel fiore di mamma che amava, tanto amava nelle brutture di quella stanza ingiallita, sciupata nel gelo d’una solitudine, nell’oblio dei giorni sereni. Daniela ora invoca la quiete, la Rinascita, come lei dice, fuori delle selve d’autunno «per cogliere i frutti della luna/ dietro allori vaganti/ come favole di gigli palpitanti» e cerca e trova una «voce», la voce della sua «essenza». «Scrivere», dice, «non è altro che un atto sacro: il gesto attraverso cui l’invisibile prende forma, e l’ignoto dentro di noi si fa parola». «Scrivere», dice ancora, «è il mio modo di abitare il tempo, di cercare una verità che si nasconde tra le righe». Che bello!

«Chi mi porgerà il cielo su cui scrivere, il mare come inchiostro e tutti gli steli d’erba come penne onde possa descrivere tutto il dolore che mi stringe? Ah, è dolce l’amore con me, sono affettuoso e sempre disposto a innamorarmi di un’anima pura; è così bello accogliermi e assaporare le mie labbra. Io sono il bene che gli uomini non sanno comprendere né invocare». No, non è di Daniela, anche se sembra essere suo il pensiero, è di Seuse, ma lo stile è quello di Daniela.

«Daniela ha bisogno di scrivere, di scrivere tanto, ed io come in un film ascolto la sua voce che mi giunge improvvisa per deliziarmi con le sue parole e mi sovviene – quando la sento – Rossella O’Hara di Via col vento. Brava Daniela! Avverto nel tuo personaggio, in Francesca dunque, elevazione di spirito, desiderio insomma di catarsi, di purezza direi meglio, per vivere finalmente – la sua anima – nella gioia. Una cicatrice – però – la sua, che se pur nei ricordi, sopravvive. E allora mi domando. Il perdono esiste in Francesca? Certo che esiste. Daniela parla infatti di elevazione di spirito» nel suo fantastico libro. È il motivo per cui penso anche a Vanessa a quel dire prigioniero di anime nei fiumi rossi dell’oblio. «Ti sposerò in un giorno di vento fra nuvole che coprono il cielo e indosserò veli di silenzio». Bello vero? Ma tutto ciò è anche in Daniela, nella sua anima gentile che la lega al sorriso dei mondi sereni, «lei vuole andare in alto», infatti. Non posso a questo punto non definire poesia il romanzo di Daniela.

«Ovunque tu sia», lei dice, «tu sei me e io sono te» e «noi siamo Uno». «Hai avuto altri volti, altri nomi, ti ho cercato e mi sono sentita stringere in altre braccia, ma alla fine sei sempre stato tu». «Esiste un mondo – il mio – che è invisibile, ma non produce ombra il mio volto».

«E non è il tempo, così come lo è l’amore, indiviso e immobile?».

«Ma se col pensiero avete da misurare il tempo in stagioni, fate allora che ciascuna stagione cinga tutte le altre. E che il Presente abbracci il passato con il ricordo e il Futuro con l’ardente desiderio» (Gibran). Noi dunque siamo eterni non soltanto nel futuro ma anche nel passato. E in quest’ambito – ti prego – «non diventare le fecite che ti hanno fatto, piuttosto diventa il sorriso che ti sei conquistata con le lacrime». Che bello!, brava Daniela!

Ebbene sì, Daniela ha reso eterna la sua scrittura pur frutto di materia, come il tempo che non può perdersi nel nulla dei sogni bruniti, perché eterno anche lui nella mente di Dio, divina Bellezza.

Un amore impossibile ma eterno non morirà mai, Daniela lo ha reso inebriante come lune vaganti nei lampi di fuoco, vivo insomma e pur delirante nei taciti sorrisi della sera. Pensando allo spirito che non muore, Daniela ha reso anche immortali le sue liriche. «S’ostina in cielo un sole/ freddoloso», dice Montale, per cui «nel riguardo» trovi «il nespolo», «c’è l’ombra». No, assolutamente no, non è negatività in lei, non è nella mente di lei «un sole freddoloso» alla maniera del poeta genovese. Dico questo non certo per stabilire un raffronto, no, perché dovrei farlo?, ma per dire di due poeti, di quel che rabbrividisce nel sentiero d’una vita per tratti anche scabrosi e di quel che nella vera scabrosità di una vita riesce a sorridere e magari a innalzarsi verso la vera «plenitudine dello Spirito come Ettore Mazzali sostiene pensando a Dante.

Chi sa perché Rimbaud adesso! No, non è possibile, e pur è possibile, sì è possibile e mi scuso per il bisticcio, perché «tornerò membra di ferro», «pelle cupa» e «occhio furente», «avrò dell’oro», sarò «salvo». Daniela ha sperimentato anche questo. La rivincita nell’amore come arma imbattibile l’ha portata a vivere – dopo i suoi anni scabrosi – come anima legata a voleri che si fan dolci sulle ali d’un tempo che passa.

E trova che «ogni petalo è un frammento d’infinito che danza nell’aria». E parla di «sogno che respira», ricorda di essere «cielo prima che corpo», «luce che dimenticò di spegnersi». Sì, perché la «bellezza», dice, «nasce dalla quiete dell’essere», perché «la bellezza» «si rivela» come «sussurro» «d’alba» «nel cuore del nulla» Cosa vuol dir Daniela?

Nei silenzi – dice – trovi «l’eco di un amore antico». È qui il bello di un mondo in un sorriso che Daniela porge alla vita come messaggio d’amore da far proprio. Nei versi c’è «luce che sboccia nell’ombra», c’è «l’anima», dice Daniela, che «riposa tra ali di luce» e un «profumo» che sa «d’eternità».

Anima come luce – dunque – nel mistero che è la vita, il giorno – insomma – che non muore, vagabondo come stelle che nell’aria van girando in cerca di soli rossi come diamanti azzurri che trascinano verso il cielo. È il dramma che la vita prepara a volte «a qualcuno con quella forza (misteriosa) che conduce all’oblio, alla «dimenticanza del sorriso persino di notte, quando fiammelle in cielo danzano allegre per calmare la sete d’un mondo che soffre, ancora soffre purtroppo».

Ma tu «dove sei, anima mia?», «smarrita» sei «nel grigio dei giorni in corsa», «tra mura che spengono» «stelle». «Eppure ancora tu canti» «nel fremito dell’erba nei campi», e chiami, «tu chiami,/ ti ostini,/ resisti». «Forse un giorno,/ l’uomo poserà il passo inquieto» e «ascolterà il tuo sussurro» «e nel silenzio» «ritroverà» «ciò che il cuore non ha mai dimenticato».

Scorgo qui un sorriso colmo di spighe nel tremore dei giorni gioiosi come stelle deliranti «nelle notti che affollano il mondo».

«Sono rinato molte volte – dice Neruda – dal fondo/ di stelle rovinate, ricostruendo il filo/ delle eternità che popolai con le mie mani», ma per cogliere «quel fiore amoroso che sboccia solo» perché «il vento ruffiano lo nutre/ con polvere di baci non suoi», dice Wilde, quasi per esorcizzare una vita fatta di gelo per mancanza di amore sulle piazze perché privi forse noi siamo dell’armonia che avvolge ogni dì silenziosi rivi, stelle cadenti perché la «luna bianca», «regina del silenzio», sfiora «l’invisibile».

Tu luna, dice Daniela, «in cielo t’aggiri con passo soave,/ mentre io, tuo Sole, ardo solitario,/ prigioniero d’un giorno che mai ti/ stringerà». «La mia luce non sfiora/ la tua pelle» perché «in orbite/ distanti» noi siamo. Ma quando «l’orizzonte si ti tinge del suo arrivo» e «il giorno si piega al tuo passaggio», «in quell’istante» noi «ci sfioriamo».

Mi rimane di te «un solo lampo», «un abbraccio/ rubato». «Così viviamo divisi eppur fedeli». «Un amore», il nostro, «senza possesso,/ che vive eterno nel desìo/ di sfiorarsi». «Due cuori», siam noi, «legati dal respiro/ del cosmo».

«Un amore», dunque, tu dici, «senza possesso». Che bello! Un amore che immagina abbracci e forti carezze, sensazioni non svelate ma provate nel pensiero dei ricordi. Così lo vedo.

Trovo perciò nei versi qualcosa di impossibile ma, anche qui, di eterno come nel romanzo che fa di Daniela una scrittrice che poggia il suo essere in un pensiero sublimato dal calore delle stelle dove «viaggiano lente le ore». È consapevole Daniela dell’impossibilità di realizzare in terra il grande amore, vedi il sole e la luna, luci che appena si sfiorano, è convinta Daniela che il vero amore è in altro posto, per questo scrive e scrive, scrive per portarci verso la vera Bellezza che non è un sogno, che non ti sfiora per reggerti nel nulla, ma per donarti il sorriso, quello vero, dopo i passati giorni irrigiditi dall’oblio della sera. Questo capisco leggendo nel pensiero di lei come nei chiaroscuri di un’anima buona, felice dopo i passati giorni (…), e mi scuso per il bisticcio.

«Allora la notte palpitava sui muri dissolvendosi all’alba che invadeva la terra con le primule del primo sole», ma «la riva del mare era immensa come pure il cielo vestito di rosso. Invisibile l’anelito, sull’impianto dell’anima carezzava conchiglie, mentre la luna pallida in cielo baciava le stelle innamorate dell’alba. Perché l’alba venne ancora per addolcire cuori e cancellare illusioni col sorriso del tempo azzurrino». Capisco che «con l’aiuto dello spirito, che in fondo è intelligenza, si può rifiutare il pessimo frutto che non è ragione, ma male che non discerne».

Vedo in Daniela, «petali bianchi/ sull’orlo delle ciminiere/ di fuoco», il suo «alito rotante fatto di luna», «ombra di cerchi azzurri» il suo alito. Ricorro a volte anche ai miei scritti per parlare di te, Daniela, che cerchi – come dici – «la luce di un’alba nuova/ che dissolva l’ombra dell’essere» e scorgi nel «silenzio» come tuo «rifugio» «un fiume che scorre sereno/ tra rive di luce e mistero» e «ogni ferita diventa» in te «carezza». E pensi ai «segreti» che «sussurrano parole dimenticate», «cieli rossi come favole di carta».

E lei, «l’altra me», dici, «l’eco delle scelte tradite», «l’occhio che veglia nel buio del cuore», ti sconvolge «e nel tremore fragile di un battito incerto» comprendi che per rinascere «il vero viaggio» da fare «non è andare avanti,/ ma tornare indietro senza timore» per «abbracciare l’ombra come fosse/ luce» e perciò rinsavire. Scorgo in te un «rinascere, lieve», «una voce» che ti «chiama», voce però «senza nome».

«Se fossi un angelo», dici infatti, nasconderei «le ali in un abbraccio» e «spargerei una luce/ senza nome» e mi «vedesti» «nell’ombra» di «un albero», «nel respiro lieve della pioggia», «nell’attimo sospeso dell’aurora» dove «il mio nome resterebbe/ segreto».

E vedo anche in te, dove «nel profondo del cuore/ scorre un fiume silenzioso», «sogni mai svelati». Che bello!, vedo «stelle nel buio» «che disegnano orizzonti di quiete».

Ma «ora il vento mi chiama di nuovo» e «mi ricorda che ogni nascita è scelta», che «ogni vita è ritorno all’amore» per cui «non temo», dici, «l’abisso né il gelo/ né il buio». «Nel rogo rinasco, purifico il cuore», «respiro l’eterno». Sì, «ho scelto mani che avrebbero/ retto/ il mio primo tremore nel mondo,/ occhi che avrebbero letto/ la storia antica che porto/ nel sangue./ Ho scelto una terra, un tempo, un destino, un nodo di gioia e ferite».

La mia anima non conosce il bello dei fiori. Mio cuore, dove sei?, dissi un dì, non so più guardare le stelle questa notte. Oh anima di gelo, fresca collina! Sono ancora nei rumori dove urto immagini di carta, voglio perciò conoscere la sera perché «l’amore è come le cose che volano, è simile a un lampo. Ha il colore della vita e come la vita presto si consuma.

Piume d’etere

Avvolta tra piume d’etere e silenzi senza tempo, ella ode il linguaggio segreto delle stelle, ascolta il linguaggio invisibile dell’universo,

dove ogni petalo è un frammento d’infinito che danza nell’aria,

una verità che cade come rugiada sull’anima.

Solo chi si abbandona al battito delle proprie ali ricorda di essere sogno che respira,

cielo prima che corpo,

luce che dimenticò di spegnersi.

E comprende che la bellezza nasce dalla quiete dell’essere,

come luce che sboccia nell’ombra.

La bellezza non si cerca: si rivela

nella quiete che accarezza l’essere,

come un sussurro d’alba nel cuore del nulla.

Nel sogno della vita, l’anima riposa

tra ali di luce e il profumo d’eternità,

custodendo nei suoi silenzi l’eco di un amore antico.

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