Luigina Parisi – FIORI DI CANTO

(a cura di Tina Cesari)

A distanza di tre anni mi trovo tra le mani questo bel volumetto dal titolo Fiori di canto, precisamente da quando Luigina è stata ospite dell’Osservatorio Poetico Salentino.

Lei stessa aveva sottoposto alla mia attenzione un libricino di poesie, non ancora edito, diviso in quattro sezioni intitolate all’Amore, alle Inquietudini, a Gli Altri e agli Affetti e già si evincevano allora i nuclei fondanti del suo pensiero poetante.

Leggendole con attenzione mi incuriosì la presenza della parola perla, con la sua variante madreperla, che compariva diverse volte in tutta la raccolta in cui sono confluiti poi quasi tutti i componimenti che ho riesaminato in Fiori di canto.

Me la ritrovo, quindi, nel testo che ha dato poi il titolo a questa nuova raccolta: «un guanciale sabbioso m’accolse/ lambito da schiuma di mare/lo scorrere di perle/parole leggere come carezze».

La perla, si sa, è una gemma preziosa, chiara e lucente, ma anche liscia e fredda al tatto, simbolo, da sempre, della bellezza femminile e presente come topos nella letteratura, a cominciare da Dante, quando parla di «bianca perla in bianca fronte», riferendosi ai personaggi di Piccarda Donati e Costanza d’Altavilla del Paradiso, fino a D’Annunzio, che loda la sera «per il suo viso di perla» nella celeberrima poesia, La sera fiesolana.

Luigina parla di un tempo che «donerà madreperla a rivestire i grani e farne gioie bianche» e vede «scogli di madreperla con lo sguardo rivolto al mare» dove i passi desiderano andare, mentre le piace immaginare la sua vita «disposta a ricavare da squarci scrigni per le sue perle» e «lambita da schiuma di mare».

La poetessa, inoltre, nel rievocare l’immagine giovanile della madre scrive che «i ricordi sono perle incastonate nel substrato della vita»: questa madre è «fragilità e potenza a strati» e in questa figura lei, probabilmente, si identifica.

Nella silloge Fiori di canto compare ancora un’altra poesia dedicata alla madre in cui ricorre ancora l’immagine della perla.

Madre

Crocchiano ancora le tue parole

Tra ricordi sparsi come perle

Giorni di sole nel tuo canto

Giorni di pioggia nel tu pianto.

Mi stringevi la mano nella via.

Tremori e cura

squarciano il tempo.

La perla riflette la luce e sembra quasi trasparente ed ecco che la parola trasparenza, cioè il bisogno di guardare le cose senza infingimenti, diventa la condizione necessaria per vivere la vita, anche quella degli affetti più intimi come quando la Poetessa si rivolge al proprio uomo dicendogli: «conserva trasparenti i tuoi occhi» e, ancora, «vedimi nuda senza orpelli e trucco, senza maschere e commedie».

Luigina Parisi, pur di rimanere coerentemente franca, macina «solitudini contro la slealtà» e «calpesta solitudini in riva al mare», un mare sempre presente come luogo dell’anima; inoltre, dice al suo interlocutore: «portami via di qua, da questo mondo fatto di visi, da tutti questi finti sorrisi».

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Dai, portami via di qua

da questo mondo di visi

da tutti questi finti sorrisi.

Portami nel mondo reale

fatto di carne e di sangue

di occhi schivi e tocchi veri

portami nel quotidiano

a parlare con la pelle

nella vita animale.

È pesante questa irrealtà

l’ego imperante

il pedante sapiente

il tutto e il niente

rancori spalmati

livori limati

il meglio nel peggio

il rosso nel nero

il bello nel fango

di un mondo straniero.

E torniamo alla perla. Essa, pur nella sua preziosità, è semplice ed il bisogno di semplicità permea tutta la produzione poetica di questa raccolta perché l’Autrice desidera tornare a quel tempo in cui, si sa, tutto è meraviglia e stupore e scrive «ti parlerò dei miei piedi sempre scalzi», mentre le basta «il sospiro leggero di un vento di mare, uno scoglio pulito da dove curare».

L’elogio della vita semplice culmina e, allo stesso tempo, si addolcisce nel ricordo, quando «erano lente le ore un tempo, lento il tornare a casa, lento il fruscìo del vento».

E «tutto è semplice, tutto vero» tra i «candidi letti e merletti di antica memoria» della nonna.

Nonna

Candidi letti e merletti di antica memoria

donna di vecchi detti, del focolare angelo

di ricami mani desco frugale.

Donna forte di scarpe di pezza

calze nere, fazzoletto in testa

fianchi larghi e spalle forti.

Donna di calce, di strade strette

di porte chiuse solo di notte

donna di fiori da vendere sull’uscio.

Profumano ancora le tue mani

di garofani, Nonna

screziati, vividi come te.

Ma se la vita è amara, e spesso disincanta i sogni, se «è meglio non parlare di quel che mi riempie il cuore», la perla diventa anche il simbolo «di battaglie per non morire / tra acque stagnanti di momenti vuoti/ troppo lunghi da sopportare» e quindi non resta che vivere ciò che rimane dei sogni infranti.

Vivo ciò che resta

Colonne cadono

negli spazi in divenire

onde d’urto

s’allargano incrociandosi.

Osservo le mie crepe

e vivo ciò che resta.

In sostanza, se «impetuosa va giù la vita», scrive Luigina, «infilo le mani tra le crepe della vita» stessa per lottare contro l’indifferenza perché questa è il vero nemico da sconfiggere quando «aveva voglia di essere niente».

Solo

Aveva voglia di essere niente

e sfiorare leggero le cose

sfumandone la presenza.

Senza respiro, senza rumore

scivolava come goccia d’acqua

trattenendo l’ombracome il fiato.

Stringeva le braccia al petto

per essere meno

per essere mono

per non sentirsi un uomo.

Esistere senza poter vivere

è condizione peggiore del morire.

In questa tenace e fragile lotta per la vita Luigina trova un’alleata potente che è la natura, portatrice di pace perché «di cielo non si può morire, neanche quando ti cade addosso», e «la notte, seppur ferita, è pronta ad aspettare prodigi».

E continua, scrivendo che «tra rami contorti a far compagnia mi gemmano pensieri al profumo di fresie» e «sotto la neve i pensieri si disperdono tra le strofe, come soldati stanchi».

Quando arriva la sera, poi, essa «le fa rallentare i battiti del cuore «e una musica s’alza e io sempre scalza comincio a danzare».

Anche il vento di novembre, come quello della vita, non la fa tremare, non più e vedendo il grigio passare si scalda «nel verde che resta».

Nel freddo

Mi svesto

di tutte le fronde

è silenzio

il vento m’attraversa

senza farmi tremare

non più

m’assento quanto basta

per vedere il grigio passare

e scaldarmi nel verde che resta.

Ma poi non tardano ad arrivare nuovamente i bei giorni e i nuovi inizi:

I nuovi inizi

I nuovi inizi hanno i colori dell’alba

di canne al vento stagliate nel cielo

profumano di terra bagnata

e tovaglie asciugate al sole.

I nuovi inizi hanno un buon sapore

occhi brillanti e voglia di fare

hanno fame e mangiano il tempo

gambe forti per correr lontano.

Han parole che scuotono le pietre

sono i canti di un giorno ridente

in un letto di sogni e paure.

Ecco, dunque, che i versi di Luigina parlano da soli perché possano dare l’idea, senza il filtro di alcun mediatore, di una poesia schietta, fino allo spasimo, consapevole del male di vivere e delle inquietudini della vita ma disposta sempre a brillare di luce propria in un mondo opaco e finto, ecco, proprio come una bianca perla.

Essa è la ribellione di cui noi tutti abbiamo bisogno, come scrive Pasquale Cavalera nella prefazione del libro, ribellione che si concretizza nel suo fare poetico quando la poetessa dice: «ricerco nella poesia il mio superfluo necessario, che restituisce qualità alla vita» e riconosce in se stessa le materie prime della sua scrittura, ovvero la forza e la sensibilità: «sono come le mani di mio padre, resistenti fuori e morbide dentro» e, ancora, «sono molle come creta».

Mi ritrovo, a distanza di tre anni, a scoprire una Luigina ancora più consapevole del senso della propria poesia e della sua immagine di poetessa quando scrive al lettore «leggimi se vorrai» confessando umilmente che «non ho parole adeguate, per fare poesia» ma noi sappiamo invece quanto lievito poetico esse hanno, pur nella sua dichiarazione di umiltà.

La poesia diventa metapoesia, cioè riflessione sul lavoro di chi compone versi ed è la poesia stessa, personificata, che si rivolge al poeta con un testo di Luigina intitolato “Messaggio” che si traduce nell’invito che essa vuole rivolgere a chi ama scrivere: «smetti di seguirmi / non forzare le parole».

Invece la poesia deve essere vissuta, respirata e allora «ti tornerò vicino/ mi sentirai arrivare».

È una sollecitazione forte quella che Luigina ci vuole indirizzare, una Luigina che vuole a tutti i costi recuperare il tempo della chiusura forzata, del tempo da recuperare, e allora non vuole sprecarlo questo tempo ritrovato, per cui con maggiore incisività ma anche con una sempre maggiore accuratezza lessicale e ricerca continua rinnova a noi tutti il richiamo all’autenticità del vivere e del fare poesia:

Cerca sempre l’oltre nel qualunque

usa unghie per spatinare

superfici di quotidiana apparenza.

Pazzia è il volersi accontentare

scivolare sulle artefatte meraviglie

della bieca sopravvivenza.

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