(A cura di Mimì Mastria)
Ogni volta che si parla del Salento non si può fare a meno di vederlo rappresentato secondo un modello “inflazionato” de “lu sule lu mare lu jentu”. Un’immagine creata per un turismo di massa desideroso di immergersi nelle acque del mare, nei canti delle piazze e nella pizzica che di tradizione hanno ormai poco e lontana dalla grande arte e cultura che ne sono i fondamenti della sua civiltà.
Le “Cartoline dal Salento” di Cristina Carlà avvicinano il lettore ad un’immagine ben diversa, quella che vivono i cittadini di questa terra che sulla loro pelle hanno vissuto e vivono condizioni di fatica e di dolore che tante volte li hanno costretti a fuggire via, lontano “addù nc’ete la fatìa”, mantenendo negli occhi e nell’animo i colori, gli odori e i sapori che in ogni modo hanno cercato di conservare e ritrovare.
Il racconto poetico della Carlà si snoda in pennellate paesaggistiche di un Salento vivo che sa di buono non solo in senso materiale ma affettivo e che esprime un sentimento che trascende il tempo, di feste della domenica, di gite al mare, di passeggiate tra le piante di capperi, i mirti e i fichidindia, di viaggi in treno di notte, come ai tempi dell’università, treni su cui passa un’umanità semplice, strafottente, egoista, invadente.
La parola si fa amara nel risvolto della medaglia: tutta quella bellezza che la terra sembra offrire ai suoi figli nasconde il male: quel paesaggio che fino a vent’anni prima la permeava caratterizzandola, l’enorme distesa di ulivi centenari e maestosi, oggi non esiste più in gran parte del territorio: “… un batterio arrivato da lontano su dei camion / insieme ad altra roba. Quella roba / che riposava sotto i piedi, i pomodori, / le patate ed i carciofi: sotto gli occhi. / Occhi di tutti, occhi di nessuno”.
E quella parola diventa denuncia “di una nuova terra di fuochi” e l’ironia un modo per non urlare: “In ogni famiglia un parente che sta male, io ce l’ho? Tu ce l’hai? / Facciamo un gioco, dai, vince chi ne ha di più. / Io ho ne ho due; e tu?”
L’inserimento di espressioni del dialetto trasfigura una sorta di accettazione fatalistica e nello stesso tempo il tentativo di spostare lo sguardo dalla tragedia al bello per sfuggire temporaneamente al dolore.
Il conflitto dell’amore-odio nei confronti della propria terra lo esprime con parole che apparentemente sembrano di gioia: “Beata me / che me ne posso andare / e non me ne vado” perché il legale è forte, viscerale, malgrado la poetessa avverta la tragedia che incombe su tutti: “La mia terra è un singhiozzo / che non passa, non passa mai/”.
Talvolta Cristina si abbandona al desiderio dell’amore, della presenza che consola, ma il tutto si risolve in una sensazione di solitudine.
Lo spirito di sopravvivenza erompe nella volontà di affrontare un mondo nuovo, forse rigenerato dopo un lungo periodo in cui il virus ha tenuto il mondo sotto scacco: “Forse bisogna imparare / di nuovo a vivere, forse di nuovo saper / sognare lo stormire dell’estate / come una festa, i giorni radiosi / di primavera,le case piene, i cieli /sciolti e il sussurrìo piumoso dell’edera”.
La poesia offre a Cristina questa possibilità, quella di “sentire” con orecchie, occhi e cuore, in un modo nuovo, più vero e più sincero l’amore per i luoghi e per le cose che hanno un senso: “…tu, campanile di chiesa sconsacrata / segni il battito cardiaco, il rintocco delle note / nascoste dentro le parole / che io dico travestita da poeta / o che trattengo tra le cosce / pur guardandoti negli occhi”.
Anche l’amore per il teatro costituisce una spinta nella rappresentazione di un quartiere della periferia con la sua quotidianità nel bene e nel male: “Ho visto il degrado e la purezza feroce /camminare tenendosi per mano sotto / il mercato coperto del quartiere Paradiso di Brindisi”. E’ lo slam in cui ciascuno sopravvive portando in scena ogni giorno se stesso.
Le miserie di questi uomini non affiorano mai nei ritratti paesaggistici pro-turisti, né tantomeno i fumi dell’ILVA che ammorbano l’aria o i rifiuti sparsi lungo le strade secondarie, né si parla delle “spiagge risucchiate da lidi privati e montagne di mazzette”. Le “cartoline” di Cristina Carlà fotografano questo mondo che genera dolore, come se il suo essere “penisola della penisola della penisola” costringesse gli uomini e le donne a farsi carico di una sorta di passione fatalistica, ad accontentarsi delle parmigiane e delle polpette fritte, di friselle coi pomodori e cicorie selvatiche e offrire ad altri il piacere del mare e del divertimento, in una sorta di “servilismo”, diremmo atavico, e lasciarci espropriare anche di questa nostra terra accontentadoci di un pezzo di spiaggia sporca per dire che anche noi facciamo ogni tanto un tuffo in mare, mentre avanza il deserto e come dice la poetessa, affidandoci alla nostra filosofia di vita: “Tiramu e scjamu annanzi”.
13
Me ne vado persa
tra le strade d’amare
su cui si scrivono
saluti blu.
Me ne vado tra archi illuminati
di notte, bianchi
visi di santi erosi
da un vento che viene da Sud.
Pietre immense smussate: teatri
di favole antiche e sabbia,
sabbia fine, conchiglie e foglie di palma
sotto cui prendere il sole; beata
me che posso cantare
nel fuoco di gennaio,
sul ritmo di una taranta
battuta sui tamburi sempre più grandi.
Me ne vado tra le falesie
a picco sul mare, piante
di piedi tra piante di capperi
selvaggi, scorci di Eden brillante.
Beata me
che me ne posso andare
e non me ne vado
perché la mia terra, la mia terra
vera è una culla in cui la morte si insinua
nei fiumi sotterranei e
diventa moderna tra le veline
gialle delle edicole
che annunciano i numeri del progresso.
La mia terra vera
è un conato degno di contemplazione,
è un rigurgito venale
a tradimento, la mia terra è un singhiozzo
che non passa, non passa mai
mai, nemmeno col latte più dolce
perché la mia terra è stata venduta,
è una madre avvelenata
giorno dopo giorno dopo giorno
da figli che penzolano
a brandelli dai pannelli
grigi di metallo
su cui si incollano uno sopra l’altro
i manifesti dei programmi elettorali.
Questa è la mia terra,
svilita, imbellettata per la festa
e poi mandata a battere
sui marciapiedi della legge.
Beata me
Che me ne posso andare
E non me ne vado.
San Foca, Marina di Melendugno
37
Ho visto il mercato coperto del quartiere Paradiso di Brindisi
l’insegna intermittente della pescheria
l’odore del pane croccante comprato la mattina.
Ho visto i bambini cantare nel fondo di un garage mai usato
Dietro un sipario nero di stracci.
Ho visto il salumiere estrarre i premi per una riffa
Il figlio del salumiere tenere il tempo sul cronometro del cellulare.
Ho visto poeti dire poesie dentro
cappotti spessi e giacche a vento,
le case popolari, la gente delle case popolari,
gli spacciatori sulle Vespe bianche
le luci accese dietro le finestre chiuse.
Ho visto un uomo col pigiama a rombi blu dietro una finestra
chiusa. Ho visto pure finestre aperte e gente affacciata
con le braccia conserte ad ascoltare poeti che dicono poesie
dentro cappotti spessi e giacche a vento.
Ho visto il degrado e la purezza feroce
camminare tenendosi per mano sotto
il mercato coperto del quartiere Paradiso di Brindisi.
Santo il mercato coperto del quartiere Paradiso di Brindisi
Santa l’insegna intermittente della pescheria
Santo santo santo l’odore del pane comprato la mattina
Santi i bambini che cantano nel fondo di un garage mai usati
Santo il sipario nero di stracci santo il salumiere santa la riffa
Santo il figlio del salumiere e gli amici suoi
Santi santi i poeti che dicono le poesie
Santi i cappotti spessi e le giacche a vento
Santa la gente delle case popolari santa la luce accesa
Sante le finestre chiuse e pure quelle aperte
Santo il pigiama e i rombi del pigiama sante le braccia conserte
Santo il degrado santa la purezza santa la ferocia
Santa santa santa. Santa la poesia, pure la mia.
Questo testo è stato scritto durante un poetry slam organizzato dal collettivo Slammals
47
E i pini verdi che ancora stanno
in dialogo col vento
nero di terra bruciata
e le pareti pazienti di roccia:
ebbre di voglia, vita
spontanea e di te
che batti con le mani il tempo
sulle gambe e sulla pancia. Una donna
siede di là sui gradini
che portano al mare: fuma e chissà
se lo sente, chissà se lo avverte
questo frinire di cicale
impazzite che sembrano cantare senza fine,
non solo del giorno ma di un popolo intero.
Le citronelle accese
per tenere lontane le zanzare e le voci
corallo dei bambini
i tavolini tra il bianco
e il blu delle case.
Vibra in superficie
la luce: questa notte
c’è una luna famelica
qui sull’acqua viva.
Cala dell’Acquaviva, Marina di Marittima



