A cura di Tina Cesari
Avvertiamo più che mai il bisogno di rifugiarci nella poesia per assecondare i conati creativi della nostra mente inquieta e molti, forse in troppi, vorremmo condividere con un pubblico ampio di lettori questa nostra impellente esigenza.
Antonella Aman Manni scrive: «sono una poetessa da strapazzo, nel senso che strapazzo molto il mio cuore: lo agito, lo svuoto e poi ripesco ogni emozione che lo nutre» dove, l’evidente gioco di parole rivela una sana dose di autoironia; tuttavia, al tempo stesso, lei si rende conto che il foglio bianco è «senza dubbio più confortevole di una lettiga», quella degli ospedali, per intenderci, dove ha lavorato per tanti anni, dispensando sorrisi e speranze.
«Allora, è così che si fa? Ma se non si fa, nessuno potrà mai considerarlo»: questo è l’interrogativo che la poetessa pone a sé e ai lettori, consapevole che vale sempre la pena scrivere, seppure coscienti che nel mondo di carta della grande industria editoriale è difficile intercettare l’occhio e la mente attenta a percepire il sussulto che proviene dalle pagine di chi scrive, il vibrare dei pensieri e il vagabondaggio dell’immaginazione.
Con dignità e onestà intellettuale Aman affida, così, alla poesia i suoi versi e lo fa senza coperture o abbellimenti di sorta, anche se il male è sempre in agguato e «abbiam perduto Dio / tra i rigagnoli dell’onnipotenza».
Antonella, però, sa cosa chiedere alla sua scrittura ed è in grado di far materializzare sul foglio i propri pensieri. La protesta contro il mondo vuoto apre la porta al silenzio per cui «in ascolto e in attesa/ così stempero il tempo/ mi soffermo sull’invisibile», o al rimpianto quando ricorda «le mani nodose e screpolate» del padre e scrive che «mi manca l’inverno antico / quando ululavo di giovane età/ aspirando all’estate della maturità/ che m’avrebbe allontanata da te».
Ma ci sono altri spiragli che apre la poesia, come la possibilità di una fuga perché «mi ci vorrebbe una fuga/ per capire se son viva» o compiere un semplice gesto come quello di tagliare i capelli: «ho tagliato i capelli/ come se intendessi /mozzare gli affanni».
Lo spiraglio aperto dalla poesia diventa un varco attraverso il quale si scopre la sua anima ancora vergine per cui esorta tutti: «lasciate stare/ le anime bambine/ che di sogni e di giochi/ si devono/ lentamente nutrire».
Tuttavia, nel suo vagabondaggio interiore, Antonella non dimentica le proprie responsabilità di madre e di nonna, di un nipote a cui affidare il suo credo libero e creativo «di quella nonna strana/ che ti rimpinzava di leccornie e poesia […] Un giorno parla di lei/ e dei suoi fogli assurdi/ riempiti di fretta e strappati/ alla corsa del tempo».
E parla di me, proprio questo è il titolo della silloge che raccoglie i versi i quali hanno come destinatario il bambino che sta diventando adulto con un invito indiretto a lasciar parlare in futuro il fanciullo che dovrà essere sempre custodito in lui.
La sua prorompente forza vitale meglio si esplica nel dialetto, la seconda lingua con cui si esprime la parola poetica di colei che si autodefinisce «carusa te li cuai» (ragazza dei problemi), che ha dovuto affrontare tante fatiche e dolori e nonostante questo «a mpettu t’è rrimastu/ tuttu l’amore pe stu munnu» (in petto ti è rimasto/ tutto l’amore per questo mondo).
Ecco che la ‘carusa’ ti invita a ballare una danza sfrenata e allora «mena azzate stanotte/ca le stelle/ te brillane sulla capu/e pare ca te ddhumane/ li panzieri (Dai, alzati stanotte/ che le stelle/ ti brillano sulla testa/ e sembra che ti accendano/ i pensieri) e «quannu na foja/ te caranciula ʻntornu/ e nu filu te jentu/ tu sonni/quarche anima beddhra/ sta vene te trova» (quando una foglia/ ti carambola intorno/ e un filo di vento/ lo sogni/qualche anima bella/ sta venendo a trovarti).
In mezzo a tanto disincanto e doppiezza dei rapporti che ci circondano, di fronte al cinismo con cui mascheriamo le nostre fragilità, Antonella va «in cerca del fiore che non c’è» e scrive che «aspetterò come niente fosse/ una scintilla di bene/ perché tutto sia solo/ uno sbaglio».
Consapevole di muoversi spesso controcorrente «sarà con altro idioma/che si esprime la mia anima,/ depongo tutto con inusitata/ leggerezza/ scabra di sotterfugi/ che inficiano ogni miele».
E allora, è così che si fa?
Doppia maschera
Da sempre sdoppiata
tra sensi di colpa
e sensi di marcia
sesto senso
e senza senso
sensibilità estrema
e sensibilità frustrata.
Doppia maschera
unico cuore.
Mai ape del vostro sciame
Non sarò mai ape del vostro sciame
ai sobborghi dell’intendere comune
vado in cerca del fiore che non c’è.
Mi appoggio su pollini
che altri non fiutano
ai confini del mondo
soppeso il senso del vivere.
Sarà con altro idioma
che si esprime la mia anima,
depongo tutto con inusitata
leggerezza
scabra di sotterfugi
che inficiano ogni miele.
Stanchezza
Ovvero come farsi una ragione della malattia
Io che
stanca e avvilita
scherzavo e dicevo
“Sparpaglio le ossa
sul letto”
e queste ribelli
rifiutavano
l’assemblaggio.
Ora cerco ago e filo
per imbastirle
per bene
che tanto, ottuse,
si slegano dentro
mentre fuori
agli occhi stupiti
è ancora Meraviglia.



