MAURIZIO NOCERA – Compianto

Compianto (7156 ore) è un poemetto di 890 versi pubblicato nel giugno 2002, (Pescecapone, Serrano di Carpignano Salentino) con prefazione di Mario Geymonat, e Lettere di Mario Marti, Ennio Bonea e Donato Valli, avente come tema la morte dei genitori dell’ Autore; ripubblicato nel 2022 online con l’integrazione di un saggio introduttivo di Nicola G. De Donno, viene qui riproposto per gentile concessione di Maurizio Nocera.

COMPIANTO/ 7156 ORE

Ovvero Micro Storia della Buona Morte di una Madre e di un Padre che amarono il Figlio lontano

(alla memoria di Mario Geymonat e Sergio Vuskovic Rojo)

Madre,

oh madre mia,

madre di sette dolori, e di stupendi amori, tu che la gioia davi, tu madre che soffrivi, sospiravi.

Madre,

oh madre mia,

il tuo cuore tenevi serrato nella morsa dei ricordi, impietrita fino ai margini del campo amato, dentro un’auto amica e figlia,

nell’attesa che il tuo sposo

tra gli scogli i capperi cogliesse.

Attendevi madre

l’ora propizia alla morte,

intanto che gli occhi tuoi

rapivano immagini alla tua antica dimora estiva. Ancora un’ultima volta

con uno sguardo sconfinato,

una nostalgia di neve.

I contorti secolari ulivi,

e le palme dell’ingresso,

e i pinastri che ombra ti avevano dato,

e le dolenti pietre del viale,

e l’alloro sempreverde

e il susino fruttuoso assai

e i fichi dolci come baci

e i mille fiori solo per te piantati.

Lo sguardo infine hai rivolto alla tua camera, all’infuocata stagione d’agosto,

alla grande cava di tufo di fichi ornata,

ai luoghi incantati della tua tenerezza,

nei cui meandri avevi nascosto i tuoi giochi di bambina,

e le tue voglie notturne,

l’amore immenso per i figli,

la tua dolcezza di madre grande.

Come un fulmine è stata

la violenza del colpo al cuore innamorato.

Da molto tempo aspettavi il momento, quello fatale del mistero della vita, nella paura che l’anima scuote, nell’abisso del tuo dolore da viva.

Come canna di isola sperduta tremavi nell’oceano degli anni,

e trepidavi come salice sulla riva di un mare tempestoso,

lieve cadevi quasi fossi piuma staccata dalla livrea di un uccello in volo, e sventolavi come bandierina gialla sulla poppa della barca.

Tremavi madre,

oh se tremavi,

e quanto,

tu che il cuore davi,

che in silenzio soffrivi, che con me giocavi,

che sempre mi aspettavi. Trepidavi madre,

e i tuoi brividi volevo frenare, poi finalmente accarezzarti

e pure riscaldarti.

Ma che figlio sono stato,

se neppure questo ho saputo fare?

Madre,

oh madre mia,

madre che la vita davi,

e che di fiori ti adornavi,

tu che nel campo amato dormivi,

tu che al mercato del venerdì andavi, veneravi i tuoi avi.

All’incontro con la Morte già da tempo ti eri preparata,

tremando come ramoscello di tenero ulivo. Tutto di te tremava:

il volto tuo struggente

e tanto amato,

e le braccia le gambe i piedi,

e le mani il collo,

e il tuo ampio ventre di madre grande.

L’inerme foglia di un autunno annegato nel crepuscolo eri ormai. Poi anche l’auto su cui sedevi ha tremato

assieme alla tua stessa carne.

Non avevi più scampo, madre! Altra soluzione non c’era:

tu non volevi

che altri soffrissero,

che altri morissero.

Così, mamma,

senza che io,

povero figlio dimenticato,

e sciagurato assai,

sapessi fare qualcosa,

potessi fare qualcosa,

me ne sono stato fermo davanti a te, come incantato,

dalla Morte annichilito,

a guardare la tua sofferenza cupa,

la tua agonia nel tempo smisurata. Madre,

oh madre mia,

madre che bambino mi lavavi,

e che sempre mi asciugavi,

tu che il calore davi,

tu madre che in silenzio te ne andavi, mi lasciavi.

Come un chiodo ti eri conficcata al legno di Cristo, morta ferita ti sentivi:

nella carne nelle vene nel sangue,

in quel tuo fiume che nel cuore rovinava

come cervo di Badisco dal dardo colpito.

La croce poi,

madre mia,

quella pesante e dura della vita,

quella del dolore,

e del supplizio,

a viva forza ti sei caricata sulla spalla,

quasi fossi tu un manovale escavatore di pietre. Proprio tu,

madre,

che non avevi più nessuna forza,

e nessuna astuzia,

dolendoti nel silenzio

e nello strazio della carne dilaniata dallo sgomento, con la paura che l’anima ti struggiva.

Madre,

oh madre mia,

madre di sette dolori,

e di stupendi amori,

tu che fanciullo mi accarezzavi, tu madre che mi guardavi,

e dolcivi.

Il palmo della mano ti sei portato alle labbra

e baciato il tenero incavo,

con la mente hai stretto al petto i tuoi diletti figli:

il più grande e buono e triste

e la più piccola a te legata assai.

Poi hai abbracciato il mondo,

e la terra e il mare

e i compagni e le amiche,

e nel crepuscolo del campo arato,

con lo sposo tuo riverso ancora sui capperi di scoglio, hai sciolto la stretta del cuore,

lasciando che il sangue invadesse furioso

il tuo grande corpo di madre grande.

Gli occhi alla luce hai serrato allora madre, gli occhi tuoi struggenti stellari e belli quelli dell’amore,

quelli del cuore.

Non dovevi aprirli più, eppure ancora camminavi, e ascoltavi,

e rispondevi,

e toccavi,

e stringevi,

e amavi!

Oh se amavi!

Lo sa bene il merlo indiano nella gabbia,

che lo sposo tuo,

per gioco e per delizia,

un giorno di luce hidruntina,

quale pegno d’amore,

aveva comprato al mercato degli uccelli esotici.

Un giorno ci sgridasti:

«Fiji, fiji mei bbeddhi bbenaditti,

cci ddulore,

e cci ppena.

La mamma oscia vi ‘a cchiedere scusa?

E cci scusa? Scusa de ccite? “Pubblicamente”, mi bbe dittu,

“pe nnu sgarbu de nnenzi” fra de ui stessi. Ma ieu ìa cchiedere scusa?

Propriu ieu, la mamma oscia,

ca nuddhu paccatu a fattu mai?»*.

Madre,

che pena la mia:

i tuoi occhi non riesco più a guardare.

Per te, madre,

sempre grande fu il desiderio di un bacio, e grande l’eco della voce «mamma!». Tutta la vita,

una carezza avevi cercato.

Ma io,

povero figlio sventurato assai

non sapevo osare,

la tua intimità riccio assediato mi rendeva, per questo aspettavo il momento giusto, quello dell’ora felice,

per toccare il tuo viso di madre grande, che tutto amava,

e tutto dava.

Quando t’ho raggiunta nella casa di campagna, madre,

il sole s’impiccava ormai a ponente,

e le tenebre s’erano già fatte galeotte.

T’ho trovata col tuo sposo accanto, e la figlia,

a te legata assai,

un semolino di funghi t’imboccava. Diceva: «toh, questo è un boccone, e questo un altro ancora,

e questo un altro in più».

Oh madre,

la miglioria della morte era:

che ben sveglia ti teneva ancora, salda sulla gambe,

la testa eretta,

l’udito vigile,

le mani come occhi,

i tuoi, mamma,

chiusi per sempre ormai.

Da tempo tu non riuscivi più a mangiare,

e non ricordavi più il sapore asprigno dei pomodori, e l’amaro clandestino delle melanzane,

e la tenerezza delle zucchine,

e la dolcezza delle carote,

e l’odore del pane da te stessa impastato

e infornato.

Tu madre non mangiavi più.

E ora,

vederti ingoiare imboccata dalla figlia, con gli occhi chiusi e la spalla tremante,

assai mi sono insospettito.

Non capivo che tu madre morivi, il tuo ultimo pasto consumando.

Madre,

oh madre mia,

madre che di luce mi irradiavi, e che sempre mi chiamavi,

tu che paura della morte avevi, tu madre che languivi,

il coraggio dei forti dimostravi.

Allora ho percepito il momento fatale della fine, e che era giunta l’ora d’accarezzarti,

così, lentamente dolcemente,

nel furibondo terrore che le mie stesse carezze altro danno arrecassero al tuo corpo in agonia, e altro dolore, altre sofferenze,

e altro tormento

agli occhi tuoi chiusi per sempre ormai, alla tua fronte arrugata,

alle tue braccia penzolanti,

alle tue mani abbandonate,

che pure nelle mie io forte tenevo.

Di tanto in tanto mi mandavi segnali, lievemente stringendomi le dita,

e allungando un po’ di più il tuo respiro, quando io,

impazzito e disperato ormai,

ho cominciato a sentirti in un altro mondo: un mondo silenzioso,

di lontananze incredibili,

di non ritorni,

un mondo di notti infinite,

cieco,

impalpabile,

tenebroso,

irraggiungibile,

disperatamente buio,

un tunnel insensato,

un orizzonte cieco.

Sembravi dormire,

madre,

e invece morivi.

Allora ti ho chiamata per nome, a urlare forte come un torturato, a stringerti la mano,

a piangere in silenzio,

a implorarti,

a chiederti pietà,

a perdermi nella mia stessa eco: «Mamma rimani!,

ti prego ti prego ti prego,

ancora un po’,

ti prego,

abbandona questo tuo mesto cammino, ti prego,

torna indietro!, torna indietro!,

vorrei darti ancora un bacio,

perché tu finalmente lo possa sentire, perché almeno tu sappia

del mio grande amore per te. Mamma, fermati!

ti prego fermati!,

solo per un attimo ancora, fermati mamma!

Voglio raccontarti di me,

delle mie tante storie:

di come la mia terra mi ha fascinato,

di come innamorato mi sono di una bella tra gli scogli, di come la faccia ho dipinto per gioco,

e di come sono caduto in depressione.

Mamma ti prego.

Voglio ancora raccontarti di me,

della mia disperazione,

della mia solitudine,

del mio stupido girare in tondo,

di come un amico poeta mi è morto tra le braccia,

e di come ho venduto l’anima ad una civetta cornuta. Mamma fermati!

Ti prego, ti prego, ti prego!

Voglio che tu sappia che senza di te non posso vivere, voglio che tu senta le mie carezze,

voglio volare con te.

Ti prego, per favore,

ti prego, rimani!».

Madre,

oh madre mia,

madre di sette dolori,

e di stupendi amori,

tu che lentamente te ne andavi,

tu madre che nel silenzio ti perdevo. Ora e per sempre.

Le dita mi hai stretto per un po’ ancora,

e un sospiro forte, molto forte hai levato,

poi appena appena hai smosso le palpebre,

giusto quel tanto

per farmi capire che volevi il letto,

quello di spine divenuto ormai.

Così,

nel profumo dei papaveri di campo,

tra foglie e fiori di malva essiccati,

ai bordi della Grotta delle Grandi Madri Hidruntine, nella fioca luce di una fiamma di scarne candele,

ti sei lasciata trascinare verso la tua camera,

con gli occhi sempre chiusi ormai,

e il respiro forte,

pur tuttavia svelta nel camminare,

vigile e attenta,

energica ancora nella stretta delle mani,

col busto eretto,

gli abiti ordinati,

la tua dignità di madre grande madre.

Allora mamma,

ti ho adagiata sull’orlo del letto,

e disteso il tuo corpo su di un fianco,

così come per lasciarti dormire.

Ho sentito il respiro appena appena più agitato,

non molto però,

e non diverso dagli altri:

un respiro ancora di vita,

il tuo respiro, mamma,

che avevo conosciuto negli anni miei e tuoi.

Madre,

oh madre mia,

non ho più smesso di accarezzarti,

percepivo il momento fatale,

eppure non volevo credere

che quella la tua ora fatale era.

Speravo che tu dormissi,

che verso un sogno di limpidi cieli andassi,

speravo che solo fingessi.

E’ stato allora che ho visto il tuo sonno sprofondare,

e le mani mie e tue giungersi a preghiera.

Chiamarti mamma

è stato dolce disperato:

«Mamma fermati!,

ti prego, fermati un attimo,

un momento solo,

giusto quello necessario per chiamare aiuto,

invocare qualcuno che sappia fermare questa stretta nella notte, un qualcuno che sappia dirci come uscire dalle tenebre.

Ti prego mamma!,

Dammi il tempo almeno!».

Madre,

oh madre mia,

madre che bambino mi cullavi,

e che l’altalena sospingevi,

tu che per tutti il tempo trovavi,

tu madre che ora più non sorridevi, neppure un refolo di fiato avevi.

Nessuno madre,

non c’è stato nessuno che al telefono rispondesse.

E’ stato allora madre,

che le speranze ho perduto,

che nessuna via di scampo c’era anche per me, che non avevo altra soluzione,

che la Morte attendeva già sulla porta, immobile

e muta,

con un vento che pian piano alitava.

Madre,

ho continuato ad effonderti solo carezze. Cosa altro potevo fare,

se altro non sapevo fare?

Accarezzarti accarezzarti,

e le tue labbra brinare di acqua zuccherata,

misurare il battito del polso,

supplice disperato di rivedere i tuoi occhi illuminarsi.

Hai sudato mamma,

appena appena,

e respirato forte senza dare altro segnale,

nessun richiamo, neanche uno,

pur piccolo piccolo che sia.

Così,

come per incanto,

e tutto d’un colpo,

un fulmine di falce nella carne è sprofondato,

sul tuo seno sinistro ho visto sollevarsi un grumo di dolore, e poi…

il tuo respiro fermarsi.

Il merlo parlante

– “Chicco” per tutto il vicinato,

l’amico della tua ultima triste solitudine, un grido disperato ha lanciato al cielo

e nella sua gabbia si è infuriato.

Io no, mamma.

io non ho più urlato,

non ho più pianto,

come un escavatore volevo abbattere la montagna del tuo torace, e soffiare soffiare

sulla gabbia rotta del tuo cuore,

soffiare forte

come un mantice,

come un vento impazzito,

come un turbolenta tromba d’aria.

Madre,

oh madre mia,

madre che teneramente mi amavi, e che la mia stessa aria respiravi, tu che morire non dovevi

tu madre che in silenzio piangevi. Di dolore di dolore di dolore!

Il tuo respiro non ho sentito più,

e il battito del polso si è arrestato,

il tuo cuore si è spezzato nelle mie mani, madre,

oh povera madre mia.

Allora ho cominciato a baciarti,

come lo sposo bacia la sposa,

aria fresca nella tua bocca ho soffiato,

ma tu mamma,

non c’eri più,

più non respiravi.

Attorno a me alitava ancora la tua aura,

e dentro al calore del tuo corpo sono rientrato, mamma,

dentro al tuo grande corpo di madre grande.

La Morte,

muta e immobile,

allo stipite della porta appoggiata, aspettava aspettava,

e un po’ si stancava.

Nella casa si sono levate alte le grida dei parenti, e c’è stato un fuggi fuggi da tutte le parti,

tutti a correre chi di qua chi di là,

tutti a farneticare:

«Le gambe incrociate ha: scioglietegliele!»,

«La testa, la testa: tenetegliela sollevata!», «Chiamate subito un medico,

uno qualsiasi,

un amico di famiglia magari,

che possa venire qui,

a quest’ora della notte,

per dirci almeno come è morta!».

Madre,

oh madre mia, madre che tutto davi, e che tutti amavi,

tu che ora perdevo, tu madre che volavi, e orfano mi lasciavi.

Io no, mamma.

Io no. Non ho più urlato.

Dolente ti sono rimasto accanto,

la mano nella mano

e una spada nel cuore,

col vento refolo che adesso fischiava forte nelle orecchie e le labbra incollate alla tua fronte,

una spina nel fianco

e una mano sul tuo cuore in eruzione,

col fuoco che mi ardeva dentro

e un dolore per i tuoi occhi chiusi per sempre ormai,

poi la tristezza montante

e lo struggimento che annienta le forze.

Madre,

oh madre mia,

madre di sette dolori,

e di grandi amori,

tu che più non ti svegliavi,

tu madre che sola te ne andavi, lasciandomi.

Il medico ha accertato la causa della tua morte: «Arresto cardiaco.

Non c’è più nulla da fare!».

Ma ora come fare?

E cosa fare?

Tu mamma,

non stavi nella tua casa di sempre,

di te compassione aveva avuto la figlia. Per questo, il tuo corpo, mamma,

il tuo grande corpo di madre grande, e la tua adorata testa,

e le tue pietose mani,

e il tuo ventre gonfio di vita,

alla tua vecchia dimora dovevano tornare.

Che pena, mamma,

che grande pena,

dover prendere il tuo corpo,

e avvolgerlo nel sudario di Cristo, e caricarlo sulle spalle,

e

– come un ladro che fugge nella notte, stiparlo nel bagagliaio dell’auto amica,

e con il dolore che annientava la carne,

e con la mente impazzita dalle spine,

e con la disperazione che piangere non mi faceva più, e con il tuo dio e tutti i tuoi santi implorati,

– la Madonna del Carmelo

e poi sant’Antonio

e i santi Cosma e Damiano

e pure santu Paulu te Galatina,

e con i grilli che suonavano la grancassa,

e con un gatto nero che la strada m’ha attraversato, ti ho portata nella tua casa di sempre,

nella tua dolce dimora che mi aveva visto nascere, nel caro luogo dove il tuo letto di sposa ti aspettava, al tepore dei tuoi respiri ancora alitanti nell’aria.

Madre,

oh madre mia,

madre perduta madre,

che più non ritorni,

tu che la testa più non reggevi,

tu madre che il corpo non sentivi,

il tuo corpo di madre grande madre.

La tua casa mamma,

la tua immensità,

l’alcova dei profumi misteriosi,

le melodie delle arie dei canti antichi, più non vedevi,

più non sentivi.

In un angolo avevi ordinato l’altarino delle tue madonne, e nell’altro, a tutta vista,

quello dei tuoi cari morti tanto amati,

– il volto della nonna dipinto a sorriso, poi la cristalliera con le foto dei figli,

e i fiori sempre freschi di giornata,

accanto al tuo grande letto di madre grande, paziente e in attesa

che la bufera si quietasse,

che il vento finisse di urlare,

che il figlio da lontano ritornasse.

Madre,

oh madre mia,

nella tua casa interrata di un villaggio del sud

che più a sud di ogni sud sta,

ti ho distesa sul tuo grande letto,

intanto che la tenda di latta sulla porta la ninna nanna ti tintinnava, quella della morte.

«Mamma!

Ci bbrutta sorte la mea!

Ci bbrutta sorte!

T’andai sciuta senza cu dici nenzi, t’andai sciuta intra li silenzi, t’andai sciuta quasi durmendu

e m’ài lassato intra nu turmentu. Mamma mia bbeddha bbenaditta, cci pena! cci pena!»*.

Solo per un attimo,

ho scoperto il tuo adorato capo dal bianco lenzuolo, con la speranza che i tuoi occhi s’aprissero, mamma. Ti ho scossa appena,

e le mani ti ho liberato,

le braccia accarezzato,

e un bacio sulla fronte ti ho dato.

Poi, nel silenzio della stanza vuota, sommessamente,

per non disturbare il tuo sonno,

ti ho chiamata:

«Mamma, apri gli occhi!

Svegliati!

Siamo tornati alla tua casa!

Ti prego, svegliati!

Un’ultima volta ancora».

Silenzio silenzio silenzio. Già di tomba.

Madre,

oh madre mia,

madre di sette dolori,

e di stupendi amori,

tu che più non mi parlavi,

tu madre che più non mi aspettavi nella casa vuota ormai.

Voci amiche mi hanno detto:

«Il corpo, occorre lavare il corpo. Lavarlo e rivestirlo.

Così si deve fare con i morti!

È tradizione!».

Altra pena,

allora, mamma.

Altro dolore.

Io non avevo mai lavato un cadavere,

e mai lavato avevo il corpo di mia madre viva. Ora non sentivo più le mani,

e la testa un camino di fuliggine che ardeva.

Mai nuda ti avevo visto, mamma,

neanche quel giorno in riva al mare di Gallipoli,

sotto il sole rovente d’agosto,

quando tutta vestita entrasti nelle joniche acque,

gli occhi dei figli distogliendo.

Ed ora avevo

il tuo corpo nudo davanti ai miei occhi,

il tuo corpo fresco e profumato, non ancora intaccato, il tuo corpo esanime,

senza più respiro,

immobile,

muto,

che più non mi conforta.

Dalla dispensa ho preso allora l’aceto purissimo, quello dei campi aletini dei “Paradisi”,

gli antichi vigneti rivolti al mare di ponente.

Ho scoperto il tuo grande corpo di madre grande, e il dolore s’è fatto abisso profondo,

oceani sconfinati,

coltellate conficcate nella carne lacerata.

Lievemente,

lentamente,

nell’attesa di vederti muovere forse un po’, ho cominciato a lavare il tuo corpo:

le tue spalle,

la tua schiena,

i tuoi glutei,

le tue bianche braccia,

il tuo collo,

il tuo seno,

– che da bambino non avevo più visto, madre mia,

e i tuoi piedi,

le tue gambe,

il tuo ventre,

il tenero incavo del tuo pube,

– la grande bocca della vita, dalla quale un giorno,

tu,

madre mia,

mi avevi partorito

nel dolore,

tra gli spasmi,

ma anche nella gioia

di sentirti mamma mia.

T’ho poi vestita,

così come le donne del vicinato mi hanno detto di fare: e dolcemente, lievemente,

perché il tuo sonno non venisse disturbato,

ti ho infilato le mutande,

e la canottiera,

e le calze,

e le scarpe,

e il più bello tra tutti i tuoi abiti adornato di fiori

e di foglie e fiori di malva.

Madre,

oh madre mia,

gioia della mia infanzia,

felicità dei miei giorni più verdi, che pena la vita,

e che dolore non sentirti più viva, per me ora è come morire.

I becchini hanno portato la bara,

e il corpo tuo,

il grande corpo di madre grande ho incastrato tra le lamiere zingate, dolcemente, lentamente,

con le spade di fuoco che il corpo mi trafiggevano, con la paura di farti del male,

con il terrore di arrecarti un dolore.

Intanto,

la Morte i suoi veli raccoglieva, e,

scheletro fosforescente, sulla sponda della cassa dondolava. Un po’ si grattava,

un po’ le ossa ripuliva.

Nella notte fonda,

tra le tenebre tracimanti silenziose

un pianto lieve di bambino s’è levato,

e una civettina, cornuta e disperata,

s’è lamentata sotto l’albicocco dell’orto griko a Calimera, poi il capo ha reclinato,

e morta stecchita al suolo è precipitata.

Allora le tue amiche del vicinato,

i tuoi parenti ancora frastornati,

e le tue sorelle,

il tuo sposo annichilito come statua dell’altare,

– vecchio bambino divenuto ormai, e il figlio tuo,

– quello grande e buono e giusto, e la figlia tua a te legata assai,

hanno vegliato il tuo corpo, sommessamente piangendo, sommessamente pregando.

Io no, mamma.

Io no.

Come un fulmine,

pur ferito dalla spada dei sette dolori, mi sono messo a correre,

a fuggire nei campi sterminati,

tra i querceti che cantano storie,

e gli ulivi argentati,

in processione ad inseguirmi,

a chiamarmi,

e sgridarmi:

«La dovevi salvare tua madre.

La dovevi salvare

sciagurato,

piuttosto che stare lì a guardare le stelle, e a chinare il capo al vento».

Madre,

oh madre mia,

madre che alle cave di pietra andavi, e tra le pietre partorivi,

tu madre che ora immobile stavi, più non ti sentivo

tra i pianti della casa.

Tutto ho tentato,

tutto ho cercato,

ma non ho avuto fortuna.

Il tuo cuore,

mamma,

nelle mie mani s’è spezzato,

con me annichilito per sempre,

e sconfitto e nudo come chiocciola senza casa.

Ora io sono un guscio vuoto

nel silenzio della grande cattedrale dei martiri hidrintuni, e sabbia del deserto,

e buio siderale,

e infine triste,

sconsolato presso di te,

mamma,

accanto al tuo corpo di madre grande,

che tutto dava,

tutto amava.

Non ti ho più lasciata,

mai più,

neanche per un solo attimo, mamma!

Sommessamente il tuo cadavere ho vegliato, sussurandoti nella cassa,

lievemente il tuo corpo accarezzando.

I capelli ti ho riavviato, come facevo da bambino. Li riavviavo e li soffiavo, poi li accarezzavo,

e la tua fronte baciavo

distesa fredda di ghiaccio ormai.

La Morte,

immobile e muta,

sdraiata sul bordo della cassa, la mezza luna si limava.

Madre,

oh madre mia,

madre di sette dolori,

e di stupendi ardori,

tu che nella bara sprofondavi,

tu madre che ora più non parlavi, sbiancavi.

Un mesto rintocco della campana

della Chiesa della Madonna dell’Annunziata

al cielo s’è levato come lamento di un vitello caduto in ginocchio alle porte del macello. È arrivato il prete,

poi tutti gli altri.

Alla porta delle condoglianze c’erano tutti: il sindaco e il farmacista buono,

la guardia municipale e il barista,

il bracciante e il camionista,

il pensionato e l’impiegato comunale, il fascista e il comunista,

il cattolico e pure l’ateo.

Nella grande navata della chiesa,

in quel ventre di figli lontani e disperati,

un prete ieratico e mesto ti ha cantato le litanie e il fumo degli incensi ha riversato sulla bara, le mani congiungendo.

Tu, mamma,

non ti vedevo più,

nel buio della bara sprofondata.

Intanto la Morte, aspettava aspettava,

un po’ si riaggiustava,

sulle ossa delle mani si soffiava.

Madre,

oh madre mia,

madre di sette dolori,

e di stupendi amori,

tu che ormai raffreddavi, indurivi,

nel freddo ghiacciavi.

Mesta e silenziosa,

funerea s’è snodata,

senza banda musicale e senza fiori, la processione degli uomini

– tutti vecchi ormai,

e delle donne con le insegne dell’Ordine Carmelitano,

il tuo “ordine” da bambina. Seguivano la tua cassa da morto, mamma,

verso il camposanto a tombe arato, lassù, ai piedi della dolce collina, tra pinastri e cipressi

– rifugio dell’upupa scarlatta, che ombre riflettono sulle ceneri dei nostri avi,

corpus umano di crisantemi cavalieri variopinti, mascherati tra le foglie di alloro marcite.

Alla meglio ti ho sistemato nella camera ardente, accanto a un vecchio gelido marmo,

nell’odore metallico dello zinco,

tra martelli e un cacciavite,

la fiamma ossidrica e lo stagnaro pronti a siggillarti.

Madre,

oh madre mia,

perduta madre,

che un tempo mi cullavi, cantando:

«Nanna oh nanna oh,

bimbo bello a chi lo do,

e lo do alla Befana,

ché se lo tiene una settimana. Nanna oh nanna oh,

bimbo bello a chi lo do,

e lo do all’Uomo Nero,

ché se lo tiene un anno intero. Nanna oh nanna oh, bimbo…….».

Un ultimo bacio sulla fronte ti ho dato, un ultimo intenso afflato di figlio amato, poi la tua cassa si è per sempre chiusa, un po’ fumi rilasciando,

odori acri di cimitero spandendo.

La Morte,

agitata più che mai,

con una scopa il loculo spazzava, il teschio le strideva,

con le ossa ci scacciava.

Madre,

oh madre mia,

la tua bara ho spinto nel buio eterno,

tra i loculi della cripta della Confraternita dell’Abitino del Carmelo, accanto al cadavere della nonna,

altra madre grande madre.

Un freddo marmo con inciso il tuo nome ora c’è.

Mi sono guardato in giro spaventato,

e ho incontrato il volto di bambino di mio padre. Piangeva come angelo che ha perduto le ali,

il nome della sua sposa lamentava.

Poi sono andati tutti via,

ed anche la Morte è scomparsa,

solo una farfalla è rimasta a volteggiare

sul fiore di malva,

intanto che un suono di tamburi ritmava.

Nenie tristi scendevano dagli alberi che cantavano, e il vento refolo che lieve soffiava.

Io, mamma, sono rimasto lì, nel camposanto,

accanto alla tua tomba, come bambino offeso,

la tua pietra accarezzando.

Ora,

non ho più nulla

e nulla voglio.

Di te,

fra le pagine di un mio libro antico

mi è rimasta una tua coroncina

di semi di grano abbrustoliti,

del profumo delle tue mani impregnata.

Madre,

perduta madre,

io piango,

in te

ora

ritornando.

«Mamma ci longa la sapivi la matassa

parduna stu fiju ca moi sta ppassa,

ete nu maku te le stiddhe e de lu jentu

pijalu cu ttie a’ncielu e ddurmentalu»*.

Maurizio Nocera

(Tuglie, lunedì 25 giugno 2001, s. Guglielmo,

h. 23.20, mia madre muore con le sue mani nelle mie mani)

* **

7156 ORE*

Padre mi sei morto ormai.

Ci sono volute solo 7156 ore

per raggiungere la tua cara sposa.

Io non ho più lacrime da versare,

perché dalle mie parti non piove più da tempo, i canali sono tutti a secco ormai.

Svuotata si è definitivamente

l’oasi del deserto della mia anima.

Tutte le mie lacrime ho versato per la tua sposa, il fiore di malva ch’era mia madre,

padre mio!

la libellula argentata

volata via ch’era notte fonda.

Ora

solo il mio capo chino affonda nelle tue povere carni, padre mio!

che nel silenzio

ti ho perduto.

Maurizio Nocera

* Alle 5 di mattina del 20 aprile 2002, mio padre si spegneva per sempre nella sua casa di una vita, mentre io ero a Roma al Congresso degli Scrittori.

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13Rocco Aldo Corina, Luigina Parisi e altri 11

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