La poesia di Efy Attanasi – NEL GRIKO DI EFY ATTANASI

A cura di Rocco Aldo Corina con una nota linguistica di Salvatore Tommasi

«C’è chi/ scrive la Storia/ e c’è chi/ la vive/ eppure nessuno/ saprà mai/ ciò che/ nessuno ha scritto/ e molti/ hanno vissuto». Trovo questi versi accanto ai pensieri di Eufemia, versi che dicono la verità, per questo qui li poggio come lucciole blu in una buia notte per far luce a me, e – se posso dirlo – anche agli altri. Sanno di anima divoratrice di spasimi nei vasti campi dai lampi di fuoco.

Perché «nulla è più come prima», il «cuore del globo si è fermato», «le strade son deserte,/ le porte dei negozi serrate». Vede lei, Eufemia, un viso «tumefatto» – dev’essere di donna – e «il dolore» scorge «di un cuore livido» «per le torture subite». No, «non cedere» «all’indifferenza/ di chi ti ha negato la vita», «trova la forza/ per lottare», dice, trova la forza per «vincere», trova la forza per «vivere». Sì, «limpida sono come acqua di fonte», leggo in un verso del Lorca poeta, ma trovo anche una bimba che piange perché «ha paura del vento e della pioggia», del male che è nel mondo.

«Se lei sapesse! Son così ferita, madre, delle cose dalla terra». Ma tu «accendi ora per me le tue stelle lontane».

E anche Quasimodo trovo nei versi di Eufemia, trovo «urla silenziose/ di madri, lacerate dal dolore/ di un figlio che muore». Quasimodo sì, ma nella realtà di un essere che nel confronto scorge lampi di speme sotto «un cielo dilaniato/ dal sibilo dei proiettili», un cielo però speranzoso per quella falce di luna che flessuosa appare nel respiro di un’anima.

Sì, il verso mi riporta al D’Annunzio, al poeta che trovò in Unamuno qualcosa da copiare. «Piove», «piove», «piove», aveva detto Miguel. E le chiare fresche e dolci acque non trovano posto in Catullo che di chiare acque disse in un canto? Leopardi vide nella Vita nova di Dante qualcosa da inserire nel suo bel Primo amore e disse del dì che la battaglia d’amor lo colse nell’anima. Queste brevi digressioni per dire che Efy, nonostante il ricorso alla falce di luna di dannunziana memoria, è nel suo dire originale, autentica, non copia infatti da nessuno e ciò desumo da quel suo apparir fugace in quella «falce» vissuta come speranza, la speme che dà alla vita voglia di sconvolgere menti e cuori con quel dir prezioso. Per questo ode, ascolta e grida, anche lei grida quando a Cutro all’alba trova «frammenti di legno» e «corpi di uomini, donne, infanti/ dalla risacca riconsegnati», e ode, ode ancora nel pianto «urla di madri/ dilaniate dallo «strazio» furibondo per la perdita del figlio. Quasimodo qui forse sì, ma come imitazione di poesia – pura nella nostra Autrice – nella visione d’una vita realmente vissuta, vita di dolore che nessuna lacrima potrà mai lenire. «Fonè atsekìlite attès manèdde/ pu èchune ta martirìatto/ ja to petìtto pu apetèni».

Piomba nella mente di lei quella visione fantastica della luna magari anche pensando al cielo per mirarlo nella sua grandezza e trova il suo sguardo lambito dal sole, le «limpide acque» dei «laghi otrantini» dove «invano» la luna di notte cerca di specchiarsi. È molto piccolo ancora il suo chiarore, non ce la fa infatti. Quella del D’Annunzio invece brilla sulle acque deserte. Ma come?, si tratta di luce calante in lui, come fa a brillare? Io che non amo D’Annunzio sol perché non è spontaneo nel dir dei versi, avvolto com’è nel mistero d’un’estetica trionfante in lui come bellezza navigata sulle sponde d’un oceano non credo in tempesta, dico di lui non per denigrarlo, assolutamente no, perché nelle pagine che non son poesia, nella prosa dunque, lo vedo capacissimo nel costruire immagini degne d’essere vissute in noi, insomma da noi con passione accolte. Ammiro dunque il D’Annunzio scrittore, anzi lo elogio come dipintore di realtà costruite sicuramente nel bello non poetico però, perché non frutto il suo verso di un’anima che anima produce. È il mio parere.

Un «vecchio tronco» vedo adesso in Efy come immagine dell’uomo, sofferente lo vedo e pensieroso nei suoi «occhi lacrimanti, muti» mentre sale «sul vagone». «Il treno», dice Eufemia, «lentamente si allontana» ma «il suo fischio innalza/ un grido disperato al cielo» perché «giovani uomini vanno a soffrire». «Lavorano nelle miniere di carbone» per «la famiglia lontana», «lavorano giorno e notte».

«La sorgente della mia anima era pura», «ma le rive franose dei giorni disperati/ infrangono ancora le mie acque» «sotto un cielo senza terra » (Edgar Lee Masters). Ma «il deserto selvaggio/ diventerà un dolce giardino» per William Blake. «Ti farai [perciò] idoli di ogni cosa bella e libero sarai, gioioso, tollerante, attivo» (Msters).

E nella nostra Efy? Me lo invento io, la luna dai mille colori. Lei predilige la metafora, l’ossimoro, l’anafora, la similitudine con rimandi al mondo antico. Le ansie, trovo in lei e il primo amore che le ritorna in mente, vedo addirittura il suo dolore in una rosa, anche la distanza di colui che ama, un amore adulto e gratificante trovo in lei, emozioni – quindi – tante emozioni nella sua poesia e a volte anche una rivolta dell’anima (la sua) contro la crudeltà umana. Non può neanche mancare in lei l’amore per gli altri sensibile com’è alla sofferenza purtroppo spesso dall’uomo sadico perpetrata (su questa terra) a danno di qualcuno, l’amore la invade per chi è stato costretto a lasciare la propria terra, l’amore, un grande amore è in lei per i cari genitori. È per Efy l’amore «l’unico sentimento che fa stare bene e male insieme, che fa arrossire, tremare, dà coraggio», e fors’anche «uccide». Quella di Efy è insomma poesia contro la guerra e, come lei sostiene, «contro ogni forma di sopraffazione». Brava Efy!

Poteva a questo punto mancare Virgilio? «Sotto l’ombra di una maestosa quercia» è lei, Efemia, assorta nei suoi pensieri, sì Eufemia che osserva «gli orrori del mondo». Sì, lei vorrebbe «svanire» per «rinascere», ma «come goccia d’amore», anche perché «i tuoi occhi color del mare», «le tue labbra rosse» – dice – «somigliano «alle ciliege».

«Eri come una rosa che entrava nel mio cuore» «con le sue belle spine». Ah, «piange», il mio cuore «ancora piange» «per te». Ah, qui vedo Neruda e forse anche Emily e dico della Dickinson.

Ognuno dei poeti però esprime, pur a volte imitando – è il caso di Efy – poesia pura, rimanendo ognuno originale nel suo dire, anche perché le immagini create, quale frutto di anima creatrice, rimangono perfettamente autentiche nell’umile gioia dell’anima che le crea. Imitare, infatti, non è solo facile rifugio in un mondo i cui valori acquisiti producono agli altri facile alimento, è anche voler senza remore accettare degli altri la riscoperta nell’anima di amore (l’invisibile reso visibile dai versi dei poeti). È il motivo per cui il risultato affascina sempre, trattandosi (in fondo) di innamoramento di anima più che di imitazione, di anima che non rimane indifferente nei confronti di anima che ama poesia. Ed è quel che dico sempre.

«Ogni giorno d’oceano/ mi portò nebbia», chiesi «puri dirupi di turchese» chiesi «lo spazio che divorò la mia fronte», l’azzurro «con un’ala/ bianca in mezzo al cielo». Ma ciò è nelle Poesie d’amore del poeta cileno.

Sarai – uomo – conoscitore di stelle vaganti e ruberai al cielo il suo sorriso, mi va di dire pensando a Neruda. Sì, può essere che accada, ma quando penso alla vita che è nel mondo, dico di me adesso, sì, io, parlando di me che dissi un dì? Scrissi di me in Immagine dell’uomo, ma in maniera diversa rispetto a Efy, da come lo intende lei nei suoi versi. È certo però che in quel tronco mi ritrovo io superando – cara Efy – le tue estasi sublimi, riportando me in quei versi che dissero di me come una di quelle «anime che non hanno ragione», privo – mi vedevo – d’intelletto, sì, «pervaso dal male» mi sentivo. Sì, dissi questo un dì di me, ma adesso mi lascio avvolgere in quella «falce di luna» – di cui tu dici, Eufemia – per rincuorarmi un po’ e magari star fuori da quei tristi pensieri che ancora mi invadono l’anima.

No, Efy non imita nessuno nel parlare di quella «falce», è originale in quel dire fantastico che non può scordare quei muretti «a secco di un vecchio tratturo». Lì «mi ritrovai a passare» quando «giunsi» tra gli ulivi tra «musica» e «fruscìo» di «alberi». In essi – dici – solo «foglie», foglie «secche alla luce del sole». Eppur «nella notte buia» di brillare «nuovamente attendi», o luna. Chiaroscuri invidiabili – mi va di dire – della vita, per la bellezza dell’astro che – nelle notti che vanno – splende sempre di più. «Falce di luna crescente», dice Efy infatti, per la quale si giunge – nell’umiltà della luna – allo splendore del sole.

Ma Eufemia è autentica anche nel tradurre di lei in italiano i versi dal griko per cui dir di lei, dei suoi versi nell’aspetto mirabili, buoni insomma, com’è buona lei nell’anima, m’è facile. Se insomma non si è buoni dentro – lo dico e ridico – non vengono al mondo versi buoni, tali da dar gioia alle nostre menti che afflitte volano nel tempo ov’è «l’energia» d’un «linguaggio bianco» che «sgretola» «le sue colonne nella purezza della sua rovina». «Totalità bruciante» insomma intorno a noi, per «l’immota solitudine affollata di vite», come dice Neruda.

«Un vecchio tronco» «avvilito», lei dice, «s’avvinghia alla terra» tendendo le braccia al cielo perché «non vuol morire». Immagine dell’uomo – dunque – nella luce della «luna crescente». «Falce di luna», però dicesti, che si nasconde «dietro le nuvole» «vergognosa», astro lucente per me nella preghiera di Efy perché crescente – nonostante tutto – in bellezza da trovare ovunque nelle sue aspirazioni. Per questo ritengo che lei sia autentica anche nel dire della luna, e di quel «tratturo» che non può non riportare ai versi del D’Annunzio. Autentica anche perché vede crescere in ciel la luce per confondere il suo estro in quella del sole, ciò che in D’Annunzio non c’è. Umiltà – quindi – che mira a grandezza, ma per arricchire di gioia la vita di questo mondo con l’illuminazione – dunque – che coinvolge e avvolge. Questo è il messaggio che io trovo in Eufemia, un messaggio d’amore. Purtroppo i suoi versi in griko – gran dolore per me – non me li posso gustare, non li capisco, non li comprendo perché non conosco la lingua, per questo mi rifugio in altra sponda, in altra direzione, nella loro traduzione in lingua italiana che pur mi giova assai.

Ma anche le poesie in dialetto della nostra Efy tingono d’azzurro l’occhio di chi le legge. «Osci – dice – è na fiacca sciurnata/ zinzuli grigi e neri l’hannu ccumpagnata/ ssumijane allu dulore/ ca tenìa nonnama intr’allu core». Bello, vero?, beh, traduciamo zinzuli nella sua vera immagine, diciamolo in italiano. È possibile?, zinzuli sa di tutto, anche di quel dolce azzurro lampeggiante a sera e poi, cos’altro dire!, non riesco, non è possibile tradurlo in italiano. E «lu sciacuddhi schiattusu»? Qualcuno ha giurato d’averlo visto – non adesso però – in uno di quei lontani pomeriggi d’estate. Beh, diciamolo in italiano se siam capaci. «Intr’allu trappitu s’ja scusu/ cu mbroja la cuta alla sciumenta» Stupendo, vero? Giumenta lei è detta in italiano e per noi può anche andar bene, ma in dialetto non rende di più?

Adesso qualche verso in griko:

«Ena palèo krumùni/ stràkko, skotinò, anòpoto/ senza fiddhòccula/ makrèni tus vrakhònu tu sto ajèra./ Tremammèno, prikò,/ ambratsònni to chòma:/ en thèli na pesèni».

Ed è qui la sua falce di luna: «Skulita tu fengu pu atsèni,/ ampì sta sìnneka kripìnnese antropiàriki,/ tis lì mini tu Derentù sto katarò nerò/ jurèi na kanonìsi sto jalì, ma e’ ssozi…».

E poi: «Ìpia – leggo – pratònta mesa stus ttìchu/ atsè lisària ‘na palèo stennò,/ èstasa mesa sta potàrita,/ ìkusa ti mmusika,/ to ruscio tus àrguli/ pu ‘en èchun kanèna kurumuny,/ manechà fiddòkkara,/ pu rusciane si’ llumèra tu iju…» e altro leggo, che qui non dico.

Non puoi conoscere nella traduzione il sapor vero che il griko racchiude nella velata armonia delle sue forme belle. Si tratta di una categoria dello spirito alla maniera del pensiero filosofico. La bellezza del griko è infatti frutto di ricerca del genio sopraffatto dall’anima che lo invoca come gentile creatura nei suoi tanti suoni, nella musica dolce e nell’azzurro dai vibranti colori pencolanti in un virtuosismo pacato e vistoso di peduncoli dai rami rossi, verdi e blu – se vuoi – questo azzurro, nel rumore delle sue consonanti, vedi zinzuli per dire anche del nostro dialetto. Poi ci sono le poesie non in griko, belle anche quelle, tra le loro righe c’è anche «l’odissea» dei «pellegrini speranzosi» che «attendono/ di essere soccorsi».

C’è anche «il silenzio assordante» dei «corpi martoriati», «dei viandanti» «schiacciati/ sotto blocchi di cemento». Sì, «lacrime amare scivolarono sulle mie gote». Eri tu, «anima candida» come tua madre, «identica a tua madre» con quei «capelli ricci, inanellati», «animata da smisurato entusiasmo», «mi abbracciasti», mamma. «Quando arrivo ti chiamo!». E poi, poi «un boato», «è crollato il ponte Morandi», per colpa di chi?

«Un giorno uggioso/ inciampai/ in te, nel tuo sguardo/ e ti insinuasti/ in me nel mio silenzio», e finalmente l’amore! nella «voglia/ di assaporare/ emozioni impreviste» «con la tenerezza» «dei petali» di una «rosa». E qui la grinta di Efy diventa poesia possente: «Mi piacerebbe/ dipingere con te – dice – la nostra vita». «Tessendo le fila/ rovescia tutti i colori», «delinea i nostri sogni», «cancella le ombre/ arresta il tempo/ assapora la magia/ dei nostri istanti futuri» quando «le tue rughe/ saranno le mie rughe».

Rocco Aldo Corina

​​​​Nota linguistica di Salvatore Tommasi

A volte penso che sia la lingua a parlare attraverso i poeti. Ho davanti agli occhi alcune composizioni in griko di Eufemia Attanasi e questo pensiero mi si ripresenta, insistente. Una lingua rappresenta un mondo, e una particolare visione del mondo. Anche, e forse soprattutto, una lingua minoritaria come il griko, destinata peraltro a estinguersi tra pochi anni nell’uso comunicativo, è legata al mondo che l’ha conservata. Il mondo contadino, in questo caso. E così, anche i sentimenti nuovi, originali, di una giovane scrittrice, per esprimersi hanno bisogno di parole antiche, e di immagini che si legano alla civiltà rurale, alla terra, alla campagna. Ecco comparire, infatti, in queste composizioni, ora un albero triste (“Enan àrgulo”) che alza al cielo i suoi rami spogli e non vuole morire (metafora del desiderio di sopravvivenza della stessa lingua?), ora un’aia (“Mesa sta potàrita “) che è stata destinata a nuovo uso, ma che pur sempre suscita nostalgia e attaccamento al paese di origine, o immagini che, riferite a sentimenti e dolori d’ogni tempo, mostrano comunque il loro legame con la terra: ulivi, querce, giardini profumati, muretti a secco, ciliegie, rose e boccioli… Una poesia, insomma, quella in griko di Eufemia Attanasi, che al mondo contadino rimanda, anche quando parla di temi attuali, come quello dei migranti (“San rindineddhe”), o quando descrive le proprie emozioni d’amore (“To rodo”), e che volentieri a quel vecchio mondo ritorna per raccontare vicende e figure del passato: “Prakàlimma”, “Stazzi i ora”.

La lingua grika condiziona anche lo stile della scrittura e l’andamento dei versi, nel senso che la povertà lessicale e la semplicità strutturale del griko si traducono in un linguaggio poetico sobrio e lineare, senza fronzoli, senza artifici retorici, corrispondente al tono familiare e sincero del dialogare dei nostri nonni. È un dialogare che Eufemia racconta di aver ascoltato con attenzione, e assorbito e conservato con amore nella propria mente. Nella sua poesia, e attraverso la sua poesia, lei cerca ora di riprodurre e riproporre quei suoni, quelle parole, quei discorsi, perché di essi non si perda la traccia e in essi si possano ancora riconoscere le nostre radici.

Salvatore Tommasi

Skulìta tu fengu pu atsèni

Skulìta tu fengu pu atsèni,

ampì sta sìnneka kripìnnese antropiàriki,

tis lìmini tu Derentù sto katarò nerò

jurèi na kanonìsi sto jalì, ma e’ ssozi.

Tos fiddo siomèno atto ànemo

to ruscìto kui,

tos puddìo tis tàlassa sti’ nnitta skotinì

ti’ ffonì makrèa,

amèsa sti’ Venere ce sto’ Giove na lustrètsi

mapàle mèni.

TRADUZIONE

Falce di luna crescente

Falce di luna crescente,

dietro le nuvole ti nascondi vergognosa,

dei laghi otrantini nelle limpide acque

invano cerchi di specchiarti.

Di foglie mosse dal vento

lo stormire odi,

di uccelli acquatici nella notte buia

il cinguettio prolungato,

tra Venere e Giove di brillare

nuovamente attendi.

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