Maria Campeggio

NEL DELIRIO LA LUCE

(a cura di Rocco Aldo Corina)

«Ridammi il sogno», me «l’hai rubato, luna». «Lo afferrerò/ per volare» «dov’è sorta/ la mia adolescenza./ Ho scolpito miraggi/ mentre scorrevano giornate», «leggende» «in un’enfasi acuta». «Ridammi il sogno, luna». «Ho aperto un libro/ con pagine bianche/ e scriverò» «di quel sogno/ che mai mi è appartenuto».

«Venticinque volte ho viaggiato intorno al sole. Quante volte la luna abbia viaggiato intorno a me, non saprei dire. Ma questo io so, che non ho ancora appreso i segreti della luce, che non ho compreso i misteri delle tenebre». «Una parola io sono, che ora significa nulla e ora molte cose». «Mi stanno innanzi il corteo degli anni andati, la parata dei fantasmi della notte, poi, eccoli spazzati via, così come il vento spazza le nuvole dall’orizzonte; svaniscono nelle tenebre della mia casa come canti di ruscelli in valli remote e desolate». «Quali pensieri e quali memorie s’affollano nell’anima!». Ecco, il pensiero di Maria è tutto qui, come in Gibran quando vide «i cieli spargere neve sulle colline e le valli», quando «rivestiva» «gigli silenziosi», quando altro non vide «che pena e dolore». «Ahimè», «che hai fatto» «anima» «mia» «della dolcezza che le tue radici avevano succhiato dal seno della terra», «della fragranza che i tuoi rami avevano bevuto dalla luce del sole?».

Ma vi è «dolcezza» anche «nel pianto», dice Gibran quasi per suggerire a Maria di raccogliere ancora nella sua anima «frutti maturi», dolci «come il miele», succulenti «come il nettare», profumati «come il gelsomino». Sì, ci sono Maria, in te, nella tua anima, questi frutti d’amore, li trovo nei tuoi versi figli dell’alba, così io li vedo. «In un imprecisato momento» – dici – «bevvi» «la gloria» «e la sensazione di essere». Nel delirio a volte che sconvolge la tua anima scorgo un’intensa cultura umanitaria, un opprimente candore che poggia il suo alito sulla riva d’un mare in tempesta. E ti chiedi se il tempo deciderà di cancellare la tristezza che è in te nelle invisibili notti dai palpiti fuggenti e ti metti dalla parte di chi ama nella purezza del suo essere inquieto. Non a caso i tuoi versi sfiorano l’amarezza del Foscolo in un’atmosfera quasi rarefatta e pur densa di tormentose, suggestive vibrazioni. E sgomenta appari nell’insorgere di quel travolgente sentimento che nella fede religiosa annulla quasi del tutto quel manifestarsi in te di quell’ansia che divora incancellabili ricordi, attimi della tua vita – semplice – fatta di sorrisi desiderati, di significati quasi avvolti nella nebbia dei tuoi spasimi dolci e struggenti. La tua poesia, frutto di sorprendenti e imprevedibili riflessi suggestivi nelle continue sequenze dalle apparenti figure contraddittorie come la luce nell’ombra della notte, caratteristica di anime unite nella turpe solitudine, fonde il suo spirito nella chiarezza del giorno che nasce per dar senso alla vita.

Vedo a volte nei versi di Maria un Éluard in quella dolce parte fitta di spasimi, nelle stravaganti e pur splendenti immagini di un essere nel gelo dei ricordi. Urla infatti il poeta contro la sua solitudine nel bisogno d’un amore «più che l’erba di pioggia». Purezza di canto non artificioso come collera che esplode nella sua quasi sensibile irrealtà.

Khayyàm direbbe, nel suo impenetrabile universo, della brevità della vita, della «caducità d’ogni gioia e d’ogni bellezza, col correlativo invito ad assaporare nella musica e nell’amore l’attimo fuggente, senza crucciarsi nell’ansia vana del domani». E fa ricorso il poeta a quel senso «acuto e pittoresco» che è in natura, quella «vestita dei smaglianti colori delle rose, dell’erba verde che sboccia dalla stessa polvere umana con cui il vasaio plasma i suoi vasi e le sue anfore». Tutto questo in un palpito malinconico e gioioso, di dolore e di amore anche nei versi di Maria, semplici ma densi di pathos «nell’ansia vana del domani».

«La poesia ha così il compito di penetrare negli animi per concedere voglia di attuare cambiamenti, naturalmente come il poeta fa trasparire, con le abilità del suo sorriso, proprio del cuore. Bisogna insomma infondere amore per coinvolgere tutti nell’amore, fuggendo dall’odio che uccide e rovina le menti. La poesia deve insegnare, deve educare e portare l’uomo ad una vita sana e buona». Ogni poeta deve far questo, deve usare messaggi coinvolgenti pur nell’amara realtà della vita che spesso lo affligge, come quella di Maria per cui parla nella voglia di scuotere le menti nella semplicità del suo dire fantastico perché vero, sentito, voluto «come in un viaggio di forti sospiri, delicato e umano». «Ho tra le mani/ il bisturi della parola, lo uso – dice Maria – come accetta/ e il sangue schizza via. Così si sfaldano/ le maschere illusorie/ e sorge/ il vero,/ il genuino, l’essenziale». «Vieni – dice ancora – poggiami contro/ la testa,/ forse riesco a trattenerti./ O forse è meglio così:/ la luce che è in te/ devi portarla altrove./ vieni».

«Anch’io amavo, e lei è viva ancora./ Come allora rotolando in quell’iniziale mattino/ stanno i tempi e spariscono oltre il margine/ di un istante. Come allora questo confine è sottile./ Come sempre il più lontano sembra di poco fa./ Come sempre impazza l’evento passato, fingendo di non sapere/ di non essere più tra noi». Ma «io dormivo. Quella notte vegliava il mio spirito./ Si udì picchiare. Si accese la luce./ Nella finestra irrompeva il racconto della tempesta». Delusione in Boris? Forse. Per questo forse «costruisco» anch’io «un cielo/ sotto un tetto/ e guardo in esso./ Poi getto/ la penna, sbadata,/ e m’avvicino a me./ Ho barcollato,/ sono fuggita,/ sono rimasta/ quando non dovevo./ Sono quiete e tempesta,/ lama e scudo, scarabocchio di nebbia». «Sotto le coperte/ respiro/ l’amore che vorrei/ per dominare mondi». Maria Campeggio, sì, questa è Maria Campeggio. «Ride» per lei «il pianto» «e canta la sveglia» «alle orecchie vuote di sensi e ragione». «Abbracciami adesso/ e dimmi d’amore,/ abbracciami forte/ e ferisci/ gli attacchi del desiderio/ che ristagna/ nel mio cielo».

Stupendi versi, vero? Sì, stupendi!

«Dall’albero di miele/ coglierò il frutto/ e tu lo addenterai/ nella purezza del mattino,/ tra origami di foglie/ che carpiscono l’azzurro,/ fame strana di luna/ che ammicca/ a pittoreschi gigli/ radicati nella sabbia». Ma tu «se mi guarderai domani/ fuga/ i dubbi che ti avvinghiano/ e vieni./ E se verrai domani/ correrò sui gradini/ di una scala interminabile:/ penserai che scappo da te,/ ma sappi/ che fuggo/ solo per essere raggiunta». «Tu, la mia fame./ Io,/ la voglia d’amarti/ in un delirio». «Ci sono amori martoriati/ che non chiedono/ e nascondono il dolore/ asciugandosi le lacrime/ senza essere visti». Io «ho acqua e fuoco/ in petto: è Natale». Acqua – dice Maria – che «batte e scorre/ senza erodere» e c’è fuoco «che consuma legna/ e riscalda/ senza danneggiare». E ce ne sono, sono ancora tanti i versi del Di pura luce di Maria che catturano l’anima di chi li legge. Son pieni di strabiliante bellezza ragionata nel sorriso di albe nascenti col profumo dell’incenso che scalda cuori nei raccapriccianti ghirigori dell’avvincente vita.

È qui la confessione di un’anima che non riesce ad avere – e non si sa per quale motivo – l’amore che vorrebbe. Un sentimento esplosivo, quello di Maria, moderato dal giusto amore, modello di anime miti, virgulto di passioni travolgenti. È il mistero della vita per non dire del miracolo che non è se giorno dopo giorno appare come sventura per alcuni, per i più forse, ma che non travolge, anzi riempie di sogno quel dolce azzurro mistero che miracolo non può dirsi. Sì, «contienimi/ nel tuo mondo» «fatto» di «solarità», di «bellezza», di «ciliegie imporporate» e «sulla soglia di casa/ aspettami,/ apri le tue palme/ verso le mie mani piccole,/ sollevami tra le braccia».

«Cerco parole,/ ma Calliope mi trascura», dice Maria, manifestando il bisogno dell’anima – la sua – di fuoruscire dal corpo per darla alla vita coi versi che a volte sanno anche di fuoco quando «l’allegria di una casa» «mi è sconosciuta», così dice, perché «ho succhiato – dice ancora – ferite/ che non erano mie». Ma ci sono le «invereconde» «rose» in lei «che avvinghiano radici» «immaginando» «precipizi alberati», rose – le sue – che «saltano muri», rose pronte a evitare «ostacoli». Eppur t’affanni, pur dici, ad aggrapparti «come edera» «a luci silenti». Ahimè!, «le anime vacillano/ sfiorite/ e tu m’abbandoni/ percorrendo vie d’aria». Ma tu «accendi il fuoco», ti prego, perché «la notte è buia./ Tocca le stelle/ e spingile verso di me./ Saremo insieme pace e sogno». «Ritorno» però io «alle mie passeggiate/ spese invano» «tra i bimbi,/ a cercare te» «nell’ignoto/ che non ho visto mai». Ma è «Pasqua», «si sono schiodati/ lamenti/ e sono andate al massacro/ le lacrime».

«L’uomo si traduce nel dolore, dove trova l’essenza del piacere, e s’affaccia all’amore per provare il sollievo. Giuochi d’ombra e di sospetto, giuochi senza parole e di natura dedicata. Circostanze legate a note di alberi odorosi. Il sereno sta nelle piante di primavera e copre i terrazzi inumiditi. Scoscese senza spine, angoli di foce luminaria. Ecco rampicanti di viola, lucerne spiegate nella notte. Voci languide e pallide che si muovono, che si trovano, che urtano fili di carta. E voli di umane sensazioni, sentieri assetati e colmi di spighe, spiaggia di catene dorate. L’orizzonte diventa specchio e precipita nel bosco l’uragano mentre vanno le spine a cercare i sospiri. Il crepuscolo acceca le tenebre e tutto diventa incenso. Il cuore è sui fiumi che agitano colori e ciò che desta l’incanto sta nel lamento dei fiori. Questo è amore.

Ciò che tortura, che strazia, che distrugge è amore. Ciò che incanta il cielo e tinge di rosa il cuore. Ciò che riveste sentieri e accende colline. Amore è vita e profumo. È ansia, è dolore, è sensazione Amore è tutto, tutto ciò che alimenta e crea. Ciò che unisce e identifica, che dà spasimo e sollievo. Amore è ciò che rende anima il corpo, è felicità, è desiderio, è comprensione. È il grido disperato di gioia in un baleno che eleva e beatifica». È il motivo per cui «ora affido a tutti i venti/ i miei canti arditi», perché «devono cercarti e trovarti/ e svelarti il dolore/ di cui soffre il mio cuore». Hesse è categorico, alla maniera di Maria, nel dire del sentimento come «un gioco nelle perle di vetro che catturano attimi, nostalgie, pensieri e solitudini, giochi e delusioni che sono di uno e di tutti». Esprime infatti la poetica di Maria – come Hesse – «l’aspirazione ad una fuga dallo spazio, fedele al proprio destino e al proprio dolore».

«Ho mangiato/ pane azzimo/ e cinto/ i fianchi/ con corde nodose», dice Maria, e ancora «Quanto lamento/ ho sentito!/ Quanta falsità ho ingoiato!/ Adesso/ sono apostola/ di libellule/ e lucciole farfalline». Adesso «presso un solo altare/ mi inginocchio:/ quello dello Spirito/ che permea ogni cosa». E cerco la pace, la fine della guerra «per udire/ lo stappo del vino buono/ invece che/ l’urlo della bomba». Sì, cerco la pace, «quella implorata dai popoli senza terra e violentati nei più elementari diritti umani».

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