(a cura di Rocco Aldo Corina)
In Patrizia scorgo un’anima errabonda, un’anima che cerca, continuamente cerca in sé la spirituale vaghezza, direi meglio l’inconoscibile sovrumano mistero, la sua bellezza interiore non ancora del tutto esplorata pur nella destrezza di un essere voglioso di un tenero sorriso. Vicino ai coralli della sera, il suo spirito ama l’amore, scorge come lucerna sui terrazzi bruniti l’invadente nebbia. Lontana dai fiumi vede l’alba della sua solitudine.
«Navigo», dice Patrizia, «alla ricerca della mia verità interiore» e «dipingere la mia anima è la mia meta».
«L’armonia» «non è parola né puro smarrimento», direbbe Alda Merini. Ma «io», che «ho soccorso il nemico», «ho avuto fede nei miei poveri panni», «ho consumato l’amore da sola», ma «sono tornata alla scienza» «del dolore dell’uomo» «che è la scienza mia».
Sì, perché ha amato l’amore lei, la «dolce amara» Saffo, «essenza delle muse» fatte di «viole e fiori», e «viola pur te stessa», Alda sei stata, «di un amore ingiustamente negato».
«Mi ritrovo» «in un’oscurità totale» «senza la luce del tuo caldo sguardo» perché «il vento» «portò via» il dolce suono del tuo riso». È la voce di Patrizia, anima vagante che io volli cercare nella memoria di un cielo senza spine. Ma a volte «langue la sera» e «verdi rami chianano al vento/ lo sguardo attonito».
«Nella mia vita», dici, «un mare di dolori». «Mi hanno segnato con ferite profonde».
«Concedetemi l’ispirazione», o Muse, perché m’accorgo dell’infelicità che è alle porte, «date al mio spirito la dolcezza che un tempo sentivo». Il potere della poesia, quindi, come faro per le anime virtuose. La poesia salva, infatti, se è accarezzata da povertà interiore, di ciò che eleva e beatifica. Farsi catturare dal bello è come usare l’anima nel suo misterioso processo conoscitivo e di estrinsecazione per cui lo spirito – che è in me – incessantemente prende forma per affacciarsi al mondo, dipendendo l’estrinsecazione dalla volontà conoscitiva dell’uomo. È un po’ come mirare la bellezza di un dipinto, talvolta lo faccio con la certezza che possa catturare il bello in me latente e portarlo fuori. Devo insomma innamorarmi del bello per poter pur io creare il bello con i poteri dell’anima creatrice.
E credo proprio che Patrizia sia finita in tal processo conoscitivo se nella libertà del suo essere voglioso di luce propone a noi versi di natura celestiale.
Se m’affaccio nelle righe del grande Proust, m’accorgo della sconfinata esistenza d’una forma di variegata ebbrezza espressiva significativa di bellezza antica, quel che vedo in Patrizia negli angoli di quel «fluire lento» di «acque» «che scorrono placide» «verso il mare», in quelle «lunghe notti passate sulla scena» quando «una carezza di primavera» risvegliò il suo «spirito immortale».
Per Proust «La sofferenza, nell’amore, ogni tanto cessa, ma per ricominciare in maniera diversa. Piangiamo nel vedere colei che amiamo non avere più con noi quegli slanci di simpatia, quegli approcci amorosi dei primi tempi, soffriamo ancora di più che, avendoli perduti per noi, lei li ritrovi per altri».
Dissi un dì che «appaion divisi, il mondo e il mare, e, se vuoi, la terra e il cielo, da invalicabili vie lunghe e deserte, infeconde e amare, sol quando l’uomo si separa dal bello per sconfiggerlo col suo viver spietato e dannoso a sé e all’universo tutto, in attesa d’assaporar presto l’ingordo ignobile assurdo piacere ignaro, ahimè, d’allontanar per sempre l’anima sua dall’amabile bene divino.
Ebbene può il messaggio dei poeti determinare «il cambiamento attualizzando la parola ornata senza agganci a sofismi o macchinazioni deleterie, nella laicità della forma poetica per un processo edificante e formativo nel consolidamento dei fondamenti del sapere». Ebbene Patrizia, la cui poesia nella sua profonda meditazione detta insegnamenti di natura morale – espressione di anima buona per una vita serena – conduce nel desiderato canto lunare.
Quel «profumo d’antico e di novella primavera», di cui dice Patrizia, mi riporta al Pascoli d’un tempo «tutto caldo e sereno» nel cuore dell’Autrice. «La vita scorre» «tra questi vicoli», «tra queste piazze» dove «non manca mai l’allegria», «la leggerezza di un sorriso», dove ogni cosa «ha ancora un senso», «una ragione di vita», «di serenità», dove «oggi» dietro «cancelli» e «case di pietra» il cuore di lei, di Patrizia, «trova la pace» in «questo mondo», dice, «fatto di vicoli e sorrisi». Che bello!
«Tra le leggiadre danze del mare» «le brume» dei suoi «pensieri» che «trascinano» «su e giù» il suo «cuore» in un «tempo» che «scorre» in «ogni attimo» «sempre unico e fugace». E nello «scorrere del tempo», sostiene Patrizia, «noi siamo come l’acqua», «immutabili e mutevoli», come “zinzuli al vento” insomma.
Lucrezio parlò di albe lucenti «nel grembo della madre terra», e delle «splendide messi», parlò del silenzio della ragione, della «poesia» che può lenire il dolore. Sì, può farlo perché «è santa, e dov’essa è spenta, la società, perduto ogni vincolo d’amore, intristisce nell’individualismo e muore». Ciò trovo nelle pagine che mi furono un dì donate sul Mazzini idealista, l’educatore che diresse l’Umanità verso Dio invitandoci «a considerare la vita come missione e sacrificio». «Voi dovete adorare Dio per sottrarvi all’arbitrio e alla prepotenza degli uomini. E nella guerra che si combatte nel mondo tra il Bene e il Male dovete dare il vostro nome alla bandiera del Bene e avversare senza tregua il Male. Sulla via del primo, voi m’avrete fin ch’io vivo, compagno». Così l’Eroe del Risorgimento in uno dei suoi scritti.
M’affaccio, quindi, pur io a poesia come vuole Mazzini, come pur il poeta della natura suggerisce, per inebriarmi anch’io di «quelle fonti intatte» da lui dette e «trarne sorsi». Alla maniera di Lucrezio, anche Patrizia medita e scrive contro il male che circuisce anime buone per legarle alla cattiveria che da secoli gli appartiene. Le parole di Patrizia «danzano» «agili e leggere» per «formare trame avvolgenti» «come fili d’amore intrecciati». «Sgorga» la sua poesia «come un fiume» per salvare anime, la sua poesia «racconta» «amori», racconta «fragili» «emozioni». E scorge «sorrisi» e «lacrime», e – «si svela» – «vibrante» – per infondere nell’anima «di chi la sa amare» quella «carezza» che «avvolge» e «protegge».
Sì, il tuo «sorriso» «è un pozzo senza fine», «una riserva d’acqua fresca e cristallina», acqua «che disseta» la tua «sete ardente» e ti fa «sentire viva», «rinata».
E per parlar d’amore e di sogno e di sovrumana bellezza antica bisognava – a dir del Bembo – entrare in un luogo in cui mirabilmente amore mostrar poteva le sue ineffabili fattezze, in un «giardino vago molto e di meravigliosa bellezza». Ma anche per Patrizia può esser tormento amore forse perché può il cuore, che desiderio ha di bellezza, il più delle volte provare smarrimento e il bello veder brutto. Ma sempre d’amor si tratta perché amore è alito dell’universale spirito fantastico che in stati suoi delicati è anche in grado di recar sofferenza. Doveva il Bembo parlarci dell’amor tormentoso per condurci ad altro amore non più terribile né solo in apparenza bello in quanto vero e di sovrumano aspetto, perché completamente di Dio.
Bisognava entrare dunque – per il Bembo – in un giardino «vago molto e di meravigliosa bellezza», in un giardino per Patrizia tinto d’amore e di tanta «luce» e in un mondo «che non finisce mai di fiorire» va la sua beltà «verso il sole e il suo splendore».
Eppur «mi perdo nei tuoi abissi» guardandoti «negli occhi» pensando ai miei che «raccontano la mia storia» di «dolore» e di «speranza».
«Non mi arrendo» – dunque – alla disperazione», convinta come sono che «quando il sole sorgerà» su un «nuovo» «mondo» la «mia poesia» «sarà un canto di speranza». Poesia – dunque – come anima, quella di Patrizia Cannazza, poesia come verità alla maniera dello Schiller che – in quanto anima o spirito come verità – tende, nei suoi momenti creativi, alla perfezione grazie alla ricerca nell’anima, alla sua indagine conoscitiva «che condensa prima e poi abbrevia nella bellezza scaturita dall’anima». E mentre «la mente scorre come un fiume,/ tra le sponde di una vita spenta» cercando «un senso», l’essenza che la «faccia sentire viva», poesia diventa filosofia dell’esistenza. Grande Patrizia!, la tua poesia come germoglio dai sussurri invadenti, fulgore di luna dai ghirigori azzurri in un passo silenzioso, stridente a volte, come d’estate l’armonia delle vaganti stelle.
«I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi/ quante volte hanno pianto davanti a me», quei tuoi «occhi gioiosi» con i quali un giorno tutti «si guarderanno l’un l’altro/ fraternamente», tutti «con i tuoi occhi». Sì, i tuoi occhi, Patrizia, vedranno quella luce che cerchi da tempo, che ti farà trovare quel «cammino felice» che in fondo ti appartiene perché sei buona. Ci sarà per te «una voce», «una presenza», una «nuova alba». Ti parla chi ha sofferto «il sudore della fronte, la verità e la menzogna», «l’amico e il nemico», «la nostalgia la gioia il dolore». Sono passato anch’io «attraverso la folla/ insieme alla folla che passa». Grande Hikmet e grande anche tu Patrizia! Hai l’anima buona, no, non sei quella «goccia che si confonde» in «un fiume che scorre veloce», perché se di vero amore sa quella goccia, non può che riempire di grande amore quel fiume. Tre gocce d’amore possono cambiare il mondo, la nostra vita, se son di purezza piene.
In fondo abbiamo tutti bisogno di amore, per gioire nell’amore. Lo dici anche tu: «Amami come il mare abbraccia la costa», «come il sole che scende sull’orizzonte», «come la pioggia che cade dal cielo».
«Oh, come mi sento sola!», «un’immagine indefinita», dici di essere, «una figura nella nebbia». Ma no, la tua «mente è chiara», lo dici tu, «riflette come un lago calmo». «Le mie parole», dici ancora, «devono danzare» «come foglie sul vento che soffia». Che bello, amica cara! «La mia libertà è nel mio spirito» – dici – nella «capacità di creare bellezza», e bellezza crei. Sì, è «un’opera d’arte» la tua vita, sogno divenuto realtà negli specchi crudeli di un tempo.
«Nella mia vita, un mare di dolori,/ che mi hanno segnato con ferite profonde,/ ma io ho lottato con tutte le mie forze,/ per trovare la bellezza in ogni cosa».
«Ho dipinto il mio dolore sulle tele», «ho mostrato al mondo la mia verità,/ senza paura di essere giudicata». «Le mie tele sono state il mio rifugio,/ dove ho potuto esprimere la mia rabbia,/ e ho fatto della mia sofferenza un’arte,/ che ha toccato il cuore di tanti», «ho trasformato ogni dolore in un messaggio». Grande Patrizia!, grande il tuo cuore, grande la tua anima! Ma «se sorridi una gran luce brillerà su di noi», sostiene la Dickinson, immersa come te nelle sue tante immagini di amore.
«Piango», dice Emily, «non per il dolore che sento/ ma per la forza gioiosa che ho», come tu hai:
«Così, tra le sterpaglie e i rovi,
io vado avanti, un passo dopo l’altro,
sulla strada incerta che porta
verso il sole e il suo splendore».



