(a cura di Mimì Mastria)
Non appena ci si immerge nella poesia di Patrizia Francioso si avverte che essa scaturisce da una profonda riflessione sul senso dell’esistenza espressa dalla costante osservazione dei gesti della quotidianità a cui ciascuno vuol dare un valore, ma che il più delle volte si rivela nella sua inconsistenza: “Il peso specifico della felicità/è nella sostanza dei pensieri”. È felice chi non pensa, mentre la consapevolezza è sofferenza, così “la disinvoltura è un privilegio”. La vita è una finzione di rituali e mancanza di verità che generano dolore che rimane attaccato all’anima come le foglie del sottobosco che si appiccicano ai passi del viandante.
La poesia di Patrizia, dalla parola scarna ma al contempo musicale, si esplica attraverso immagini che diventano metafore della ricerca continua degli abbracci che rivelano il senso vero dell’amore costantemente cercato ma avvertito nella sua fragilità ed evanescenza. Ed ecco che la poetessa si interroga sul ruolo dell’altra metà del cielo: in quanto donna sente la fatica di esserlo in una situazione di sospensione in cui l’amore dovrebbe dare gioia ma lei ne percepisce solo la superficie. Tutto sembra sfuggirle col tempo che vanifica lo sforzo di mantenere gli affetti e di realizzare desideri.
La memoria diventa il mezzo per ripiegare nel passato, talvolta verso la fanciullezza fatta di sogni. Ma la quotidianità la riporta al suo presente e il buio della notte torna ad assumere la veste del tempo che passa e non permette rimpianti, così la poetessa avverte la vita come acque stagnanti, espressione di un destino che porta all’accettazione del limite umano.
Lo sguardo al presente si palesa con immagini in successione del periodo della pandemia vissuto attraverso i media durante il confino obbligato, che mantiene divisi gli uomini e solo la vibrazione di un cellulare o lo sguardo verso il telefono spento accenna alla presenza della vita.
La mancanza del dialogo però non deriva solo dalla lontananza, si può essere vicini e sentirsi soli, e la poetessa si sente come un fiore reciso, come una mimosa simbolo della donna che lotta per emanciparsi ma che ha bisogno dell’abbraccio per sentirsi viva, e ancora una volta il gesto dell’offerta di un fiore di mimosa diventa una ritualità vuota che la rende insoddisfatta.
Patrizia torna spesso sull’assenza di certezze nella constatazione della vita fatta come i cambi di stagione: tutto si ripete nella fatica che logora l’esistenza, di sogni che non si sono realizzati e che lasciano i loro segni sul corpo e nell’anima.
La sua quotidianità diventa lo specchio di ogni donna che ritrova in esso la propria fragilità e il vuoto esistenziale in cui ciascuno si dibatte per trovare il senso della propria vita, nella ricerca affannosa della propria identità che trovi nell’altro, uomo o donna, un compagno col quale poter sopportare anche il dolore, al di fuori di ogni ipocrisia.
— sfila la vita in grigio … e nei versi di leopardiana memoria: … Momentaneo (?) il dolore/ ed effimera la gioia. / L’indifferenza della natura / sublima l’attimo / – la (pro)creazione, la gestazione / il fiorire e lo sfiorire. Panta rei. / la poetessa condensa il suo pensiero della finitezza di ogni uomo nella amara constatazione che tutto passa e giunge la fine dello spettacolo, la caduta del sipario e la “quadratura del cerchio” che conclude la vita nel Nulla.
Una poesia fortemente intimista, una poesia dell’anima quella della Francioso in cui ogni donna, ma anche ogni uomo può specchiarsi e la condivisione di sentimenti in un momento fa sentire meno soli.
Disincanto
Il peso specifico della felicità
è nella sostanza dei pensieri.
Il matto, lo sciocco,
ne hanno dimestichezza.
Più facile, per loro,
lavorare con gli scarti.
Indirizzare, incanalare, sgrossare,
prendersene cura –
la cura dell’accoglienza che implica
lasciare andare.
La disinvoltura è un privilegio.
Costa consapevolezza
e si misura in grammi.
Finzioni
Luoghi d’artifici ricolmi,
d’amori meschini, di storie bugiarde,
[d’anditi stanchi.
Rituali d’estemporanee glorie.
Anonimi burlesque su palchi consumati.
Sospesi: un pugno di minuti, la riga
[dell’asfalto, una voce.
Occhi distratti non vedono.
Menti assuefatte non sentono. Bocche
[collimano, non sfiorano.
Luce. Luce ferisce, luce annienta, luce
[stordisce!
Viandante solitario, rincorro le orme dei tuoi
[pensieri.
Esausta. Impotente. L’orrido in agguato.
«Ehi!»
Scuotendo le paure, hai stretto la mia mano.
Stanze
Un altro sole risorto filtra nella stanza
Non dissipate, le ombre, si scansano di poco
Don Chisciotte ha decretato battaglia
Il bottino, pare, è il lievito di birra
L’odore del caffè cola lungo le pareti
Minato il guscio salvifico della fissa dimora
Un gatto, metodico, si lecca le ferite
Affetti tagliati a vivo, e messi in sicurezza
In standby le libertà. Gli orologi di Dalì
La videochiamata non è una prospettiva.
Voli pindarici
Non li è dato dormire il sonno dei giusti
E, del resto, non saprei dire del segno
Che delimita l’errore. I segni,
con i quali ho dimestichezza,
sono le rughe
che, come crepe, collassano
nelle segrete delle sconfitte.
Il buio si mescola alle voci della notte,
stempera le ore e le amalgama ai pensieri.
Lucciole, origami e piccole lune
-un airone di carta è bruciato in volo.
Di colpe
È sulla terra che si espiano i peccati.
Inchiodati
Allo specchio della coscienza,
guaendo
come bestia ferita,
ogni spasmo, uno squarcio al pudore.
Dagli anfratti della mente
Nuda avanza la colpa,
recando i segni del limite violato.
Stringe il cerchio dell’iride: scarlatto.
Langue il respiro. Flebile nenia alla pietà.



