La favola bella di Marirò Savoia

(ovvero, la poesia)

a cura di Tina Cesari

La favola bella che illuse D’Annunzio e la sua Ermione e le favole nuove che l’Autrice, Marirò Savoia, cerca con ostinazione, sono i miracoli che solo la poesia, e l’arte in generale, sono in grado di fare, soprattutto in questi tempi così ostili.

«Ho bisogno di magia// e di inventare favole nuove», scrive la poetessa, che non ha perso i sogni che insegue adagio per non farsi male, e aggiunge che cerca «con urgenza nuova vita» sostenendo che «urge dissodare» per accogliere di nuovo il sogno.

Eppure, «la vecchia favola non seduce», semmai illude, come richiama il poeta Vate e questa apparente dicotomia rivela il sostrato filosofico, la ricerca che si fa esistenziale per cercare di spiegare «la vita vana senza senso» di leopardiana memoria.

Come il poeta di Recanati, Marirò si interroga come lei possa capire «il senso, //se il senso c’è, dell’esistenza» che si traduce in un unico interrogativo: ed io che sono?, immortalato nel suo Canto Notturno da Leopardi, e le azioni ripetitive che lei descrive in una poesia, ovvero «scendere dal letto // cominciare a fare//per tutto il giorno// per tutti i giorni// a sfinire» non sono forse quelle che il pastore compie come metafora di tutte le fatiche dell’umanità? Il pastore non è forse lo stanco viandante in cerca dell’oriente che dà il titolo a una sezione della sua raccolta Mi basterà essere vento?

Eppure lei cerca «inaspettati orizzonti», molto simili agli interminati spazi e ai sovrumani silenzi di Leopardi, perché proprio quando si tocca il fondo si trova poi la spinta per cercare di salire a galla e allora «nudi rinasciamo// nella vergine attesa//di una verità più bella e «con umana presunzione// in me cerco il sovrumano».

Ecco i due grandi nuclei tematici attorno ai quali ruota tutto la produzione poetica di Marirò, ovvero la constatazione dell’insensatezza del vivere e la legittima richiesta di dargli un senso, per cui lei scrive «cerco il senso di questo mio stare».

No, non è un gioco di parole, è la seducente formula utilizzata nella sua poesia per spiegare il vero e, nel contempo, adombrarlo di elementi suggestivi come la favola, il sogno, la ricerca di nuovi orizzonti che orientino il lettore, come una bussola, verso la ricerca di cosa possa dargli sollievo, anche se poi essa, una volta impazzita, ha perso il suo nord come afferma Montale nella poesia La casa dei doganieri di cui il richiamo linguistico è presente nell’immagine della banderuola che gira nella testa dell’Autrice.

La poesia non è soltanto esternazione di sensazioni e stati d’animo, è presa di coscienza del reale per poterlo tramutare in qualcosa per il quale valga la pena viverlo, ovvero andare verso ovest, scrive Marirò, proprio come Ulisse; questo invito, poi, si trasforma in un imperativo categorico: «Lasciate stare// chi morde l’oggi//con denti d’affamato// senz’altro sperare// che vivere il domani».

La constatazione del vero si esterna anche nella forma dell’ironia con cui lei si fa beffa dei comportamenti umani per cui scrive: «poveri noi, che ci pensiamo eterni// e ci dispiace di essere interrotti» smascherando questa smodata voglia di apparire, di tirarsi a lucido, sempre più urgente, di questi tempi, «per conquistare consenso// necessario alimento// di una vita ordinaria» diventando la cifra con cui si caratterizza il suo stile di scrittura, senza orpelli linguistici e divagazioni vacue, attribuendo la giusta connotazione a ogni termine utilizzato.

Pur nella consapevolezza della poetessa che «uno spicciolo di vita// resta ancora da giocare// in questa bisca quotidiana» succede poi che «anche Chisciotte è stanco», è arrivato il momento del vivere «nel tempo degli oscuri pensieri»; le ombre calano, soprattutto nella seconda raccolta, intitolata Mi basterà essere vento, una sorta di bilancio della vita che prefigura già un’altra dimensione; infatti, «Tànato chiama con sirena voce,// canta di pace e non ho funi// per legarmi al palo».

«Lento, lento il corpo s’avvizza// si curva perde il suo centro//è foglia che non vuole cadere// che oscilla al gioco del tempo»; l’immagine della foglia diventa il leit motiv di entrambe le raccolte esaminate che volteggiano anche graficamente nelle varie sezioni della prima silloge D’autunno le parole e diventano metafore della vita.

La parola foglia, declinata nelle diverse varianti, ricorre spesso nella poesia di Marirò, sia che volteggi nell’aria, «languida danzatrice nell’ultimo ballo», sia quando è lavata dalla pioggia estiva, è foglia che oscilla al vento con la quale l’Autrice condivide «l’eterna sorte// di chi nasce senza scelta», è la foglia portata via dal vento, è la foglia che emana il suo odore marcio dell’autunno, emette il suo respiro lungo mentre cade senza vento, è quella che viene spazzata dal viale.

Ma la foglia è in grado di fluttuare e, quindi, di adattarsi al ritmo della vita, di piegarsi al fluire inesorabile del tempo e agli imprevisti, si lascia trasportare docilmente senza opporre resistenza, perché la resistenza comporterebbe rottura e le foglie diventano parole.

Nella poesia La pioggia nel pineto, citata inizialmente, il Poeta scrive che nel concerto che fa la pioggia bagnando le foglie «non odo parole che dici umane»; ecco, la parola diventa poesia affidandosi al movimento catartico delle foglie, la favola può iniziare.

Tànato chiama con sirena voce,

canta di pace e non ho funi

per legarmi al palo.

Dell’abbandono quindi giunge

l’ora di diventare aria.

Crollerà ogni edificio

pietra su pietra innalzato

con calcoli inesatti.

Cadrà la maschera farfalla

che mi protesse.

Sull’anima ogni velo

non avrà posto

nuda davanti a me

dunque saprò chi sono

nell’improbabile giudizio

a mio favore.

Non servono parole

nella lontananza

la fune che ci lega

ha suono di memoria

del fiato uscito dalla bocca.

Tu non sarai mai solo

mi basterà essere vento

lieve sul tuo viso

se della pelle mia

avvertirai distanza,

mi basterà essere sogno

per dirti del mio amore

se cercherai di me

l’impronta sul cuscino.

Ancora mi sorprende

la notte di luna piena

che spunta sfacciata

tra le palme del giardino.

Con anima innocente

mi avvolgo con la sua luce

e lascio che la mia pelle

ne beva l’energia.

Ho bisogno di magia

e di inventare favole nuove.

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