-di Anna Rita Merico–
Marirò Savoia a Maglie, 28 maggio 2022, presso Galleria Capece)
Come foglie.
Foglie nel momento in cui si avventurano nel volo leggero senza dritta traiettoria. Foglie appaiate al soffio di un vento di dentro che le fa volteggiare, le mette in comunicazione tra loro, le inabissa nell’ultimo passo di danza, le accende di tinte furiose. Il regista ne vivifica i fuochi. Il regista: un autunno di intenti che chiude solo per aprire. Un autunno di pieni che sorprende il sé e l’altro appaiandoli in una comunicazione di gesti intensi capaci di dire. Dire oltre ogni parola.
Marirò cerca superamenti per dire pienezze d’amore, favole nuove in grado di indicare leggere svolte in cui la fine allude a intensità senza rimpianti e non ai vuoti di conclusioni incipienti. Magico questo pieno che Marirò ci dona. E’ il pieno di quella acuta libertà frutto di un’esistenza in cui amare ed essere si sono date continuamente staffetta. Nelle pagine dei versi di Marirò tutto sa di pieno di vibrazioni, di sguardi birbanti che mai si saziano di vedere, scoprire, restituire.
L’andirivieni tra i liquidi amniotici, le acque cristalline, le pienezze del verso è un andirivieni che accarezza il percorso esistenziale vissuto tenendolo nel ritmo del desiderante e del salto pronto che svolta l’angolo. La tensione espressa vince, ancora, la partita con il domani. Gesti lenti come sussurri appena orati vengono catturati, da Marirò, all’interno di ragnatele di parole che costruiscono pensieri nuovi, emozioni piene, accese nelle loro tensioni verso un nuovo sempre desiderato.
…
Quasi al termine di questa preghiera
comprendo che ogni attimo è incanto
e godo la mia età più bella
ebbra di ogni goccia che disseta
sia nettare divino o acqua salata.
Pochi gesti, memorie di tempo, calde sospensioni, il verso di Marirò Savoia si muove e fa casa in un universo concluso fatto di certezze, di aria densa, di ansie lontane, di possibilità aperte. Sono le possibilità del perdono da donare, innanzitutto, a sé. E’ perdono che apre, è spessore di consapevolezza, è salto bambino alla corda del tempo che passa fondando circolarità, malìe di ritorno, uscite piene dai bui.
…
Con ali forti e corpo snello
voglio tornare anch’io nella terra fatata
dove scoppiavano sogni variopinti
come allegri fuochi d’artificio
e folli amori spensierati
mi facevano garrire.
Da uno slargo, non chiamata, la nostalgia pattina leggera su una foto, nelle pieghe di una canzone legata al ricordo, una circonvoluzione che lega filo di ricordo e attese, passi indietro e stravaganze di pensiero per un futuro che, da bambina, era sogno avventuroso. Sogno che, ancora, non immaginava gl’intoppi della realtà adulta.
…
I ricordi come legno di mare
levigati da nostalgiche onde
io sgraffio
per ritrovare l’essenza
sotto il bianco incrostato.
Lo sguardo all’indietro cerca le risonanze del senso in grado di generare racconto. D’ogni esperienza cosa resta? Il vento continua a smuovere ogni cosa. Smuove foglie e pensieri, naufragi e orizzonti, speranze e umana esistenza. Nell’era di fonda crisi, l’uomo ha eretto cattedrali come segno dell’infinito desiderio di vivere, desiderio che innalza e colora, desiderio che ricostruisce trame e nuovi ascolti di sé e del mondo. Così, l’Autrice rende simmetrico il proprio andare a quello della storia che sa, sempre, anche nella crisi, rialzarsi guidata dal movimento desiderante dell’uomo. Marirò avanza lenta come una lumaca, sì, ma –anche- come una regina tanguera che addomestica vita e movimento rendendo, attraverso il verso, la sua maestrìa di contatto con l’esistenza. Marirò Savoia priva la vita del tempo lineare, del dolore che disordina il passato, il suo è gesto che governa e modella, il suo è verso pieno che ringrazia vita e passaggi. Il suo è gesto-signora pregno di sé.
Scrivo poesie
prima di morire
cerco con le parole
il senso di una vita
presto orecchio attenta
al suono dei ricordi
scopro sentimenti
celati nel profondo.
E più ancor
sento le grida
dei tanti me nascosti,
li libero tutti
do loro un ragione.
Lo spazio dell’esistenza e dell’interiorità è reso sacro da Marirò Savoia grazie ad un gesto semplice: la fonda accettazione, il fondo “sì” ad ogni piega del destino personale. Tutto è steso sulla panca del tempo andato e lei ne prova cura attenta e amorevole. Nulla è nello spreco di sé. Tutto è asse centrato nelle pieghe di una milonga che sa prendere e dare, un tessuto di fili larghi che lasciano passare e respirare ogni virgola, ogni parola, ogni respiro di vita.
Quando dissi di amarti
non volevo rinunciare a me
né consegnarti la mia storia
perché tu la riscrivessi
alla luce della tua.
…
Quando dissi di amarti
non volevo donarti l’anima
e indossare la tua.
e adesso che io sono te
non posso lasciarti
senza perdermi.
Il dominio del cerchio della condivisione non è fatto di rancori o di pretese ma attraversato da un lento scivolare dal “me” al “tu” come passo in grado di dare nutrimento ed evoluzione ad ognuno.
E’ una vicinanza senza colpevoli, è vicinanza di morbide pieghe in cui ciò che Marirò non perde mai di vista, è se stessa, il proprio equilibrio, il proprio continuo desiderio di liberare sempre l’aquilone dal proprio filo che, come Lei dice, lo tiene in ostaggio. Immagini dietro immagini, metafore dopo metafore, mai nulla di pesante, mai nulla che non sappia di passo sapiente, di cambiamento voluto, di limite cercato. Marirò Savoia ci lancia in un mare ampio ma, al contempo, si muove in esso come se movesse passo in una stanza dal perimetro definito.
La mia anima come un tram
apre le porte,
qualcuno sale
mi tiene compagnia
…
Qualcuno scende
perché è arrivato
o trova scomodo il sedile.
tutti lasciano un ricordo
dolce-amaro sempre,
intanto che la mia corsa
si dirige al capolinea.
La silloge presenta sei sezioni: Favole nuove, E così sia, Inciampi, L’anima pesante, Amori, Io sono una lumaca.
Io sono una lumaca è un distillato della Sua poetica. Pochi segni per delineare un bilancio non definitivo di arrivi, partenze, incroci, presenze, allargamenti di orizzonte, rotte, profondità. Movimento lento, tracce e scie di luoghi dell’anima. Tutto molle chiuso nella cifra del già vissuto. Come tanta poesia di donne d’epoca contemporanea, il molle di insetti indica parti fonde che racchiudono qualità in cui ci si immedesima per dire le profondità dell’anima e il sostrato di archetipi primordiali che la abitano. L’anima di Marirì porta con sé la casa-rifugio dell’intero suo andare. Un andare che l’Autrice continuamente re-impasta al fine di armonizzare ogni possibile contrario, ogni possibile asperità. L’esito è un impasto morbido, denso, odore di vaniglia e profumi di giardino, un chiostro limitato che, all’occorrenza, sa slargarsi e dirsi universo. Universo che accoglie.
…
Tranquille melodie
per un giorno di festa.
-Marirò Savoia, d’autunno le parole, Milella, Lecce, 2020, con uno scritto di Maurizio Mazzotta e postfazione di Carlo Mazzei–



