Andrea Donaera – LE ESTREME CONSEGUENZE

(a cura di Tina Cesari)

Il connubio tra poesia e prosa già in parte sperimentato nella costruzione del romanzo “Io sono la bestia” si materializza nella silloge “Le estreme conseguenze” di Andrea Donaera, dando quasi vita a un nuovo genere di scrittura poetica che poco ha a che fare con lo sperimentalismo e si pone oltre il concetto di ibrido, anzi lo trascende nel senso di una osmosi totalizzante tra poesia e prosa.

«La casa in cui ti vivi è tutta un esitare», scrive il poeta, ed è anche la «casa in cui ti muori» e, ancora, siccome «la casa è di carta», espressione, quest’ultima, che compare nella poesia-incipit della raccolta Solus ad Victimam, da lì si dipana il filo delle sette Memory che compongono la silloge in cui la prosa scivola inevitabilmente nella poesia in maniera spontanea e non ci sono segni di rottura, anzi i confini si annullano.

«Imbrigliato nel verso lungo, libero, magmatico», l’ Autore dispone con audacia i suoi versi che possono essere lunghi o anche brevi, o solo emistichi che si alternano con naturalezza a versi più prosaici come in certe poesie della Anedda; alcune volte, invece, i versi sono disposti quasi in un gioco di movimenti che fa venire in mente certe costruzioni di Caproni.

Lo stile, solo in apparenza laconico, scandisce un ritmo quasi reppato, con il gioco di assonanze, consonanze, allitterazioni e paranomasie: «Ti resta lo stacco, lo spacco-il grido/lasciato silenziato nelle cuffie,/la bottiglia piena lasciata andare,/il poco pavimento impraticabile, /apri, esci, stacchi, spacchi» dove l’apparente epigrafica accumulazione è funzionale alla descrizione di uno status interiore ben preciso e identificabile.

Non a caso, all’interno di questa scansione ritmica fanno capolino echi di un sottobosco musicale in cui affiorano le espressioni «ti arpeggi», «immimemori», «il mi minore in testa, «i suoni delle cose si fanno intermittenti» come le pause diseguali di certo Notturno dannunziano e le pause sono date dalla punteggiatura, presente in maniera ossessiva ma, come accade in musica, le pause sono necessarie e funzionali alla fruizione dei suoni, in questo caso delle parole.

Interessante è, inoltre, il ricorso ai segni matematici come tonde e quadre, rinchiuse all’interno di graffe che imprigionano i pensieri in un protendersi dal particolare al generale, come se l’ Autore guidasse il lettore nel labirinto dei suoi pensieri per tracciare un percorso da seguire che si snoda dall’interno verso l’esterno; dunque, l’assioma (ecco un altro termine matematico) viene spiegato anche se per sua natura non può esserlo e quindi la volontà di svelarlo: «non sai, ma sai che sei» che compare nella poesia Assioma.

La struttura delle strofe- nonstrofe dalle forme cubo che ricordano quelle di Amelia Rosselli non sono uno scherzo grafico di chi sperimenta ma racchiudono pensieri compiuti che hanno lo stesso valore dei versi racchiusi nei segni grafici per cui è poesia e nonpoesia, poesia e prosa che si trasforma in una continua rocambolesca successione di immagini, come in Diary of a madman (fa venire in mente Lu Xun); «sbagli tutto, sbagli sempre, hai foga,/hai dadi da lanciare mentre sei affacciato,/volano per tre piani,/fai poi le scale,/sei quasi fuori», dove le scene si susseguono come fotogrammi di un film.

Siamo in presenza di uno scontro vibrante e ondeggiante tra il piano ideale e ipotetico e quello del reale, crudele, acerbo e razionalizzante; «siete soli: tu e le cose vere» di Un diario di campo e «quella specie di cosa magica oggi inattuabile dell’incontrarsi senza previo appuntamento» della poesia Notte si contrappongono «alle cose mai vere dello schermo/spento» in Lete.

Ma quando l’io poetico non riesce a dormire tra i ricordi anche «se sai che non sai cosa sei» gli viene in soccorso l’immagine in cui tu «urlavi solo di gioia o/di canto» per cui, nel buio della notte «lasci la luce accesa» e dici a te stesso «resisti, Donaera».

Le ricostruzioni, espressione che da il titolo all’omonimo testo, sono forse un tentativo di dare una struttura a ciò che è ormai decostruito attraverso il ricordo di personaggi come Dario, Albé, Miché, Giorgio, Gigi e Ugo, minuscole tessere che potrebbero ricomporre il mosaico della vita, saldare la sutura tra passato e presente ma tale ricerca risulta fallimentare perché il bosco, il luogo mitico che ospitava i suoi ricordi è diventato un’immensa colata di cemento e vorrebbe ritornare lì ma non sa chi per primo è andato via da quel posto mentre lui è diventato «inaccessibile».

All’interno di questo apparente magma e vagabondaggio di parole che non prefigurano il raggiungimento di alcuna meta il lettore viene guidato da un filo che permette di inoltrarsi nella labirintica lettura, per certi versi affine a quella di Gabriele Gabbia, i cui appigli sono dati da frequenti riferimenti letterari come il rivo strozzato, le muraglie, i cocci, le bottiglie, il sud del sud dei santi e le anime prave di Caronte, il traghettatore della livida palude in cui l’autore naviga «sommerso e non salvato».

Se sembra essere vero che «sai che non sai quali sono le cose vere» della poesia Es il fatto che «la lingua muta e tu ti trovi non mutato/ nella poltiglia stanca delle cose da dire» di The misery sembra essere la rapida risposta alle estreme conseguenze a cui può giungere il pensiero poetante quando si pone alla ricerca di quel varco montaliano che separa la realtà coercitiva da quel mondo, per fortuna ancora incorrotto, di un io stanco, per cui «spegni la luce e preghi, come ti hanno insegnato, come hai saputo sempre)/: che nulla resti uguale, che tutto resti uguale».

Solus Ad Victimam

Qualcosa, non sai cosa, si è staccato, spaccato-

tematizzi: non riesci; simbolizzi: nonriesci; fai

qualcosa: non sai cosa, non riesci-e la casa è

di carta, ti pare, tutta una scoperta, e sollevi la

coperta: ci sei, come ieri, come eri-come eri

sempre stato, ti pare: ma poi ti appari come un

te prima di essere nato e hai coscienza, ora, di

te, e hai paura: hai freddo, hai caldo, e non sai

quanto dura-tematizzi: non riesci; simbolizzi:

non riesci; fai qualcosa: non sai cosa, non riesci;

esci.

Ti resta lo stacco, lo spacco-il grido

Lasciato silenziato nelle cuffie,

la bottiglia piena lasciata andare,

il poco pavimento impraticabile,

apri, esci, stacchi, spacchi,

sei come un tempo: solo: non hai paura:

nell’affanno sospetto fai alla svelta,

anche se i treni passano

tutti uguali, passano, ogni mezz’ora:

“Cosa dirti?”, ti dici: “A te la scelta”.

Ritorni. La porta lasciata aperta.

Chiudi. Fai innanzitutto l’inventario

del tuo privato che hai distrutto. Poi

scoperchi armadi e cassetti – in realtà

cerchi un qualcuno

a cui dire «Ci sono,

non so cosa ho fatto, si è rotto tutto»

[trovi (come già eri sicuro) solo

te, nello specchio a muro].

I Am Thy Labyrinth

La casa in cui ti vivi è tutta un esitare

[nel timore di un arrivare altrove

hai messo in piedi un vorticare a sbando –

ma perché?; per chi?; da quanto?; da quando?)]:

tra il bagno e il tinello: i passaggi: due bivi: la finestra aperta: e il coltello:

ed eccoti: a te la scelta, ti dici –

gli occhi fissi atterriti sulla porta:

esci: ritorni, per ora, tra i vivi:

tra i panettieri in canottiera, tra

i bar che aprono e la rumena storta

che chiede, chiede, e tu non le rispondi

[non sai nemmeno cosa chiede: tu non rispondi

(perché torni già dentro: perché esondi)].

The Misery

Tutto attorno, tra gli amici, tra i giovani,

nei giornali, nelle timeline, nei post:

la lingua muta e tu ti trovi non mutato

nella poltiglia stanca delle cose da dire come facevi prima (nel modo in cui facevi prima: sui quadernoni, sui fogli protocollo,

nelle ore di stanchezza tra le espressioni e la bellezza mai riavuta di quella campanella,

di quella ricreazione, la bidella, il caffè,

il bagno affumicato, la scritta sulla porta

della classe di lei: If you’ll fall I will catch):

sai che non capiranno quelli che muteranno:

e neanche tu: imbrigliato nel verso lungo, libero, magmatico – nel quale ti sei degenerato

cedendo agli anni Zero: quando (non sai perché: non c’eri: non volevi) eri vero davvero:

ora sei ciò che devi:

zeppo di nostalgie stantie e malmesse,

riflussi, acidità, cose rimesse.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "Andrea Donaera Le estreme conseguenze Prefazione di Omar Di Monopoli Le Lettere"

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