(a cura di Salvatore Tommasi)
Mi viene in mente il gioco del nascondino. Immaginate dei bambini che hanno a disposizione per giocare una grande sala, piena di mobili: credenze, librerie, tavoli, poltrone, cassepanche.
Le possibilità per loro di nascondersi sono tante, e il divertimento è massimo. Pensateli ora, invece, in una piccola stanza, con un arredo essenziale: il gioco naturalmente è lo stesso, ma il nascondiglio lo si scopre subito.
L’immagine mi viene in mente ogni volta che devo parlare del griko, in particolare di chi scrive in griko. Perché, per chi scrive, avere a disposizione diecimila parole non è come averne a disposizione mille. Se un poeta, ad esempio, vuole esprimere tristezza, o nostalgia, o amore, o meraviglia, cimentandosi con il griko, non può “nascondere” il suo sentimento dietro immagini ricercate, espressioni allusive, parole rare.
Deve necessariamente e immediatamente fare i conti con la semplicità e l’essenzialità di questa lingua e il suo “gioco” esce subito allo scoperto.
Partecipai una volta alla presentazione di Catumerèa, la raccolta di versi di Leo Luceri (Musicaos editore, 2022), che contiene anche una sezione di versi in griko. La raccolta è multilingue: oltre all’italiano, e al griko, appunto, contiene testi in spagnolo, greco moderno, slovacco. Il relatore, dunque, notava che, nei testi in griko, i sentimenti dell’autore erano espressi con maggiore forza e chiarezza. “Certo – pensai – è merito (o limite?) della lingua!”
Lo avevo già notato, e raccontato, questo merito/limite, a proposito della poesia di Vito Domenico Palumbo, il nostro importante antesignano della scrittura in griko.
Lo si può notare, in realtà, in tutti i poeti griki. E non solo è facile scoprire i sentimenti che nella scrittura sono rappresentati. È anche facile scoprire se, dietro le parole, c’è il poeta.
È paradossale il destino del griko. Per secoli si è conservato, e tramandato, solo oralmente: è stata la lingua della comunicazione quotidiana, in ambito familiare e lavorativo, del lavoro dei campi. Oggi che questo tipo di trasmissione si è esaurito, la testimonianza di questa lingua, la sua conservazione, non può che essere affidata alla scrittura, con i limiti e la specificità cui ho accennato: la povertà lessicale, il contesto limitato del suo uso.
Ma, se la poesia è vera, essa risulta, come notava il relatore di Katumerèa, più forte e più chiara. E la poesia di Leo Luceri lo è. Per questo essa entra, a mio avviso, a pieno titolo nella non vastissima, purtroppo, tradizione della letteratura in griko.
Con una particolarità, che va segnalata. A scrivere non è un parlante “naturale” del griko. Pur avendo trascorso l’infanzia immerso in questa lingua, l’autore ci fa notare che essa non è stata la sua lingua materna: da bambino, egli la ascoltava, la comprendeva, ma non la parlava. Con la sua generazione ci si era già arresi, infatti, alla modernità ed era stato deciso l’abbandono del griko: lingua, come dicevo, del mondo contadino, della classe subalterna, della (presunta) “arretratezza” culturale.
Questa peculiare situazione linguistica dell’autore è tutta racchiusa, mi sembra, nel titolo, elegante e suggestivo, proposto per la sezione della poesia grika: Koscinizzo fonè (setaccio voci).
Credo che, più precisamente, con esso si indichi la volontà di tornare a immergersi con la memoria nell’infanzia, ascoltarne le voci, distinguerle, separarle, ricostruirle, in un lavoro di recupero e di riappropriazione (e Leo lo fa nella sua forma più completa, cioè linguisticamente consapevole e corretta) che unisce ricerca delle radici culturali e ricerca del sé più autentico e più profondo. Quel “sé” che, se entriamo brevemente ad analizzare i testi poetici in griko, ci apparirà nella sua complessità, ma anche con maggiore evidenza e autenticità.
Non è dissimile, in realtà, il mondo poetico di Leo Luceri, in qualsiasi lingua esso ci venga proposto. Di quel mondo si è già parlato, in questa rubrica, con competenza e profondità. E non mi sovrapporrò. Mi limiterò solo a passare qui in rassegna, attraverso alcuni versi in griko, gli aspetti che l’autore ha voluto offrirci della sua “anima”.
Un’anima “irrequieta”. Leo Luceri usa, a questo proposito, un aggettivo griko molto bello, che anche per me richiama l’infanzia: “nèmpasto”.
Era così che ci si rivolgeva a noi bambini quando non riuscivamo a star fermi: “Ti ise nèmpasto!” (Come sei irrequieto!).
E Leo vede così la sua anima:
“Arisommu a’ rèfulo asimegno / na mu difsi pu ene e straa (…)
Ce neruddhi sti’ fsichì (…) nèmpasti”
Mandami un refolo d’argento / ad indicarmi dov’è la strada (…)
E un po’ d’acqua all’anima (…) irrequieta.
Un’anima sperduta, che comprende e si identifica con lo smarrimento del migrante:
“Pu stei to spìti mu palèo? (…) / Puru aputten èrkome elimònisa”.
Dov’è la mia vecchia casa? (…) Da dove vengo perfino ho scordato.
Un’anima triste, che si rappresenta stavolta trasferendo nei luoghi i propri sentimenti:
“Ine prikà ta paìsia ma! (…)
Esù pai pratonta / manechossu kundu ‘na fseno (…)
Muttìzzune ta spìtia / sta prikà ma chorìa”.
Tristi sono i nostri paesi (…)
Tu cammini / da solo come un forestiero (…)
Tacciono le case / nei nostri tristi paesi.
Un’anima che sogna:
“An me piaki, pàreme makrà / ecì pu e tàlassa ghennìete”
Se mi prendi, portami lontano / là dove nasce il mare.
Un’anima leggera, che ha già aperto le ali per andare dove il tempo non duole:
“Pame ecì pu o cerò ‘en ponì / na nghiso on lustro min chera (…).
Pàreme, ka arte ànifsa t’atterà”.
Andiamo dove il tempo non duole / a toccare con mano la luce (…)
Portami, ho già aperto le ali.
Un’anima, insomma, da poeta, che arricchisce una lingua “povera” come il griko delle sue emozioni, ma che, nello stesso tempo – così mi piace pensare – arricchisce sé stessa dei suoni, della musica, nonché delle reminiscenze e del pathos che quelle antiche parole conservano e rievocano.



