I ricordi, si sa, balenano improvvisi, occorre bloccarli prima che si dileguino, e non sempre lo si può fare seguendo un ordine, perché il tempo li aggroviglia ed è difficile dipanarli.
Antonella Aman Manni appunta ricordi e immagini di persone, quella del padre fa da protagonista, e li condivide con il lettore senza utilizzare una sola ed esclusiva tipologia di scrittura, maneggiando sia il dialetto salentino che la lingua italiana.
Il prosimetro che ci propone, dunque, dal titolo emblematico, “Te sire certa”, alterna poesia e prosa, quest’ultima sotto la forma aforismatica del proverbio salentino o del breve racconto perché, appunto, i ricordi non hanno forma predefinita, sono fantasmi del tempo che scorre.
E il tempo è il leitmotiv che incornicia tutto il libro, la cui spia linguistica è fornita dal titolo che l’Autrice conferisce al racconto finale intitolato “Il tempo” e suddiviso in due parti, quasi a scandirne lo scorrere con la presenza del simbolo della clessidra che si traduce nell’invito a viverlo, perché, come scrive lei stessa, c’è più tempo che vita.
Il tempo è rievocazione di ricordi del passato, è un tempo mitizzato in cui le sofferenze e le fatiche risultano edulcorate dal vago rimembrare di matrice leopardiana.
Dolce è il ricordo dei corteggiamenti, quando l’innamorato rimaneva deluso del rifiuto della ragazza, ormai promessa a un altro uomo: «m’è sciutu alla ricchia/ ca t’ai menza mmaritata,/ ci t’a ccriata/ e jeu ca ulía/ cu te la mannu a dire (mi è arrivato all’orecchio/ che ti sei mezza sposata,/ accidenti a te/ e io che volevo/ mandartela a dire)».
Altrettanto pittoresca appare l’immagine del passato «quannu u fricoriferu stia intra lu puzzu/ nu scía a corrente ma a nzartu (quando il frigorifero era il pozzo/ non andava a corrente ma a corda)» e dopo aver bevuto un sorso d’acqua fresca ci si metteva a tavola, grandi e piccini, «‘na croce a ffrunte/ e li morti ndafriscavane (facevano il segno della croce/ e ai defunti/ si rendeva requiem eterna)».
E suggestivo è il ricordo delle donne di campagna: «Beddhe le fimmane/ te ‘na fiata,/ ci sape ci ddía/ cu le visciu ‘ncora (belle le donne/ di una volta,/ chissà cosa darei/ per vederle ancora)».
Antonella riesce perfino a farci percepire l’odore dei piatti preparati un tempo, quando «‘nu ndoru te prima mmane/ te ndisciatava./ U piattu era prontu ‘n taula (un profumo di primo mattino/ ti svegliava./ Il piatto era pronto in tavola)»: era l’odore del “cauteddhu”, ovvero la zuppa che le mamme salentine preparavano la mattina presto.
Il tempo non è solo quello dei ricordi e delle rievocazioni di presenze ma esso riesce a veicolare messaggi importanti e attuali.
Ad Aman piace aggirarsi per il centro storico ma purtroppo deve constatare che «nc’è ‘na parte/ te ‘stu paese/ ca è tutta bbandunata,/ le case suntu vecchie/ e tutte rre- pazzate (c’è una parte/ di questo paese/ che è tutta abban- donata,/ le case sono vecchie/ e tutte rattoppate)»; il suo, è un appello civico a recuperare questi luoghi importanti per la vita di un intero paese perché «ste case su monumenti (queste case sono monumenti)».
Ma il tempo è anche quello meteorologico e del cambiamento climatico quando l’Autrice si chiede dov’è la pioggia e dove sono andati a finire gli alberi, con la presenza della chiosa finale che sembra quasi una sentenza: «a prima- vera è ‘ncerta,/ comu ‘na mannaia/ taje ‘nu corpu/ e nu sai a ddhu bbinchia (la primavera è incerta,/ come una mannaia/ dà un colpo/ e non sai dove colpisce)».
Tuttavia, la denuncia non è mai tagliente bensì ironica come nel testo dal titolo “A fatica tu giacché”, dove Antonella sostiene che una volta lei svolgeva il lavoro del giacché; anche se in maniera leggera, l’Autrice descrive il comportamento da scroccone di chi le chiedeva dei favori, soprattutto sul posto di lavoro, usando l’espressione giacché, ma anche se in quel periodo le era sembrato pesante dover accontentare tutti, col tempo poi le è mancata questa consuetudine, “giacché” è andata avanti negli anni.
Il signor Potenza, invece, è il padrone della bottega che ogni mattina fornisce una fettina di salame a nu cabbianu malemparatu che lo aspetta essendo ormai abituato a riceverlo senza fare alcuna fatica per guadagnarselo. E la battuta viene subito spontanea: «Poveru porcu intra lu salame/ ca lu Potenza ne offre ogni mmane (povero maiale dentro il salame/ che il signor Potenza gli offre ogni mattina)».
Si osservi bene che la leggerezza con cui Antonella de- scrive certe situazioni non è superficialità ma scaturisce dalla consapevolezza di chi ha vissuto e vive appieno la vita con tutte le fatiche e delusioni che essa comporta.
La locuzione latina “mater semper certa est, pater autem incertus” corrisponde al detto secondo il quale è più semplice collegare la nascita di un figlio alla madre grazie al fatto naturale del parto, invece l’Autrice non ha dubbi, è figlia di suo padre dal quale ha ereditato l’indole operosa e battagliera, ma anche sorridente nei confronti della vita. I ricordi llattumati (lattiginosi) che rievocano la figura del padre, mesciu Gennarinu frabbacatore, quel padre che ha consumato la sua vita con il lavoro si traducono nei versi «ai manciatu la fatica/ comu coppe te purpette (hai mangiato la fatica/ come coppe di polpette)» e campeggiano in tutta la raccolta in maniera diretta, attraverso i ritratti in prosa e poesia che tratteggia.
L’Autrice gli dà voce anche quando lui non c’è, come nei testi già citati che riguardano il centro storico e le donne di una volta; sembra che i versi siano state scritti a due mani ed è il padre che presta i versi ad Antonella quando scrive: «Osci lu chiamane “lu centru storicu”/ ma nc’è gente/ ca nu sape mancu a ddhu se trova (oggi lo chia- mano “Il centro storico”/ ma ci sono persone/ che non sanno dove si trova)», e ancora, «beddhe le fimmane/ te ‘na fiata,/ me fane panzare/ a ‘na rosa/ ca mancu/ dopu ‘nu seculu/ la trovi siccata (belle le donne di una volta/ mi fanno pensare a una rosa/ che neanche dopo un secolo/ la si trova secca).
Anche se le ferite sono rimarginate restano comunque le cicatrici e lei non vuole dimenticare le vicende, anche dolorose della vita, che l’hanno resa la persona che oggi è diventata.
In altri testi, invece, struggente appare il ricordo di padre Gennarino, come nella lirica Pane e mature, che vede lei bambina in momenti di vera complicità con lui mentre lo seguiva nei lavori in campagna mangiando pane e olive mature; nel momento in cui «u fore ndurava te crestu/ mmuddhatu te muttura (la campagna odorava di selva- tico/ bagnata di rugiada)» lei riempiva il paniere con le sue piccole mani per fargli vedere che lo aveva riempito e «te secutava a tutte e vanne/ puru a susu a luna/ se m’ivi purtata (ti inseguivo dappertutto/ sarei andata anche sulla luna/ se mi avessi portata)».
Poi, lo rivede più anziano in una dimensione domestica, vicino al caminetto mentre racconta filastrocche ma eccolo ricomparire nei panni di Ermanno, il protagonista del lungo racconto finale in italiano già citato; sembra quasi un tentativo di Antonella di riportarlo a casa con sé, proprio come fa il bambino che, orfano di padre, si porta a casa l’anziano signore con il quale ha stretto una commossa amicizia.
E solo il dialetto poteva esprimere al meglio le emozioni che prova Aman quando scrive di suo padre, perché il dialetto è la lingua dei ricordi; il coacervo di sensazioni da lei provate trova espressione grazie alla paziente azione di modellamento del registro dialettale che per la sua duttilità meglio si presta a dare sostanza ai sentimenti.
I proverbi salentini, poi, scandiscono il tempo conferendogli un ritmo lento come le giornate, le stagioni di un passato che scorrevano a misura d’uomo; sono pillole di saggezza popolare che cementano l’atavico rapporto con la terra natale.
Attraverso questa peculiare capacità Manni si inserisce oggi, a buon diritto, nel filone dei nuovi poeti dialettali salentini come Cristina Carlà, Giovanni Leuzzi, Giuseppe Greco, Franco Melissano, virgulti che sono nati dal ceppo dei grandi della nostra tradizione, come Nicola De Donno e Giuseppe De Dominicis.
Editore Pasquale Cavalera
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